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Abitare una città nuova

foto: Shutterstock
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Settembre è da sempre un tempo caratterizzato dalle ripartenze: ricominciano la scuola e l’università, i progetti lavorativi riprendono con un nuovo slancio, prende il via un nuovo anno associativo e pastorale. In questi giorni di rientro sono tanti i nuovi inizi che caratterizzano la nostra quotidianità, ma tra questi c’è un inizio che da alcuni anni sta caratterizzando sempre di più la vita del nostro Paese e che, forse, tendiamo a sottovalutare: abitare una città nuova.

È per farci carico del nuovo fenomeno della mobilità che come Presidenza nazionale abbiamo deciso di approfondirne tutte le implicazioni in una serie podcast che è disponibile sulle maggiori piattaforme audio. Orizzonte fuorisede racconta in 8 episodi la storia di chi sceglie di spostarsi altrove per motivi di studio o di lavoro. È un percorso che ci aiuta a comprendere che la mobilità coinvolge trasversalmente tutte le età e tutte le condizioni di vita.

La mobilità, infatti, continua a trasformare il nostro Paese: plasma le vite dei giovani che si trasferiscono per studiare, ma anche quella dei loro genitori che li seguono e li sostengono da lontano; tocca le vite dei lavoratori che si spostano seguendo traiettorie professionali che hanno profonde ricadute sull’esistenza delle loro famiglie le quali spesso o subiscono il distacco da chi vedono partire o abbracciano il salto del ricominciare tutti insieme da un’altra parte. Si pensi in questo caso ai bambini e ragazzi chiamati a cambiare scuola, stringere nuove e altre amicizie, inserirsi in nuovi contesti aggregativi e comunitari. Coinvolge il sud del Paese, che vede tanti partire per il nord, ma anche le aree interne e le tantissime piccole e medie città italiane che assistono a uno spostamento verso le grandi città.

Una nuova forma di cittadinanza

Sono coinvolti i cittadini ma anche le istituzioni: alcune di esse sono portate a riflettere su una nuova forma di cittadinanza e sul modo di costruire gli spazi comuni; altre, invece, sono chiamate a confrontarsi con aree che si spopolano, con tassi di istruzione che si abbassano e età anagrafiche medie che si alzano a causa della mobilità. Infine, è coinvolto chi sceglie di partire e chi sceglie o è costretto a restare. 

Perché se la partenza per studiare altrove conduce a un rimanervici per lavorare e costruire una famiglia, la mancanza di una rete di sostegno diviene una questione per chi è partito nel momento in cui matura la scelta di avere figli, e lo diventa per chi è restato nel momento in cui invecchia e smette di essere autosufficiente.

La mobilità riguarda tutto il Paese

Allora potremmo ammettere insieme che la mobilità riguarda tutto il Paese perché se c’è una parte di Paese da cui si parte, ce n’è un’altra in cui si arriva, e quindi c’è una parte di Paese che è chiamata a diventare esperta nell’accompagnare le partenze, ce n’è un’altra che è chiamata a diventare esperta nell’accoglienza. Troppo spesso, invece, oggi non è ancora così: all’interno dei nostri contesti associativi ed ecclesiali, infatti, ci capita ancora di applicare un certo grado di funzionalismo pastorale che ci fa considerare i legami in relazione al servizio che possiamo svolgere, generando così solitudine e disuguaglianze, perché non tutti hanno le stesse opportunità di perseguire i propri sogni.

Accompagnare la mobilità

Allora oggi accompagnare la mobilità diventa un’occasione per prendersi cura della vita delle persone e della loro ricerca di felicità. Come associazione vorremmo imparare a soffermarci di più nel rifletterci perché sappiamo di poter e dover fare molto: sappiamo che grazie alla nostra rete associativa diffusa su tutto il territorio possiamo contribuire a far sperimentare la maternità della Chiesa nella mobilità della vita delle persone; sappiamo che in questo tempo sinodale possiamo avere la forza per ascoltare la voce dei ragazzi, dei giovani e degli adulti che si spostano, per smettere di vedere la mobilità come un problema e iniziare a guardarla come un’opportunità per le nostre associazioni diocesane e parrocchiali, per la nostra Chiesa. 

Il podcast dell’Ac

Ecco quindi che questo podcast può diventare un’occasione di approfondimento e di studio per aprire un vero e proprio cantiere di speranza sulla mobilità, uno strumento che ci aiuti a tracciare rotte coraggiose nel ripensare le modalità in cui essere comunità cristiana e comunità sociale e civile. 

L’augurio è che, come associazione, ascoltando questo podcast, possiamo insieme assumere le sfide che la mobilità ci pone, riuscire a farle nostre e far sentire – facendo la nostra parte – sempre tutti quanti a casa.

  • Annamaria Bongio, responsabile nazionale dell’Acr, e Lorenzo Zardi, vicepresidente nazionale per il settore Giovani di Ac

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