Risonanze sull’icona biblica che accompagnerà il triennio - Mc 16,1-8

Vi precede in Galilea

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di  Marco Ghiazza* - Vorrei condividere qualche risonanza su questa Parola che la Presidenza Nazionale ha individuato come riferimento per il cammino di questo triennio e che ha riportato come titolo degli “Orientamenti”.
Già questo di per sé costituisce una provocazione: è la Parola che orienta le nostre scelte e le nostre azioni? È la Parola che anima e alimenta la nostra Passione Cattolica?

PASSATO IL SABATO: il tempo della speranza
Questa pagina si apre con una indicazione di tempo che può divenire atteggiamento, modo di porsi e di stare in mezzo agli altri: “Passato il sabato”.
Non un sabato qualunque, ma “quel” sabato, quello che noi chiamiamo, nel linguaggio dei riti, Sabato Santo.
Il Sabato Santo è quel giorno che sintetizza tante condizioni: il silenzio, l’attesa ed anche la paura. Può diventare rimando pure a quella strana – e talvolta falsa – prudenza di chi non si decide mai e si ripara dietro a formule evasive: “Non è opportuno”.
Il Sabato Santo è il giorno dello scoraggiamento, talvolta della rassegnazione.

Il Vangelo ci annuncia che il Sabato è “passato”. Siamo chiamati ad abitare questo tempo con questa consapevolezza: che l’attesa non sarà senza compimento; che la paura può essere superata; che la pigrizia non può più travestirsi da prudenza. Che nessuno di noi è chiamato allo scoraggiamento, né alla rassegnazione. È anche questo il nostro “#futuropresente”.

Ci sono persone che vivono il Sabato Santo come una condizione, uno stato di vita.
Il 30 aprile Papa Francesco ha detto: “Cari ragazzi, giovani e adulti di Azione Cattolica: andate, raggiungete tutte le periferie! Andate, e là siate Chiesa, con la forza dello Spirito Santo”.
Ecco: siamo chiamati a raggiungere quanti sono nell’ombra del Sabato con l’atteggiamento di chi crede che quel Sabato sia già stato raggiunto dalla luce. La nostra non è arroganza, ma è la missione di aprire, anche oggi, “sentieri di speranza”.
Sì: se il Sabato Santo è ancora presente nelle vicende che affrontiamo, crediamo che però non ne rappresenti l’esito.

Come disse Gabriel Garcia Marquez – citato dal Papa durante il viaggio in Colombia – “…davanti all’oppressione, il saccheggio e l’abbandono, la nostra risposta è la vita. Né diluvi né pestilenze, né fame né cataclismi, e nemmeno le guerre infinite lungo secoli e secoli hanno potuto ridurre il tenace vantaggio della vita sulla morte. Un vantaggio che aumenta e accelera”

“Passato il sabato”: ecco la fonte profonda del nostro impegno, dell’azione, della “passione cattolica”; ecco il nostro modo di leggere la storia e di abitare il tempo.

LE DONNE VERSO IL SEPOLCRO: dal “tra noi” al “con tutti e per tutti”
Il tempo della nuova creazione, il tempo dell’aurora segnalati dal giorno e dall’orario in cui Marco ricorda il cammino di tre donne verso un sepolcro: Il primo giorno – ovvero il “giorno uno” della Genesi - al levar del sole.
Le tre donne sono un’immagine, persino un ammonimento.
Nel corso di un appuntamento dedicato al discernimento, ci troviamo di fronte a tre donne che si pongono domande.
Sono, dunque, le nostre “patrone”? Non esattamente.
Ma rischiano di divenire le nostre icone, l’immagine che ci descrive.

“Dicevano tra loro”, tra loro.
Il discernimento può talvolta essere confuso con questo parlare “tra noi”, che finisce per essere un parlarci addosso.
Attenzione: le donne (i discepoli) diventano comari se si incontrano per la lamentela e non per la ricerca.
È vero: le fatiche esistono; talvolta appaiono insormontabili, insuperabili, al di sopra delle nostre capacità e della nostra sopportazione, come il masso che le donne temevano di dover spostare con le sole loro forze.
È questo fare riferimento anzitutto a noi stessi e alle nostre capacità che ci rende comari.
Nel guardare a noi stessi i sassolini diventano massi, perché quando lo sguardo si restringe, le proporzioni cambiano.

Nella preghiera noi coltiviamo, custodiamo questa fiducia e questo stupore: il masso è già stato rotolato. Anche in questo il Signore ci precede. La sua Grazia “fa nuove tutte le cose” e ce le ridona.

Così le nostre domande si trasformano: non ci chiediamo tanto come e con quali forze “far rotolare le pietre”; piuttosto, come discepoli-missionari, ci domandiamo come annunciare ad ogni uomo – a partire dai più oppressi dai pesi della vita – che “le pietre sono state rotolate” da un Amore capace di vincere la morte.

Ecco il discernimento: non un parlare “tra noi”, quanto il contemplare insieme la forza della Risurrezione e, alla luce della Pasqua, rileggere la storia.

VI PRECEDE: abitare la Galilea
Quindi una voce: “Non è qui” e “Vi precede” “lo vedrete”
“Non è qui”. Sono, al tempo stesso, le parole più complesse e più affascinanti.
Descrivono un’assenza e, lo sappiamo per esperienza, nessuno di noi accetta facilmente di non poter vedere, incontrare la persona o le persone alle quali è particolarmente affezionato.
Il Vangelo non vuole alimentare la nostalgia, ma la ricerca.
Così “Non è qui” non diventa la parola che condanna alla mancanza, ma diviene lo sprone per abbandonare ogni presunzione, ogni arroganza, ogni pretesa di fissare – come tentò di fare Davide – una dimora stabile per il Signore. “Non è qui” è la parola che definisce i “credenti inquieti”, coloro che non si stancano di cercare il Signore della vita e della storia.

“Vi precede”: ecco perché a ragione parliamo di una Chiesa “in uscita”.
Il Risorto ci precede: è bene collocarci nell’atteggiamento che questa indicazione ci suggerisce.
Non ci sono più “precursori”, come fu per Giovanni il Battista e come alle volte capita di sentirci, in quella “responsabilità” - talvolta presunzione - di “portare Dio” quasi fosse una nostra proprietà.
Non ci sono precursori ma uomini e donne che condividono il loro essere stati raggiunti dall’amore di Dio.
Non precursori, ma cercatori.
Non portatori, ma contemplatori di un Dio perennemente all’opera nella Galilea di ciascuno.

“Lo vedrete”. Vedere Dio è stata sempre una delle massime aspirazioni di ogni uomo.
Fu la richiesta di quei Greci che avvicinarono Filippo e scoprirono che Dio si manifesta nella piccolezza di un seme e nel donarsi fino in fondo.
Ma non si tratta forse tanto di vedere Dio con gli occhi del mondo.
Rischieremmo di idolatrare le circostanze così come ci si presentano; rischieremmo di fare di qualcosa che abbiamo prodotto il nostro Dio: magari per “sentirlo” più vicino a livello emotivo; tanto vicino da essere controllabile; tanto simile alla nostra vita da non stimolare più alcun cambiamento, nessuna conversione.
Non si tratta di vedere Dio con gli occhi del mondo, quanto piuttosto di guardare il mondo con gli occhi di Dio.
Ecco perché si torna in Galilea, nella terra della ferialità, con lo sguardo purificato dalla Passione e rinnovato dalla Pasqua: per “fare di Cristo il cuore del mondo”, come recita un’antifona.

