Questioni sociali (ed economiche) da affrontare

Ritratto di un paese in ritardo

Versione stampabileVersione stampabile

L’Italia è un paese che non fa più figli (e che non spera), dove mancano politiche stabili per la natalità, a partire dalla conciliazione vita-lavoro e dal sostegno economico per le famiglie; un "sistema lavoro" che appare ben lontano dal saper affrontare la quarta rivoluzione industriale, l’industry 4.0, in ritardo nella cultura d’impresa e con forti dislivelli nel rapporto tra formazione e occupazione; un paese, il nostro, dove 1 cittadino su 6 vive in condizioni di povertà o forte deprivazione, e dove c’è ancora molto da fare sul piano della giustizia sociale e per far crescere il “senso civico e il senso di appartenenza alla comunità politica e civile".

di Andrea Casavecchia*

Crisi demografica: un paese senza bambini è che non spera
Il numero dei nuovi nati è sempre più basso. Non sono soddisfatte le aspettative di genitorialità rispetto alla realtà. Inoltre aumentano i grandi anziani e gli anziani non autosufficienti. Si aprono problemi riguardo al sistema sanitario oltre alla conferma delle difficoltà del sistema pensionistico.

La vera emergenza del paese è il crollo della natalità. Possiamo rintracciare tre cause, se scorriamo i rapporti Istat. La prima: il passaggio del testimone tra le donne della generazione del baby boom le molte nate tra il 1965 e il 1975 che sono uscite o stanno uscendo dall’età feconda), e le donne della generazione del baby bust, (le poche nate tra il 1976 e il 1995, anno in cui il tasso di fecondità ha toccato il fondo: 1,19 figli per donna). Secondo il calcolo degli statistici i tre quarti della diminuzione delle nascite di oggi dipende dalla diminuzione numerica della popolazione femminile in età feconda. La seconda: l’altro quarto sarebbe dovuto alla minore propensione alla genitorialità: qui c’è un forte condizionamento dovuto alla crisi economica: si verifica infatti una forte contrazione del numero dei primi figli (-20% rispetto al 2008). Il dato sarebbe attribuibile alla diminuzione del numero di matrimoni conseguente agli anni della crisi, perché come afferma l’Istat: in Italia i figli nella stragrande maggioranza dei casi (oltre il 70%) nasce all’interno del matrimonio e tra questi il 50% dei primogeniti nasce entro tre anni dalle nozze. La decisione di rimandare le nozze a causa delle difficoltà economiche che si sono registrate in questi ultimi anni diventa un motivo di calo delle nascite. C’è poi un terzo fattore culturale. Risulta evidente la differente costante tra il tasso di fecondità delle cittadine italiane e quello delle cittadine straniere: rispettivamente 1,26 contro 1,97 nel 2016. Si evidenzia una minore propensione delle nostre giovani alla genitorialità. Dentro questo indicatore si nasconde la difficoltà a coniugare prospettive di vita lavorative e professionali (dall’indipendenza economica alla soddisfazione per la propria professione) con la famiglia.

In Italia mancano politiche stabili per alimentare la natalità, a partire dalla conciliazione vita lavoro e dal sostegno economico per le famiglie.

Trasformazione del mondo del lavoro
Si parla di quarta rivoluzione industriale
(Industry 4.0). Tutto il processo produttivo si ricalibra sull’Internet of things. Si va verso l’idea dell’artigiano che confeziona su misura, piuttosto che la fabbrica di massa. Alcuni studi prevedono che nei prossimi 20 anni il 47% dei lavori che conosciamo non ci saranno più (The Future Laboratory, 2016). Molti lavori si trasformeranno, alcuni scompariranno. Siamo preparati? C’è un ritardo nella cultura d’impresa e del lavoro in Italia. Inoltre non abbiamo strutture territoriali di orientamento al lavoro. Non sappiamo di cosa c’è bisogno.

Fattori nuovi: si consolidano anche aziende “virtuali” che stimolano la Gig economy. Forniscono piattaforme dove persone offrono prodotti da loro confezionati o servizi da loro organizzati e somministrati. È importante affrontare il problema delle condizioni con cui questi lavori vengono eseguiti, va preparato un sistema di tutele e di protezione per i lavoratori che rischiano di rimanere schiacciati e imprigionati dagli algoritmi che governano le scelte delle piattaforme digitali.

I dati Ocse rilevano la continua riduzione del numero di lavoratori a media qualifica. Però, mentre negli altri paesi dell’Europa occidentale cresce il numero di lavori più qualificati, in Italia questo non avviene. Qui aumenta il numero dei lavoratori a bassa qualifica: commessi, assistenti familiari, occupazioni manuali a basso profilo professionale. Viviamo un problema di overskill, perché il 18% dei laureati svolgono attività che richiedono competenze minori di quelle da loro acquisite e il 35% di loro lavorano in settori incoerenti rispetto ai loro curricula.
Ci sono carenze da attribuire al ciclo di istruzione-formazione: il numero dei laureati tra i 25 e i 35 anni è inferiore alla media dei paesi economicamente sviluppati: il 20% contro il 30% (Ocse, 2017). molti giovani che abbandonano precocemente il percorso di studi: I dati Eurostat (2017) mostrano che nel 2016 gli early school leavers sono in media intorno al 10,7% nell’UE, ma alcuni paesi come la Spagna o la Romania sono oltre il 18% e anche in Italia la quota non scende sotto il 14%.

Povertà
L'ultimo Report ISTAT indica che il 12,1% della popolazione versa in stato di grave deprivazione. C'è poi un ulteriore 12,8% % tra le famiglie che affrontano una forte inabilità lavorativa.
L’introduzione del Rei prevede per la prima volta in Italia una misura a carattere universale, cioè rivolta a tutti, salvo poi indicare un fondo limitato che sarà accessibile per ora a meno della metà di quanti ne avrebbero bisogno. La misura prevede un investimento per rilanciare i servizi territoriali.
Per uscire dalla condizione di povertà il contributo economico sicuramente utile, non è sufficiente. Vanno considerate le peculiarità dei poveri per promuovere le loro potenzialità. In Italia ci sono almeno tre elementi caratterizzanti:

  • la debolezza dell’assistenza alle famiglie: i dati Istat mostrano che livelli di povertà in Italia aumentano con la crescita del numero dei componenti del nucleo familiare e l’incidenza è maggiore in presenza di minorenni, così le famiglie in condizione di povertà assoluta con un solo figlio sono il 4,9%, il 6,5% se minorenne. Poi con due figli minori si arriva all’11,2% e con famiglie numerose il picco raggiunge il 18,3% (Istat, Data warehouse 2016).
  • Il lavoro povero: l’instabilità lavorativa è spesso accompagnata da una diminuzione della remunerazione. Dopo la crisi economica del 2008 crescono in tutta Europa i workingpoor, persone che lavorano ma non guadagnano abbastanza per vivere in modo dignitoso. La loro incidenza in Italia tra le persone a rischio di povertà è dell’11,5% sul 28,7%, in Germania è del 9,7% sul 20%, in Spagna del 13,1% su 28,6% (Eurostat Eu Silc, 2015).

A questi va aggiunta la divaricazione territoriale: Nel Mezzogiorno quasi una persona su due è a rischio povertà (46,4%). Si evidenzia un problema strutturale che riguarda la mancanza di opportunità lavorative e di infrastrutture che chiede un progetto di sviluppo più che un intervento sulla povertà.

È necessario promuovere la seconda gamba del Rei non può rimanere un’erogazione di fondi, va completato il processo attraverso il coordinamento e lo stimolo dei servizi sociali perché le persone siano accompagnate verso un percorso di autonomia. La realizzazione della Riforma del Terzo settore potrebbe essere uno stimolo.

Riforma del Terzo settore e la qualità del welfare locale…
La distribuzione delle realtà organizzate della società civile è fortemente eterogenea sul territorio. Questo creerà disuguaglianze nei servizi per i cittadini. Mentre in proporzione è abbastanza ripartito il numero delle organizzazioni ripartite sul territorio nazionale, sebbene sia più presente nel Nord del paese piuttosto che nel Sud, le risorse economiche e la ripartizione percentuale dei volontari è molto squilibrata. In tutto il Nord Italia le entrate delle istituzioni non profit arrivano al 56% mentre nel Mezzogiorno (Sud ed Isole) raggiungono il 12% del totale. Simile situazione si riscontra sulla percentuale dei cittadini impegnati nel volontariato: nel Mezzogiorno si arriva al 20% del numero complessivo, contro il 58% del Nord. Se si vuole concentrare molti compiti di welfare nel Terzo Settore è importante anche verificare le risorse attuali, altrimenti lo squilibrio territoriale continuerà ad incidere sui livelli di benessere dei cittadini.

… e del servizio civile
All’interno della riforma del Terzo settore è collocata quella del servizio civile che diventa universale potrebbe considerarsi uno strumento per alimentare il “senso civico e il senso di appartenenza alla comunità politica e civile” degli italiani a partire dalle nuove generazioni. Ci sono almeno due questioni: il legislatore demanda la decisione alle disponibilità d cassa di ogni anno. Inoltre ci sono enti di dimensioni e strutture completamente diverse, alcuni hanno un radicamento nazionale altri sono invece specifici e operano solo su alcuni territori. Si rischia una presenza a macchia di leopardo su territorio nazionale. Questo rende meno universale il servizio civile.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana