Pubblicato «Dialoghi» n. 4-2017

Violenza, diritto e giustizia

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Al di là di ogni sogno utopistico, il tempo che viviamo mostra crudele il trionfo della violenza nelle vesti più inedite. La violenza di genere, il terrorismo a matrice religiosa, le crescenti violazioni dei diritti umani sono solo alcuni volti di un fenomeno che accompagna l’umanità da sempre; come la considerazione che è solo nella ricostruzione delle relazioni che si possono immaginare argini credibili ed efficaci al dilagare della violenza. È la traccia su cui muove il Dossier «Violenza, diritto e giustizia» proposto da «Dialoghi» (n.4-2017, Editrice Ave) e curato da G. Dalla Torre (qui di seguito proponiamo l’introduzione) con i contributi di Ottavio. De Bertolis (L’errare dell’uomo: una prospettiva bibblico-teologica), Luigi Ciaurro (La violenza tra politica e diritto), Mattia. F. Ferrero (L’hate speech tra libertà di espressione e tutela della dignità), Consuelo Corradi (Forme del terrorismo moderno: le missioni suicide), Leonardo Nepi (La violenza di genere), Nicola Selvaggi (La “violenza istituzionale”).

Il numero del trimestrale promosso dall’Ac e diretto da P. De Simone si apre con l’Editoriale di Matteo Truffelli (Ius soli: per tornare a progettare il futuro) che mette in evidenza la necessità di cambiare la narrazione predominante della realtà dell’immigrazione, di aiutarci tutti insieme a guardare a essa come a un vero e proprio patrimonio del nostro tempo, una promessa di futuro, il segno di una realtà nuova che sta già prendendo forma.

Segue Primo Piano, con l’analisi geopolitica di Fulvio Scaglione (Dalla Catalogna al Kurdistan, il sogno impossibile dei popoli avidi), una lettura che offre interessanti termini di riferimento per una riflessione sul neo indipendentismo contemporaneo a partire da due casi di scuola. L’eredità della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani è il tema dell’articolo (L’interesse decisivo) di Mauro Magatti, segretario del Comitato scientifico-organizzatore delle giornate cagliaritane.

Nella rubrica Eventi e Idee il contributo di Gianni Borsa (Un faro di cultura e passione civile) dedicato alla storia del Premio Capri San Michele, esemplare nel volere coniugare i valori della cultura e della fede - di recente assegnato a «Dialoghi» per la sezione riviste 2017; e quello di Vincenzo Rosito (Essere Chiesa nella post-metropoli) che descrive come sia cambiato il volto della questione urbana, i bisogni e i desideri che individui e comunità sono chiamati ad armonizzare e definire, e su quanto questo coinvolga la Chiesa chiamata a confrontarsi con i nuovi contesti della società globale.

Si prosegue con la sezione Il libro i libri che ospita articoli di: Raffaele Maiolini (Ripensare la morte, nella luce di Cristo), a partire dai saggi raccolti in «Escatologia nel nostro tempo» di H. U. von Balthasar; Fabio Mazzocchio (Domande antiche, attuali risposte), a partire dagli scritti filosofici proposti da «Tradurre la Metafisica di Aristotele» di E. Berti; Marina Severini (Il femminile e la costruzione dell’umano), a partire dalla riflessione psicanalitica de «La costola perduta» di F. Stoppa; Paolo Trionfini (Lo stratega dello sviluppo italiano), a partire dalla biografia di «Sergio Paronetto» curata da T. Torrisi.

Chiude il numero la rubrica Profili che propone il ritratto (Egidio Tosato: costituzionalista e costituente) curato da Fernanda Bruno e dedicato a uno dei massimi giuspubblicisti italiani, protagonista del processo costituente, noto per il suo rigore scientifico e morale.

In allegato, il sommario del trimestrale

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Violenza, diritto e giustizia

Introduzione al Dossier a cura di Giuseppe Dalla Torre I nuovi volti della violenza. I contributi che seguono sembrano dominati da questo elemento: al di là di ogni sogno utopistico, al di là di più concrete aspettative, il tempo che viviamo mostra crudele il trionfo della violenza nelle vesti più inedite. L’esempio per eccellenza è quello del terrorismo a matrice religiosa che insanguina le nostre strade: paradosso – o provocazione – per la nostra età che si dice secolarizzata. Una violenza che, a differenza di altre, induce sgomento e panico a livello collettivo per l’imprevedibilità: è una guerra latente nella quale, a differenza dei conflitti del passato, il nemico non si distingue, non lo si vede, non si muove dietro a bandiere e con divise diverse dalle nostre, ma è come noi, è in mezzo a noi, mimetizzato ed evanescente.

Ed ancora, il nuovo volto della violenza di genere, quello che con un orrendo neologismo – il quale, pur non volendolo, cela una certa inclinazione discriminatoria – viene chiamato “femminicidio”. Sarebbe interessante sapere in quale misura sia un fenomeno nuovo, o piuttosto un fenomeno che solo ora emerge; sapere se è legato o meno alla crisi della famiglia; sapere se è favorito o meno dal contesto culturale che denota le nostre società. Certo la percezione è quella di un fenomeno dilagante, con manifestazioni sempre più efferate, che interpella non solo i responsabili della vita pubblica ma tutti noi.

Dunque, avendo messo alle spalle la stagione, lunga e sanguinosa, delle violenze di Stato e delle violenze allo Stato, con le relative ideologie ispiranti alla aggressività, sembrava di poter immaginare il ritorno ad una vita nella quale la violenza, pur inevitabile, era finalmente ricondotta nell’alveo tradizionale delle devianze nella vita sociale, contrastate dalla forza del diritto. Si trattava di un sogno immemore, perché la storia insegna che l’evolversi delle esperienze nel tempo conduce ineludibilmente alla nascita di nuove forme di violenza. Ma un sogno immemore anche perché il secolo che abbiamo alle spalle ha demitizzato l’idea di un diritto come forza, legittimata dalla giustizia, che si oppone alla violenza. Le orge del positivismo giuridico che si sono manifestate nei totalitarismi novecenteschi, infatti, hanno messo a nudo con gli occhi di poi il potenziale di violenza che può essere contenuto nel diritto positivo. L’avvenuta scoperta delle tragiche esperienze dei lager e dei gulag ha mostrato, in maniera inconfutabile, quante lacrime e quanto sangue seguano la impropria identificazione di legalità e legittimità, di diritto e giustizia.

La violenza ha volti nuovi; ma la violenza ha anche molte espressioni. A cominciare dalle guerre che travagliano varie parti del mondo: «Siamo già entrati nella terza guerra mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli», ha detto papa Francesco con un’espressione che è diventata comune. Si tratta di conflitti cui gli Stati democratici assistono inermi e le Nazioni Unite manifestano tutta la loro inanità. C’è la violenza che è alle origini del grande fenomeno emigratorio, dalle dimensioni bibliche, data dai retaggi dei depredamenti coloniali e dai cambiamenti climatici provocati dall’uomo; ma anche la violenza – quotidianamente sotto i nostri occhi – che si consuma nei confronti degli immigrati, disperati in cerca di condizioni di vita più umane. Ci sono le nuove forme di violenza nei confronti della vita dei più deboli: i non ancora nati, i minori, i malati, gli anziani, su cui disserta la bioetica talora con conclusioni anch’esse aggressive. Torna, dopo l’“età d’oro” del welfare, col declinare dello Stato sociale, la violenza in quello sterminato campo che è il lavoro ed annessi.

Paradossalmente, anche nel campo dei diritti umani, cioè di quelli che dovrebbero esserne i primari argini, dilaga la violenza. Uno fra tutti: la libertà religiosa. Gli analisti dicono che oggi, su dieci abitanti del pianeta, sette soffrono per violazioni della libertà di coscienza. È un mare sterminato, che ben si comprende solo che si guardi alla geopolitica. Ma la cosa più sorprendente è che, magari in forme criptiche o vellutate, anche nei nostri paesi democratici e giustamente orgogliosi dei propri ordinamenti giuridici supergarantistici, si consumano violazioni della prima delle libertà. Basti leggere la giurisprudenza di vari Stati, o quella europea, in materia di porto di simboli religiosi in ambienti pubblici o in luoghi di lavoro, per – forse sorpresi – rendersene conto.

A ben vedere contro i diritti umani c’è una violenza più sottile ed insidiosa, data dal loro sradicamento dalle antiche matrici giusnaturalistiche e dalla loro banalizzazione, che giunge talora alla giuridificazione dei desideri. Sicché i diritti umani finiscono per non essere più quelle spettanze da riconoscere ad ogni uomo, dappertutto, sempre, ma quelle riconosciute a chi ha la capacità di affermare se stesso su altri. Dunque la violenza riappare in un diritto non giusto.

Ovviamente sarebbe stato impossibile, nel breve spazio di un Dossier, affrontare un mare così articolato e complesso di tematiche. Ci si è limitati ad alcuni profili, eminentemente teorici, di un fenomeno che accompagna l’umanità da sempre. Perciò l’apertura del Dossier è data da un saggio biblico-teologico di Ottavio De Bertolis, il quale mostra come la violenza abbia origine sin dall’inizio della storia umana, nel peccato che è la negazione del limite, il quale intacca le tre relazioni comunionali: con Dio (Adamo ed Eva), con il fratello (Caino e Abele), con la creazione (Babele). Sicché è solo nella ricostituzione delle relazioni – il famoso “gettare ponti” di papa Francesco – che si possono immaginare argini credibili ed efficaci al dilagare della violenza.

Le necessarie distinzioni tra forza e violenza, il cui principio discriminatore è la giustizia, sono affrontate da Luigi Ciaurro, che le inquadra nel complesso rapporto fra Stato, politica e diritto. Si tratta di un rapporto non privo di ambiguità, nella misura in cui, come s’è più sopra accennato, Stato e diritto sorgono per arginare la violenza ma talora finiscono per servirsene.

I contributi successivi analizzano alcuni nuovi profili della violenza. Il primo è quello che attiene all’hate speech, o linguaggio d’odio: si tratta di un fenomeno in dirompente espansione, facilitato dai nuovi media, capace di generale episodi di intolleranza, discriminazione e violenza.

Altro caso è quello della “missione suicida”, vale a dire l’attacco violento quasi sempre causato da motivazioni politico-religiose e compiuto in modo cosciente da una persona che sceglie la popolazione civile come obiettivo e adotta un metodo di aggressione che richiede la sua propria morte come aspetto essenziale dell’azione. Affacciatosi verso la fine del secondo conflitto mondiale con i kamikaze, è un fenomeno che – come bene mostra Consuelo Corradi – si è venuto affermando dopo l’attentato alle Torri gemelle del 2001, e che manifesta una distruttiva ricerca di trascendenza.

Alla violenza di genere è dedicato il saggio di Leonardo Nepi, che dinnanzi alla problematicità del fenomeno individua linee di contrasto, tra l’altro smascherando il convincimento sempre più diffuso secondo cui alle sue radici sarebbe nientemeno che l’istituto matrimoniale, in quanto ritenuto come paradigmato sull’assoggettamento della donna all’uomo.

Infine Nicola Selvaggi esamina quella particolare violenza istituzionale che, anche negli ordinamenti democratici, è nascosta – ma non troppo – nella afflittività del sistema sanzionatorio penale. Da tempo si parla di una riconsiderazione, funditus, delle pene, nel quadro di una visione criminologica volta alla riconciliazione tra autore del crimine e vittima, vero presupposto per la riparazione del male fatto, per l’emenda del reo e per la pacificazione sociale.

Senza illusioni sulla reale possibilità di cancellare completamente un fenomeno che accompagna l’uomo dalle origini, perché è dentro l’uomo, i saggi raccolti nel Dossier inducono a pensare che non ci possa essere efficace contrasto della violenza a prescindere dalla preoccupazione di creare, mantenere, ricostruire relazioni. E qui la misura della relazione che è propriamente il diritto, come strumento non di potere ma di giustizia, ha molto da dire e da dare.