Come dicono gli Orientamenti 2017-2020: “Andare in Galilea non significa certo, “andare fisicamente” ma riscoprire il Battesimo come sorgente viva. Così come … e là lo vedrete non indica una vista fisica, bensì una profonda esperienza interiore: non si può credere che Gesù è risorto finché non lo si sperimenta nella propria esistenza”.
Ogni casa è Galilea, luogo in cui il Risorto si rende presente a coloro che custodiscono uno sguardo contemplativo.
Come raccontava il père Aimé Duval: “A casa mia la religione non aveva nessun carattere solenne: ci limitavamo a recitare quotidianamente le preghiere della sera tutti insieme. Però c’era un particolare che ricordo bene, e me lo terrò a mente finché vivrò. Le orazioni erano intonate da mia sorella e, poiché per noi bambini erano troppo lunghe (duravano circa un quarto d’ora), capitava spesso che lei a poco a poco accelerava il ritmo, ingarbugliandosi e saltando le parole, finché mio padre interveniva intimandole severamente: “ Ricomincia da capo!”. Imparai allora che con Dio bisogna parlare adagio, con serietà e delicatezza. Mi rimaneva vivamente scolpita nella memoria anche la posizione che prendeva mio padre in quei momenti di preghiera. Egli tornava stanco dal lavoro dei campi, con un gran fascio di legna sulle spalle. Dopo cena s’inginocchiava per terra, appoggiava i gomiti su una sedia e la testa fra le mani, senza guardarci, senza fare un movimento né dare il minimo segno d’impazienza. Ed io pensavo:”Mio padre, che è così forte, che governa la casa, che sa guidare i buoi, che non si piega davanti al sindaco, ai ricchi, ai malvagi… mio padre davanti a Dio diventa come un bambino. Come cambia aspetto quando si mette a parlare con Lui! Dev’essere molto grande Dio, se mio padre gli s’inginocchia davanti! Ma dev’essere anche molto buono, se si può parlargli, senza cambiarsi il vestito!”... Al contrario, mia madre si sedeva in mezzo a noi, tenendo in braccio il più piccolo. Recitava anche lei le orazioni dal principio alla fine, senza perdere una sillaba, ma sempre a voce sommessa. E intanto non smetteva un attimo di guardarci, uno dopo l’altro, soffermando più a lungo lo sguardo sui più piccoli. Ci guardava, ma non diceva niente. Non fiatava nemmeno se i più piccoli la molestavano, nemmeno se infuriava la tormenta sulla casa. Ed io pensavo: “Dev’essere molto semplice Dio, se gli si può parlare tenendo un bambino in braccio e vestendo il grembiule. Ma dev’essere anche una “persona” molto importante, se mia madre quando gli parla non fa caso neppure al temporale!”.  Le mani di mio padre e le labbra di mia madre m’insegnarono ad amare Dio”.

Le mani di mio padre; le labbra di mia madre… e potremmo, vorremmo dire: la premura del mio presidente; la discreta vicinanza del mio assistente; le intuizioni dei ragazzi; il coraggio dei giovani; la responsabilità degli adulti; la fiducia degli anziani… mi insegnarono e mi insegnano ad amare Dio.

E, amando Dio, ad amare con lui e in lui questa vita; ad amarne le dinamiche, le relazioni buone e persino le tensioni.
Mi insegnano a “gettare il ponte sul mondo”, secondo l’espressione di don Primo Mazzolari in uno scritto – a mio modesto giudizio attualissimo – sul ruolo dell’Azione Cattolica nella parrocchia.
Mi insegnano ad “amare anche quello che non possiamo accettare, anche quello che non è amabile, anche quello che pare rifiutarsi all’amore, poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore c’è insieme a una grande sete d’amore, il volto e il cuore dell’Amore. Ci impegniamo perché noi crediamo all’Amore, la sola certezza che non teme confronti, la sola che basta per impegnarci perpetuamente” (don P. Mazzolari, “Impegno con Cristo”).

Uscire per fuggire?
Usciamo anche noi, come nella conclusione di questa pagina.
Ma non lo facciamo più pieni di spavento, ma di coraggio.
Non più muti, ma desiderosi di “vivere la dolce e confortante gioia di evangelizzare. Questo è ciò di cui abbiamo bisogno dall’Azione Cattolica” (Papa Francesco, 27 aprile 2017).
Questo è ciò di cui ha bisogno l’Azione Cattolica.

*Assistente centrale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi – Lectio tenuta al Convegno dei Presidenti e Assistenti diocesani unitari e regionali di Ac, Bologna, 9 settembre 2017