Riflessioni della Presidenza nazionale Ac alla ripresa delle attività

A VELE SPIEGATE

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Indirizzato alle Presidenze diocesane dell’associazione, il documento della Presidenza nazionale Ac che vi proponiamo vuole offrire spunti di riflessione e attenzioni a servizio delle Chiese locali e della società italiana, oltre che delle nostre associazioni diocesane, in questo tempo di nuovo inizio delle attività. «Scegliamo insieme di prendere l’iniziativa, coinvolgere, accompagnare, fruttificare, festeggiare e potremo dire di essere usciti da questa pandemia migliori di come siamo entrati. I verbi indicati da Papa Francesco in Evangelii Gaudium siano il nostro riferimento per agire concretamente. Prendiamoci il nostro tempo per pensare e per decidere comunitariamente, ma non fermiamoci lì: la realtà ci chiede di mettere in gioco non solo le nostre capacità di elaborazione delle proposte, ma soprattutto la sapienza artigianale di mani che intervengano ad accarezzare e sorreggere gli uomini e le donne di oggi».

A VELE SPIEGATE

Artigiani di una nuova partenza
I mesi che abbiamo di fronte sono caratterizzati da incertezza e fiducia, tra speranza e paura. Siamo chiamati a vivere anche questa fase con il desiderio e la disponibilità ad avviare nuovi processi (1).
Siamo tutti alle prese con processi di riorganizzazione degli spazi, dei servizi sociali, dei tempi di scuola e di lavoro con l’obiettivo di garantire sicurezza e benessere delle persone. Ma non solo. Riconosciamo anche il valore di questo tempo come occasione preziosa per rigenerare la vita sociale e associativa. Ci siamo scoperti non solo tutti accumunati dalla e nella vulnerabilità, ma sentiamo che la fragilità, più che una minaccia, può essere davvero la matrice di una nuova fraternità.
Possiamo aiutare le nostre comunità ad essere “oasi inclusive e dinamiche” (2)?
Le vele spiegate non sono quindi tanto il segno di una frenesia, della velocità di chi ha fretta di recuperare un tempo che ha giudicato “perduto”. La vela ha bisogno del vento. Le vele spiegate vorrebbero esprimere la nostra docilità: al Signore che mai ci abbandona e alla storia che domanda di essere abitata e non incasellata nelle nostre previsioni. La vela spiegata si fa accoglienza: non nell’opportunismo di chi insegue le correnti  degli slogan facili e riduttivi, ma nella disponibilità di chi desidera “servire e dare la vita”. Ci poniamo – con queste riflessioni e con le iniziative che da esse potranno scaturire – a servizio delle Chiese locali e della società italiana, perché l’AC continui ad “aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini”, secondo la nota espressione di Vittorio Bachelet. Restiamo in ascolto attento di quanto il Santo Padre Francesco ci sta indicando in queste settimane attraverso il ciclo di catechesi dedicate a “Guarire il mondo” e in attesa di assumere quanto suggerito nella prossima Enciclica “Fratelli tutti”.
Continuiamo – con grande convinzione - il cammino tracciato dal solco dell’Evangelii Gaudium, mappa preziosa in questo cambiamento d’epoca, che ci esorta ad essere una chiesa capace di “prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare e festeggiare”.
Lo facciamo con creatività e audacia, non nel generico ottimismo dell’ “andrà tutto bene” ma nell’impegno e nella responsabilità di chi sceglie di porre concreti segni di speranza: nella custodia dei legami (fraterni, ecclesiali, associativi), nell’attenzione a chi è restato o rischia di rimanere ai margini, nella cura della vita interiore.

1. Prendere l’iniziativa: dall’arroccamento all’uscita
L’emergenza sanitaria nella quale siamo immersi ha suscitato diversi interrogativi, ha contribuito a rendere palese la vulnerabilità di ciascuno di noi e il legame forte che ci lega gli uni agli altri.
Siamo stati toccati dalla stessa esperienza collettiva condividendo pensieri e paure con altri miliardi di persone in tutto il mondo: la paura per se stessi e per i propri cari, l’incertezza per il proprio lavoro, il lutto, la gratitudine per chi lotta in prima linea negli ospedali e nelle attività di prima necessità, la speranza perché tutto si risolva presto.
Non potremo tuttavia limitarci all’attesa che tutto torni al più presto come era, ma, alla luce di ciò che abbiamo vissuto, dovremo rendere i mesi futuri un tempo fecondo per esperienze missionarie che rinnovino profondamente il nostro essere credenti e cittadini, discepoli-missionari.
Di fronte a una realtà così complessa, siamo chiamati a prendere l’iniziativa, accompagnandoci e sostenendoci a vicenda.
Questo tempo ci chiede di ripensare i nostri gruppi e le nostre comunità come un grande laboratorio creativo, capace di immaginare nuove prospettive in fedeltà alla realtà, imprescindibile punto di partenza delle nostre iniziative (3).
Non ci rassegniamo all’idea che non si possa fare nulla se non si può fare ciò che avevamo previsto.
Il distanziamento imposto dalle norme sanitarie ha chiesto e chiederà non di rinunciare alla prossimità, ma di manifestarla in forme inedite.
Non potranno essere sempre le indicazioni “dall’alto” a dirci cosa fare. Occorre il discernimento al quale anche la vita associativa ci ha educati. Prendere l’iniziativa significa interrogarsi insieme su piccoli passi possibili: le emergenze sociali che sono emerse già nei mesi del lockdown, sfidano il nostro stesso essere comunità inclusive e capaci di prendersi cura di ciascuno. Possiamo assumerci le nostre responsabilità e agire insieme lasciandoci guidare dal criterio della concretezza. Sappiamo che il Signore Crocifisso e risorto è già al lavoro e il nostro prendere l’iniziativa è sempre preceduto dalla sua opera. Sceglie di prendere l’iniziativa chi ha adottato uno sguardo contemplativo e intuisce occasioni inedite di azione. Con coraggio e creatività.

2. Coinvolgersi: dalla difesa al coinvolgimento
Scegliere di prendere l’iniziativa suscita un coinvolgimento pieno, nostro e di tutti gli altri, superando la tentazione di rimanere spettatori e di stare a guardare con distacco e freddezza ciò che sta accadendo. Siamo convinti che la forza dei nostri progetti è riposta nella nostra capacità di coinvolgere le persone in prima persona, con passione e competenza. Vogliamo vivere il tempo della ripartenza come un itinerario dall’ “Io” al “Noi”. L’impegno nei prossimi mesi sarà quello di concorrere a riattivare sempre di più le comunità del nostro territorio e tutte le famiglie che possiamo raggiungere.
La comunità evangelizzatrice “assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popolo” (EG, 24). Occorrerà restare attenti, vigilanti, verso i bisogni – alcuni dei quali inediti – che emergeranno in conseguenza dei problemi economici causati dalla pandemia. Essi non potranno trovarci distratti o, peggio, indifferenti. Rafforziamo e scommettiamo ancora sullo stile delle alleanze con chi si spende nel servizio agli ultimi e ai più fragili, promuoviamo iniziative di sostegno alle famiglie che stanno affrontando con preoccupazione l’inizio della scuola e gli impegni economici che ne conseguono, aiutiamo le nostre comunità a farsi prossime di chi ha perso il lavoro anche promuovendo forme innovative di economia solidale, prendiamoci cura insieme dei nostri anziani e impegniamoci a non abbandonarli alla solitudine

3. Accompagnare: dalla solitudine all’accompagnamento
In questo tempo di pandemia abbiamo scoperto, quasi in risposta al distanziamento fisico, il valore delle relazioni vere maturate negli anni, il desiderio di cura e il bisogno di accompagnamento. Spesso forte in ognuno di noi risuona la stessa richiesta dei discepoli di Emmaus di non essere lasciati soli: “Resta con noi” (Lc 24,29). Ciascuno di noi, soprattutto nel momento della prova e della fatica, sente il bisogno di essere accompagnato. La nostra associazione, per esempio, ha mostrato una grande resilienza e creatività nella scoperta e nella valorizzazione di forme ed esperienze nuove di accompagnamento e prossimità per le diverse fasce d’età e situazioni di vita.
Abbiamo sperimentato, da un lato, l’importanza della cura personale di ciascuna persona, da vivere con semplicità e fedeltà come un esercizio quotidiano di ascolto, delicato e paziente, che interpella ciascun educatore, animatore e assistente. Dall’altro, il gruppo, esperienza centrale e qualificante nella vita associativa, ha mostrato ancora una volta la sua forza generativa, anche attraverso l’utilizzo degli strumenti digitali. E ciò è stato possibile proprio perché vi era alla base una salda rete di relazioni maturate in una cura educativa quotidiana: rischieremmo altrimenti di tessere legami troppo fragili per sopravvivere alla distanza fisica.
La pluralità delle esperienze vissute ci ha consentito di mettere a fuoco meglio la dimensione relazionale e del gruppo, anche nelle iniziative che sono pensate per un tempo limitato e circoscritto (come ad esempio gli eventi ‘tematici’ singoli) e nei confronti delle persone che non possono partecipare fisicamente: tutte le nostre riunioni devono tornare ad essere soprattutto incontri.
L’accompagnamento, nella complessità della vita di ogni persona, richiede di avere sempre più a cuore l’essenzialità delle proposte, che non significa banalizzarle né impoverirle, ma renderle più efficaci e aderenti alla vita: è necessaria una nuova progettualità nel pensare con chiarezza e senza rigidità il cammino dell’anno (4), definendo i diversi appuntamenti e le varie modalità. Da questo punto di vista sarà importante tenere a mente ciò che abbiamo maturato soprattutto in questi anni sul valore formativo del servizio: vivere insieme l’impegno concreto a sostegno dei fratelli più fragili non è una delle possibilità o la meta conclusiva di un percorso, ma ne è parte integrante. Sappiamo che la missione non si intraprende quando ci sentiamo pronti, ma quando ci scopriamo impreparati e bisognosi di essere evangelizzati dall’incontro con chi vive ai margini della nostra società.
Crediamo, con Papa Francesco, che “non è la Chiesa che fa la missione, ma è la missione che fa la Chiesa” (3 dicembre 2015, alla plenaria della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli)
Gli strumenti digitali, di cui abbiamo sperimentato potenzialità e ricchezza, ci hanno consentito tante possibilità di contatto nei mesi della pandemia, ma ci chiedono di migliorare il nostro modo di lavorare insieme e di creare davvero condivisione. Infatti, senza un’attenzione delicata e premurosa, è possibile perdere di vista le persone a cui le proposte digitali arrivano in sordina o non arrivano proprio. Per questo vogliamo contribuire a riaprire i luoghi dell’incontro e delle relazioni, adottando tutte le misure necessarie, (5) perché sappiamo che l’incontro autentico e fraterno delle persone è la condizione di ogni vera trasformazione. Una sapiente integrazione di incontri in presenza e in digitale ci permetterà di valorizzare maggiormente i primi, qualificandoli ancora di più nella preparazione, e i secondi, rendendoli opportunità di collegamento e scambio di informazioni, opinioni ed esperienze. La scoperta dei nuovi linguaggi inoltre è una possibilità per nuovi percorsi educativi e può costituire un’opportunità per vivere momenti autentici di dialogo tra le generazioni. Sarà un’occasione per crescere nella sinodalità, valorizzando meglio i processi partecipativi, rispettando i tempi di ciascuno, promuovendo la corresponsabilità e neutralizzando il rischio di forme desuete e dannose di clericalismo, in particolare promuovendo e maturando insieme un linguaggio comune, alimentato dal confronto e dal dialogo tra esperienze, culture ed età differenti.

4. Fruttificare: dal controllo al riconoscimento del frutto
Il seminatore non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situazione concreta e dia frutti di vita nuova (EG 24).
Sappiamo che il fruttificare non è per nulla assimilabile al produrre. Algoritmi e procedure organizzative supportano sempre più e sempre meglio la fatica della produzione, ma arrivano al massimo a mimare l’innesco sorprendente della vita. In questo tempo di profondi cambiamenti è importante lasciarsi guidare dalla realtà, abbandonando l’illusione di avere una capacità pressoché totale di controllo su ciò che ci circonda.
Oggi più che mai dobbiamo sfuggire alla tentazione di pensare la vita delle nostre associazioni, così come quella delle nostre comunità, come una sorta di realtà prodotta da schemi o sovrastrutture tanto raffinate quanto spesso astratte e perciò lontane dal “benevolo disordine della vita”. L’attenzione ai frutti inizia proprio da questa cura della vita, della sua varietà, della sua complessità. Il fruttificare si mostra – secondo Papa Francesco – nel rinnovamento della vita. Accettiamo i cambiamenti che la pandemia ci ha portato a vivere. Non subiamoli con l’amarezza di chi pensa di non trovare mai lecondizioni favorevoli all’evangelizzazione. Non inseguiamoli per evitare – come direbbe don Primo Mazzolari – di “cambiare per cambiare”. Vogliamo imparare di più a sorprenderci della trasformazione positiva che ci accade quando sappiamo riconoscere il valore dell’altro, divenendo capaci di fargli spazio, in un “corpo a corpo” che ci allena alla condivisione e ci prepara alla comunità. La contemplazione – come ci insegano i Santi – è una immersione nella profondità concreta della vita che ci attraversa, talvolta drammaticamente, e che ci sfugge quando pretendiamo di possederla. Ciò vale per la nostra vita così come per quella delle altre persone, particolarmente quelle con cui condividiamo la quotidianità e che per le quali noi diveniamo “prossimo”.
Fruttificare è dunque promuovere la vita, la buona vita e cioè la vita nel bene, nostra e del nostro prossimo, avendo cura di intrecciare relazioni autentiche, trame di amicizia che favoriscano la fioritura dei talenti e dei doni nella gratuità e nella generosità. Il tempo che abbiamo di fronte può divenire una preziosa occasione per consentire a ciascuno di portare frutto, perché ognuno possa mettere a servizio degli altri il proprio tempo e le proprie energie. Possiamo superare insieme un modo di essere credenti che tende a controllare e giudicare, per far spazio invece a un impegno con tutti e per tutti.

5. Festeggiare: dal sequestro geloso alla festa
Può apparire paradossale mettere in relazione l’idea della festa con il dramma della pandemia. Eppure, secondo Evangelii Gaudium, una Chiesa missionaria sceglie di festeggiare “ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione” (EG 24).
Se tante sono state le notizie tristi e preoccupanti, altrettante sono state le esperienze di impegno, di abnegazione, di dedizione espresse da varie categorie professionali (il pensiero non può non andare al personale sanitario) e, di conseguenza, non sono mancate e non mancheranno le occasioni per esprimere, anche pubblicamente, la riconoscenza collettiva per quanto la pandemia ci ha fatto sperimentare in termini di solidarietà e di generosità.
È soprattutto nella preghiera liturgica che la Chiesa vive la dimensione della festa. Attraverso di essa matura una sempre maggiore coscienza dello scorrere del tempo, abitandolo non come semplice sequenza di accadimenti, ma come processo tenace di compimento, di salvezza.
I mesi segnati con più intensità dall’emergenza sanitaria hanno reso più faticosa questa percezione: mancavano le ragioni della festa e il lockdown ha reso inevitabilmente ogni giorno uguale al precedente e al successivo. Non possiamo però nasconderci che l’impossibilità di celebrare comunitariamente i misteri della fede (soprattutto il Triduo Pasquale) non è coincisa con l’impossibilità di pregare. La necessità di una preghiera vissuta tra le mura domestiche è stata più di un rimedio; forse persino una riscoperta. Per i soggetti coinvolti, per i linguaggi adottati, essa ci ha riconsegnato l’importanza di prendere sempre più coscienza delle fonti e degli strumenti di una spiritualità autenticamente laicale e, in essa, i tempi e i modi di una preghiera che, lungi dal distrarci dalla vita, ci consente di abitarne anche le fragilità senza compromettere la possibilità di festeggiare, trovando così le risorse interiori per non sottrarci all’ “esigenza quotidiana di far progredire il bene” (ivi).   
Sarà dunque importante, mentre riassaporiamo l’insostituibile bellezza della vita e della preghiera comunitarie, non trascurare quanto sperimentato a livello domestico. Restano tante le possibilità alle quali provare a dare continuità: ascoltare insieme la Parola; valorizzare luoghi e gesti della vita quotidiana riconoscendone il loro significato simbolico; ritrovare linguaggi semplici – non banali – capaci di essere utilizzati da tutti; riappropriarsi di una “ministerialità domestica” grazie alla quale educarsi vicendevolmente alla preghiera.

È tempo di ripartenza!
Scegliamo insieme di prendere l’iniziativa, coinvolgere, accompagnare, fruttificare, festeggiare e potremo dire di essere usciti da questa pandemia migliori di come siamo entrati. I verbi indicati da Papa Francesco in Evangelii Gaudium siano il nostro riferimento per agire concretamente. Prendiamoci il nostro tempo per pensare e per decidere comunitariamente, ma non fermiamoci lì: la realtà ci chiede di mettere in gioco non solo le nostre capacità di elaborazione delle proposte, ma soprattutto la sapienza artigianale di mani che intervengano ad accarezzare e sorreggere gli uomini e le donne di oggi. Con coraggio salpiamo insieme, a vele spiegate, spinti dal soffio dello Spirito che invochiamo insieme:

Spirito Santo, memoria di Dio,
ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto.
Liberaci dalle paralisi dell’egoismo
e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene.
Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla,
chiudendoci in noi stessi. 

Vieni, Spirito Santo:
Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità;
Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi,
di amarci e aiutarci,
per diventare un’unica famiglia.
Amen.

(Papa Francesco, Omelia nella Pentecoste 2020)

 

Riferimenti
(1) Ripartiamo insieme. Linee guida per la catechesi in Italia in tempo di Covid
https://www.chiesacattolica.it/wp-content/uploads/sites/31/2020/09/04/Ripartiamo-insieme.pdf  
(2) E. Morin, La Fraternità perché? Resistere alla crudeltà del mondo, AVE, 2020.
(3) M. Truffelli “Educare la fede in un tempio di pandemia. L’impegno dell’AC” in La fede e il contagio. Nel tempo della pandemia, Quaderni di dialoghi, Speciale 2020, AVE.
(4) Servire e dare la propria vita, Orientamenti annuali, https://azionecattolica.it/2020-2021/orientamenti-annuali-2020-2021
(5) Linee orientative Ufficio giuridico CEI, https://giuridico.chiesacattolica.it/linee-orientative-per-la-ripresa-della-catechesi/