Acqua, troppo preziosa per sprecarla

Una risorsa da usare con saggezza e sobrietà, sempre più importante quanto scarsa. Non esiste sicurezza alimentare senza sicurezza delle risorse idriche. Le sfide relative all’acqua, al suo uso e abuso, specie in agricoltura

La carenza di risorse idriche non è solo un problema italiano. Secondo i report Fao, già oggi sono più di 2 miliardi le persone che vivono in Paesi o regioni con un’assoluta scarsità d’acqua e si stima che per il 2050 (quando la popolazione mondiale raggiungerà i 10 miliardi di persone) più di due terzi degli abitanti del globo terrestre potrebbe vivere in condizioni di cosiddetto stress idrico: una situazione in cui, per siccità o scarsità, non c’è abbastanza acqua di qualità in grado di soddisfare le esigenze delle persone e dell’ambiente. Questo fa sì che già da tempo l’acqua non sia più la risorsa gratuita o a basso costo di una volta. È diventata una sostanza che deve essere usata con saggezza e sobrietà. Una risorsa che comincia a competere con il petrolio per importanza economica. Israele, ad esempio, da anni compra acqua dalla Turchia.

Sempre la Fao stima che ogni anno vadano sprecati oltre un miliardo di tonnellate di cibo. Una riduzione del 50% delle perdite alimentari e dello spreco di cibo a livello globale farebbe risparmiare 1.350 chilometri cubi di acqua all’anno. In media un essere umano beve da due a quattro litri di acqua al giorno, ma ci vogliono da duemila a cinquemila litri di acqua per produrre la quantità di cibo che esso consuma in un giorno. Basti pensare che per coltivare e trasportare i chicchi di caffè necessari a una sola tazzina servono oltre 140 litri di acqua potabile. E infatti l’agricoltura, a livello mondiale, è responsabile del 70 per cento del consumo d’acqua di superficie e delle falde freatiche.
Dopo l’agricoltura, l’industria è il secondo settore per utilizzo di acqua. Nei Paesi industrializzati questo rappresenta circa il 50 per cento di consumi. In Germania si attesta a oltre l’83%, in Olanda all’87, in Francia al 69 e negli Stati Uniti al 46. Per quanto riguarda gli usi domestici, più di una persona su sei non raggiunge il limite di 40 litri al giorno fissato dall’Onu quale soglia minima per l’igiene personale e l’alimentazione.

Non esiste sicurezza alimentare senza sicurezza delle risorse idriche. Per questo, la Fao ritiene necessari una serie di interventi: la modernizzazione dei sistemi irrigui, per consentire un uso più efficiente e sostenibile dell’acqua; il miglioramento dello stoccaggio dell’acqua piovana a livello agricolo, immagazzinando l’acqua in stagni di piccole dimensioni o direttamente nel terreno coltivato; riciclare e rimpiegare l’acqua di scarico, in particolare le acque reflue trattate provenienti dai centri urbani.
Azioni da accompagnare – lo accennavamo – a una riduzione dello spreco di cibo. In particolare, la riduzione delle perdite post-raccolto deve essere parte integrante di qualsiasi strategia che affronti la penuria d’acqua. Il 30% di tutto il cibo prodotto a livello mondiale – l’equivalente di 1,3 miliardi di tonnellate – va ogni anno perduto o sprecato lungo la catena alimentare “dal campo alla forchetta”. Infine, le politiche agricole dovrebbero considerare il potenziale che la produzione non irrigua ancora offre in molte aree, e cercare una combinazione integrata di agricoltura irrigua e piovana.

Siamo in un mondo che da tempo ha una piena consapevolezza delle sfide relative all’acqua e della loro globalità, delle loro differenze a seconda dei contesti sociali e geografici e del livello di analisi ed azione (locale, nazionale, regionale, globale). Un mondo in cui le componenti della comunità internazionale hanno oramai radunato tutti gli attori pertinenti per studiare e fronteggiare queste sfide: governi e ministeri, enti internazionali e regionali, organizzazioni di varia natura della società civile, emanazioni del mondo della scienza, dei giovani e di quello accademico, investitori e società private. Un mondo, infine, in cui il maggior freno alla risoluzione delle sfide dell’acqua pare essere proprio un’insufficiente volontà politica da parte degli Stati. Ciò si traduce nell’enunciazione di principi ma non nell’assunzione di impegni vincolanti, misurabili e ben definiti; nell’attivazione di aiuti e di sussidi piuttosto che nella decisione di affrontare alla radice i singoli problemi modificando comportamenti insostenibili e irresponsabili; nella modesta efficacia – spesso a causa di fondi o di mandati limitati – di quelle strutture internazionali di coordinamento e di monitoraggio; nella riluttanza a controllare la finanza e le speculazioni che aggravano il problema dell’acqua e delle risorse naturali/alimentari; nell’apparente difficoltà – specie in periodo di crisi – a stanziare fondi per l’acqua nell’ambito di adeguati processi di implementazione e valutazione di come vengono adoperati.

Autore articolo

Redazione

Prossimo articolo