Cento anni di popolarismo, cento anni di impegno politico dei cattolici italiani

Vivere la libertà. La lezione di Sturzo

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di Alberto Ratti* - Il 18 gennaio 1919 è stato un momento molto importante nella storia del nostro Paese, un punto di svolta significativo e lungimirante: ha segnato ufficialmente la fine del non expedit e ha permesso per la prima volta l’impegno diretto dei cattolici nella politica nazionale.
Artefice di questo passaggio fu un cinquantenne prete siciliano, don Luigi Sturzo. Nato nel 1871 a Caltagirone, ordinato sacerdote nel 1894, perfezionò gli studi a Roma, dove si accostò alle dottrine di Giuseppe Toniolo e don Romolo Murri. Al ritorno in Sicilia, si dedicò all’attività politica (fu prosindaco della città natale per diverso tempo, essendo preclusa la carica di sindaco agli ecclesiastici). Durante la Prima Guerra Mondiale, Sturzo divenne figura importante nell’Azione cattolica nazionale, giungendo a ricoprire incarichi importanti all’interno di essa. Fu così che, anche grazie alle nuove aperture di papa Benedetto XV e al clima cambiato all’interno del tessuto ecclesiale, Sturzo poté fondare nel gennaio del 1919 insieme ad altri amici il Partito Popolare Italiano (PPI). Con il famoso Appello ai «liberi e forti», questo gruppo di amici presentò all’Italia intera il programma del nuovo partito: integrità della famiglia, libertà di insegnamento in ogni grado, diffusione dell’istruzione professionale, riconoscimento giuridico e libertà dell’organizzazione di classe nell’unità sindacale, legislazione sociale nazionale e internazionale che garantisse il pieno diritto al lavoro e ne regolasse i tempi e le modalità, libertà e autonomia degli enti pubblici locali, riorganizzazione della beneficenza e dell’assistenza pubblica verso forme di previdenza sociale, libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicazione del suo magistero spirituale, riforma tributaria generale e locale, voto femminile, una Società delle nazioni che provvedesse a mantenere la pace fra i popoli e promuovesse il disarmo universale. Come si può vedere, un programma articolato e molto ampio, innovatore e per nulla conservatore, in sintonia con i bisogni e le aspettative degli italiani di allora, lungimirante e profetico.

Il PPI nacque fin da subito come un partito aconfessionale e autonomo di credenti; nel primo congresso di Bologna del 1919 lo stesso Sturzo disse a tal proposito: «È superfluo dire perché non ci siamo chiamati partito cattolico. I due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, universalità; il partito è politica, è divisione». Fu scelto come simbolo per le liste elettorali lo scudo crociato: «Il segno scelto come distintivo della nostra lista è lo scudo crociato – simbolo dei Comuni e delle gloriose lotte per la civiltà contro i barbari e contro gli imperialisti – con dentro la parola Libertas, che indica tutta la nostra aspirazione di libertà contro il centralismo e l’oppressione statale, soffocatrice di ogni energia nuova, di ogni tentativo di vita vissuta nella febbre della moderna società, e non ultimo elemento provocatore dell’immane fenomeno della guerra».

A cent’anni di distanza da quell’Appello, trascorso del tempo dalla fine del partito di ispirazione cristiana del nostro Paese, possiamo vedere come l’originalità del popolarismo sturziano sia stata quella di aver armonizzato fra loro l’ispirazione religiosa, la concezione organica della società (intesa come partecipazione responsabile, sussidiaria e autonoma dei cittadini e dei corpi intermedi) e un riformismo coraggioso (animato dalla solidarietà e dall’uguaglianza, in alternativa ad una cultura liberale troppo individualista).
Possiamo quindi affermare che il popolarismo non è stato esclusivamente un generico richiamo alla visione cristiana della vita: è stato ed è tutt’ora, oltre a questo, anche qualcosa di più. Questo è il grande contributo dato da Sturzo all’impegno dei cattolici in politica: non averlo circoscritto ai soli credenti.

Il popolarismo ha superato e supera gli angusti confini e la logica ristretta del partito ideologico e si presenta, invece, come «area politica», cioè come programma eticamente fondato e socialmente coraggioso. Sebbene cristianamente ispirato, il popolarismo è aperto indistintamente a tutti i «liberi e forti», credenti e non credenti, che si riconoscono nei valori di libertà, democrazia, solidarietà, multilateralismo, accoglienza, dialogo, confronto, rispetto delle posizioni diverse.
Oggi, in un contesto storico caratterizzato dal risorgere di egoismi e interessi nazionali, da rigurgiti razzisti e xenofobi, dall’indifferenza nei confronti dei deboli e degli indifesi, dalla crisi della democrazia rappresentativa e delle istituzioni sovranazionali, in un Paese come il nostro dove la contesa politica e il dibattito sono continuamente urlati, frutto di propaganda, e dove appare evidente la disaffezione del popolo alla politica, il popolarismo può tornare d’attualità. La virtù della democrazia, infatti, non sta nel rendere più comodo, più facile, più permissivo il potere, ma nella capacità di accrescere responsabilità e convinzione all’interno delle parti, così che dal confronto (anche quello aspro) e dal conflitto prenda corpo il sentimento di un’impresa comune, di un impegno corale che poi, nella concretezza del divenire sociale, è il frutto della libertà di molti piuttosto che la concessione della libertà di pochi.

Ciò che può salvare l’Italia e l’Unione Europea odierni è evocare la partecipazione come risorsa per un recupero di autenticità della politica e di un rinnovato vigore democratico. Vigore democratico che non può essere rinchiudersi in se stessi né nei propri confini nazionali. Vigore democratico che si apre agli altri, si apre ai diversi, si apre a tutti i “liberi e forti”. Radicare la politica dentro la dimensione sociale (intendendo per politica la manifestazione della complessità e diversità della vita sociale, ma capace di connettere le diversità all’interno di un destino comune) vuol dire ritrovare la ragione morale della politica, perché è in questo radicamento che la politica giustifica il suo potere, rende feconde le sue competizioni, significativa la sua lotta. Il talento del popolarismo andrebbe riscoperto e rivalutato ora come quello che può ridare fiducia e voglia di futuro ad un contesto sociale che tende a smarrire un’idea di sé e declina piuttosto verso un aggregato di solitudini e individui, come tale debole di fronte alla tentazione dell’antipolitica, del populismo, dell’odio e del rancore. Riaffermare nel contesto odierno i valori e gli ideali del popolarismo significa tornare a fare politica in modo disinteressato, al servizio di tutti, soprattutto delle persone più deboli; il popolarismo è la concezione che più di tutte rimarca la centralità della persona, la libertà vera come capace di alimentare relazione ed autonomia, come capace di fare scelte e partecipare, l’anteriorità dell’uomo rispetto allo Stato (senza però negare la funzione umana dello Stato, che lega persona e società in un unico popolo), la libertà nella politica e nello Stato, non la libertà dalla politica e dallo Stato.

La libertà vera, vissuta, servita, difesa è sottolineatura della dignità dell’uomo e va prima di tutto vissuta, servita e difesa per gli altri. Solo in questo modo, sottolineando come la libertà possa essere piena in una relazione solidale, si definisce anche un’etica della responsabilità: libertà della persona come assunzione della propria responsabilità di fronte a se stessi, agli altri, alla propria comunità.
Il popolarismo sturziano può ancora oggi permettere il realizzarsi di un’attività politica più giusta e più equa, basata sui principi fondamentali della libertà, della solidarietà e della giustizia, dell’amore e della pace; un’attività politica che permetta il realizzarsi di una società in cui tutti possano sentirsi protagonisti, anche i più deboli e meno fortunati. Se in futuro, cattolici e non, ci impegneremo per una politica realmente popolare, «se ognuno di noi si impegna a farla vita, allora, certo, ci sarà più giustizia, ci sarà più capacità di pensare agli altri, più capacità di fratellanza, più capacità di camminare insieme, più capacità di amore».

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana