La situazione della scuola italiana

È davvero una “buona scuola”?

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a cura di Andrea Dessardo* - La scuola – quella italiana, ma non solo – è adatta a sostenere la nostra società? Ciò che insegna è davvero utile alla vita di oggi?
Quasi ogni governo, tra quelli che si sono succeduti negli ultimi vent’anni, s’è posto l’ambizioso obiettivo di riformarla, con effetti ambigui, parziali e puntualmente ridiscussi dalla maggioranza parlamentare emersa all’inizio del nuovo ciclo elettorale: Berlinguer, Moratti, Fioroni, Gelmini, da ultima la Giannini, con la legge 107/2015, definita da Matteo Renzi la “Buona scuola”. In questa lunga serie di manovre emerge tuttavia la tendenza a favorire le cosiddette “competenze” in luogo delle nozioni, e la convinzione di dover astrarre la scuola dalla sua tradizionale autoreferenzialità per metterla a contatto con le altre istituzioni di quello che si ama chiamare il “territorio”.

Quelle che oggi vengono dette “competenze” si rifanno alla ben nota formula dell’«imparare a imparare» in voga negli anni Ottanta, quando furono riscritti i programmi delle scuole elementari italiane sull’onda delle teorie del pedagogista americano Jerome Bruner. Il presupposto è corretto: mutando le tecnologie e, di conseguenza, il mondo del lavoro tanto in fretta, ogni insegnamento risulta inevitabilmente obsoleto in breve tempo. Per cui, anziché ammannire nozioni, la scuola dovrebbe piuttosto modellare una forma mentis in grado di adattarsi via via ai cambiamenti. Gli effetti sui curricoli sono stati evidenti: la storia e la geografia vanno gradualmente trasformandosi in generici “studi sociali” di matrice anglosassone; molti autori della nostra letteratura sono usciti dal canone; lo studio mnemonico è, per l’appunto, ormai soltanto un ricordo; più spazio alle lingue straniere, in particolare all’inglese (che però viene insegnato come fosse latino, ossia non per essere parlato...); sempre più marginali il greco e il latino, il liceo classico arretra in favore dei licei linguistici e scientifici che invece guadagnano posizioni anche sugli istituti tecnici (la Gelmini li aveva nobilitati a licei) e professionali (che invece la stessa Gelmini aveva ulteriormente penalizzato affidandoli agli enti locali).

I più critici vedono in questo processo un generale e inarrestabile decadimento dell’istruzione. Certo diminuisce al contempo, anche se non abbastanza, la dispersione scolastica e, in linea generale, aumentano le iscrizioni all’università, cui si demandano oggi quelle funzioni che erano un tempo delle scuole medie superiori; al punto che per tante professioni, per cui un tempo non era richiesto nemmeno il diploma di maturità quinquennale, oggi è necessaria la laurea (l’infermiere, per esempio, o il maestro elementare). Vi sono in questo effetti positivi, altri meno: aumentano gli anni di scuola, aumenta perciò, in qualche modo, la protezione sociale; aumenta però anche l’età del primo impiego e, di conseguenza, dell’autonomia personale.
La sensazione sgradevole è che mentre diminuisce l’impegno richiesto nello studio e quanto effettivamente s’impara a scuola, le differenze sociali sono ancora lontane dall’appianarsi. Si vada oggi in un liceo classico e in un istituto professionale per accertarsene.

Nel contesto attuale, ci troviamo nella fase di piena applicazione della “Buona scuola”: pertanto ci concentreremo principalmente sull’osservazione dei primi risultati di questa, piuttosto che proporre soluzioni radicalmente nuove. I punti più rilevanti riguardano l’attuazione dell’autonomia scolastica, già prevista dalla legge 59/1997 (e disciplinata dal DPR 275/1999) ma mai realmente recepita, e il sistema d’alternanza scuola-lavoro, che se correttamente attuato potrebbe davvero rivoluzionare l’esperienza scolastica di molti studenti. Qualche riflessione, infine, è riservata alla reale capacità della scuola di essere “democratica” e inclusiva.

L’autonomia scolastica e il ruolo del dirigente
Uno dei punti più contestati della riforma riguarda la maggior responsabilizzazione del dirigente scolastico e il suo “potere” sui docenti. Benché una simile personalizzazione del ruolo comporti dei rischi, il rafforzamento della figura del dirigente è tuttavia importante per l’attuazione di una reale autonomia delle scuole e per la valorizzazione dell’offerta formativa dei diversi istituti. Spetta oggi infatti al dirigente scolastico garantire la migliore gestione delle risorse umane, finanziarie e materiali ed egli è responsabile dei risultati; ciò anche con una possibilità di valutazione del lavoro degli insegnanti (insieme all’apposito Comitato di valutazione del servizio composto da tre docenti, da genitori, studenti e da un rappresentante nominato dall’Ufficio scolastico regionale), che concretamente si traduce anche nell’erogazione di “premi di merito” in denaro.

La valutazione equa e trasparente dovrebbe divenire, nel nuovo sistema, un elemento centrale sia all’interno delle singole scuole, sia nel confronto fra di esse. Su questo secondo aspetto ricopre una certa importanza il Piano dell’offerta formativa, la cui programmazione è oggi su base triennale, garantendo così un minimo di continuità ai progetti e facendo sì che esso non sia più percepito come un dato accessorio, ma come parte determinante del profilo di una singola scuola.

L’alternanza scuola-lavoro
La nuova normativa prevede almeno 400 ore di tirocinio in azienda da svolgersi negli ultimi tre anni di scuola nel caso di istituti tecnici e professionali, ridotte a 200 per i licei, da svolgersi anche fuori Italia o durante la pausa estiva. L’idea è interessante e all’estero (in particolare in Germania) ha dato frutti molto buoni. Preoccupa, tuttavia, l’approssimazione con cui tale riforma è stata varata, dal momento che il nostro sistema produttivo, fondato perlopiù sulle piccole e medie imprese, non sembra in grado di poter assorbire una tale massa di stagisti, che spesso, purtroppo, vengono relegati a ruoli marginali. Non si può comunque negare che entrare in contatto fin da giovani con l’ambiente lavorativo è un fattore positivo: la scuola deve anche preparare all’ingresso nel mondo del lavoro ed è in quest’ottica che si muovono soprattutto le istituzioni europee, fautrici della “scuola delle competenze”.

La scuola per tutti
Un ultimo aspetto da sottolineare riguarda la capacità della scuola di essere realmente un veicolo di mobilità sociale, di pari opportunità e di eguaglianza, facendo sì che anche i figli di famiglie dotate di meno mezzi, tanto economici che culturali, possano aspirare a raggiungere i massimi livelli. I dati purtroppo sembrano invece confermare come la scuola non sia in grado di compiere quest’opera di giustizia sociale, dal momento che le vittime della dispersione scolastica sono sempre principalmente i ragazzi delle classi subalterne, e che tra le scuole esiste una gerarchia di reputazione che relega i “peggiori” negli istituti professionali: “peggiori” che sono quasi sempre i figli della classe operaia e, sempre più spesso, di immigrati, non di rado più in difficoltà dei figli nell’esprimersi correttamente in italiano, nel comprendere la cultura del Paese in cui vivono, nel rapportarsi in maniera adeguata con l’autorità.

Tale selezione viene operata nel passaggio dalla secondaria di primo grado (scuola media) a quella di secondo grado: il grosso degli abbandoni si verifica infatti nel biennio della scuola superiore, quando le disparità che l’uniformità del ciclo precedente (primaria + secondaria di primo grado) aveva celato, vengono messe in evidenza dalla scelta dell’indirizzo successivo: i “migliori” vengono invitati a iscriversi a un liceo, gli altri a seguire, creando così dei ghetti (e continuando a considerare come meno nobile il lavoro manuale). La possibilità di poter cambiare scuola con facilità nel corso dei mesi e degli anni successivi è poco più che solo teorica, in quanto le scuole superiori sono tra loro sostanzialmente diverse le une dalle altre.

Il problema c’è ed è evidente, ma è arduo indicare delle soluzioni univoche. L’uso dei voti, che vorrebbe essere imparziale, oggettivo, nel trascorrere dei mesi contribuisce a far identificare – agli occhi dell’insegnante, ma anche dello stesso studente – l’alunno con il suo voto medio, finendo per far sclerotizzare le possibilità di miglioramento; anche la tradizione dei compiti a casa, diffusa in Italia assai più che all’estero, fa sì che chi ha alle spalle una famiglia più consapevole dell’importanza dello studio, ottenga migliori risultati di chi non può contare sul sostegno dei genitori; la didattica, infine, è ancora legata a tradizioni novecentesche, alla lezione frontale con interrogazioni e prove scritte programmate.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana