A Spello il seminario del Centro studi Ac “Educare alla socialità 2.0”

Vivere on line. Comunità o network?

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di Andrea Dessardo* - Aiutare i più giovani (ma non solo loro) e, prima ancora, imparare a stare consapevolmente on line è un problema tra i più sentiti fra i nostri soci, specie tra coloro che hanno responsabilità educative. E anche perciò è risultato assai intensamente partecipato il seminario Educare alla socialità 2.0 organizzato dal Centro Studi a Casa San Girolamo di Spello dal 20 al 22 luglio. A guidare la riflessione Piermarco Aroldi, professore associato di Sociologia dei media digitali e di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università Cattolica di Milano.
Quella digitale, ha sostenuto Aroldi, non è tout court una rivoluzione, ma costituisce l’esito della mediatizzazione delle nostre società tardo-moderne, ossia la pressoché totale introiezione del linguaggio dei media in società individualizzate. Il processo dunque, per essere compreso, non va schiacciato solo sulle ultime tecnologie, ma analizzato nei suoi tempi medio-lunghi. Nonostante l’indubbia efficacia comunicativa della fortunata formula «nativi digitali» coniata da Mark Prensky nel 2001, essa non coglie il bersaglio: non esiste un “continente digitale” sul quale un giorno siamo sbarcati, incontrandovi dei nativi, appunto; al contrario, noi ne siamo i “pionieri”, coloro che tale società nuova hanno costruito a poco a poco.
La società attuale, del networked individualism, è la somma di individualizzazione, globalizzazione e mediatizzazione: l’individuo si è liberato dai legami stretti delle comunità tradizionali che, nel bene e nel male, lo assoggettavano al gruppo d’origine lasciandogli scarsi margini per l’affermazione personale; così come i flussi di informazioni, grazie allo sviluppo tecnologico, possono prescindere dai luoghi fisici di produzione; e, infine, gli individui, ma anche le istituzioni e perciò la società, hanno fatto propri i linguaggi dei media, al punto paradossale di non percepirli nemmeno più come “strumenti”, “mezzi”, “infrastrutture”. La cifra del networked individualism è una rete che connette non più i gruppi, come nelle società tradizionali, ma i singoli individui.
Ciò è stato reso possibile anche perché i media si sono fatti piccoli, leggeri, trasportabili, “trasparenti”. Perciò oggi anche l’espressione “realtà virtuale” è fuorviante: non c’è una realtà finta che simuli quella vera, ma esse sono confuse, in continuità; non c’è più opposizione tra off line e on line e ciò risulta particolarmente evidente in come usiamo i social network: su Facebook, per esempio, non ricorriamo più (come avveniva, per chi lo ricorda, su Second Life) a degli avatar attraverso cui interagire con gli altri: ma lo facciamo, in linea di principio, con la nostra vera identità. I social non sono perciò solo delle infrastrutture, ma dei “luoghi” che abitiamo. E per questo è bene imparare a farlo con consapevolezza, perché quanto facciamo on line ha effetti anche off line. L’aveva in fondo già capito il card. Martini addirittura nel 1991, sostenendo che non maneggiamo più dei semplici “strumenti”, ma che essi rappresentano per noi un nuovo modo di «essere vivi».
Passando dalla teoria sociologica al piano operativo, ci si è chiesti se poi sia proprio necessario essere presenti sul web. No, non lo è, ma se si decide di starci, bisogna accettarne le regole, interpretandole secondo le proprie inclinazioni e sensibilità, consapevoli della contraddizione che può esserci tra queste e le logiche delle piattaforme che utilizziamo, le quali perseguono sempre il profitto, e prediligono perciò alcune modalità rispetto ad altre, e consci che la grandissima maggioranza delle persone considera il tempo passato sul web come semplice intrattenimento, un “grande gioco di società”, come l’ha definito Piermarco Aroldi, nel quale argomenti scomodi o impegnativi hanno poca fortuna.
E che dire come Chiesa e come Associazione? Forse, è vero, per stare vicini agli uomini del nostro tempo e ai ragazzi che ci sono affidati, non possiamo prescinderne. La figura di Filippo, protagonista di At 8,26-40 su cui, guidati da don Michele Pace, abbiamo riflettuto all’inizio del week end di Spello, ci dà qualche indicazione in tal senso: come lui nei confronti dell’eunuco etiope incontrato sulla via di Gaza, anche noi dobbiamo farci prossimi ai desideri e alle aspirazioni degli uomini, specie di quelli più fragili, intercettandoli sulla loro strada.
Anche la Chiesa, inevitabilmente, deve far sue, e anzi le ha già fatte, le regole dei media, si è mediatizzata: ma quale modello insegue, quello della comunità o quello del network?

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica italiana