Ac di popolo lungo le strade delle città

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Sul tema del Convegno di Chianciano Terme, vi proponiamo una riflessione di Michele Tridente, Vice presidente nazionale per il Settore Giovani dell’Azione cattolica italiana. Pubblicata sul trimestrale associativo «Segno nel mondo» n.1-2019

«Fraternità non è un concetto ma un modo di vivere, e di vivere da cristiani. [...] In questo stile rientrano la misericordia e la sollecitudine per i poveri, la cura per i malati, la condanna della corruzione e delle ingiustizie, lo smascheramento di scelte politiche ed economiche mortifere, la ricerca della pace nel mondo e dell’unità dei cristiani», scrive Enzo Bianchi nella prefazione al libro del teologo Cristoph Teobald dal titolo evocativo Fraternità. Non è dunque una definizione, ma una dimensione costitutiva dell’essere cristiani e dell’essere uomini. Papa Francesco, che fa della fraternità uno dei pilastri del suo magistero, ci invita a costruire una mistica della fraternità che sa scoprire «Dio in ogni essere umano» (Evangelii gaudium 92), partendo da chi è emarginato, soffre e fa più fatica.

Purtroppo però la fraternità è spesso considerata dai più una utopia irraggiungibile. Anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nell’ultimo discorso di fine anno ci metteva in guardia dal rischio di cedere al cinismo di considerare i buoni sentimenti quasi come favole per bambini, perché essi «rendono migliore la società». Si pensi ad esempio alle tante esperienze virtuose, animate da valori positivi, del mondo del volontariato, dell’associazionismo e del terzo settore che aiutano a costruire una società più fraterna, arrivando a volte dove le istituzioni pubbliche non arrivano. Lo stesso cinismo alimenta la globalizzazione dell’indifferenza che ci rende sordi alle necessità dei fratelli e che papa Francesco ci invita a sostituire con una globalizzazione della fraternità.

In questo modo il cristiano può contribuire a costruire la città degli uomini in quanto «la fraternità costituisce la rete di relazioni fondamentali per la costruzione della famiglia umana» (Messaggio per la giornata mondiale della Pace 2015). La stessa evangelizzazione senza dimensione sociale non si realizza pienamente: infatti, «dal cuore del Vangelo riconosciamo l’intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana» (Eg 178). Siamo dunque chiamati ad accrescere il nostro impegno a costruire la fraternità e la pace, la giustizia e la solidarietà, valori che costruiscono un popolo, inteso non solo come entità giuridica ma anche come comunità che condivide «valori, prospettive, diritti e doveri» (Sergio Mattarella, Discorso di fine anno 2018). Se è vero che la fraternità è un anelito impresso nel cuore di ogni uomo, essa va dunque continuamente esercitata e costruita, per «imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste» (Eg 91).

Ciascuno di noi ha davanti agli occhi belle esperienze associative di vita fraterna, di relazioni belle, di comunità aperte, accoglienti e solidali. E sempre più siamo chiamati ad incarnare l’Azione cattolica «lungo le strade delle città, dei quartieri e dei paesi» e a sentire forte «la responsabilità di gettare il seme buono del Vangelo nella vita del mondo» (papa Francesco, Discorso all’Ac, 30 aprile 2017). Potremo farlo davvero solo se sapremo «popolarizzare» l’Azione cattolica: ciò significa imparare a condividere la vita delle persone, le gioie, i sogni, le sofferenze e le difficoltà per poterle servire meglio. Ancora di più in un contesto plurale dal punto di vista religioso e culturale, in cui come cristiani si è minoranza, siamo chiamati a scommettere sulla popolarità, esercitando sapientemente il discernimento dei segni dei tempi e il dialogo con chi la pensa diversamente da noi maturando la capacità di costruire alleanze: così potremo contribuire alla costruzione della città da persone generose, competenti e disinteressate che mostrano la differenza cristiana senza imporla. La Lettera a Diogneto ci ricorda che i cristiani sono pienamente cittadini della polis, capaci di vivere e costruire la città, ma nello stesso tempo non assumono le logiche più perverse del mondo: quella del più forte, dell’accumulo, del godimento egoista a scapito degli altri.

La città è luogo da conoscere e prima ancora da amare: siamo chiamati a studiarne i problemi con gli occhi di chi vuole contribuire alla loro risoluzione perché animati dall’amore per le persone che la abitano. La città è il luogo vero dell’agenda politica, dove la retorica si scontra e si infrange contro le ferite delle persone, ed è nella città che siamo chiamati a esercitare la nostra vocazione all’impegno sociale e politico, proprio perché là si incontra la quotidianità della vita delle persone, fatta di sogni, difficoltà e contraddizioni. Per cominciare però, è necessaria una conversione dello sguardo: siamo chiamati ad avere uno sguardo positivo sulla città, anch’essa luogo dove Dio sceglie di abitare. Papa Francesco indica con chiarezza due priorità per il nostro impegno sociale e politico, che letteralmente sono la precondizione per la soluzione di ogni altro problema. Si tratta «della inclusione sociale dei poveri e della pace e del dialogo sociale» (Eg 185). Queste due priorità ci chiamano nel concreto a costruire una città solidale e inclusiva. Le grandi migrazioni dai paesi poveri ai paesi ricchi sono una caratteristica del nostro tempo e vediamo con preoccupazione l’accrescersi di fenomeni di paura di chi è diverso e per questo viene trasformato in un nemico da respingere e a cui addossare le rabbie più recondite.

Allo stesso tempo, assistiamo all’accrescersi del divario tra ricchi e poveri: i primi accrescono sempre più la loro ricchezza, mentre i secondi vedono diminuire il poco che hanno (si veda a tal proposito l’ultimo rapporto Oxfam). A questi fenomeni siamo chiamati a rispondere mettendo in campo le energie migliori per aiutare le nostre comunità a non restare sorde al grido dei più deboli, di chi fa più fatica, di chi cerca un futuro migliore lontano dalla terra di origine, impegnandoci nella sfida per l’integrazione e il riscatto di chi è «scartato» dalla nostra società e promuovendo uno sviluppo «sostenibile e integrale» (Laudato si’, 13). La città che ci impegniamo a costruire è una città globale e connessa, che allo stesso tempo è multiculturale (con sua la pluralità di lingue, culture e fedi) e nodo di una rete grande quanto il mondo, in cui le scelte di ciascun cittadino hanno un impatto amplificato sulla vita di tutti perché tutto è in relazione, tutto è connesso, come ci insegna Laudato si’.
Infine, è una città che non dimentica le sue radici e il valore della memoria che «è quello che fa forte un popolo, perché si sente radicato in un cammino, radicato in una storia» (papa Francesco, Omelia al cimitero laurentino, 2 novembre 2018).
Questi temi e queste sollecitazioni saranno al centro del prossimo Convegno delle presidenze diocesane (Chianciano Terme, 3-5 maggio 2019) nel quale ci interrogheremo su come rispondere a quella tristezza individualista che sembra caratterizzare il nostro tempo, recuperando il valore e il significato di sentirsi popolo e prendersi cura, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, dei problemi e delle sfide dei nostri territori e delle nostre comunità.