I profili del corpo elettorale

Caccia all'Elettore che non c’è

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di Luigi Alici*- Le elezioni politiche in Italia sono ormai alle porte. Ogni tornata elettorale è importante nella vita democratica di un Paese, ma è inutile nascondersi che questa volta avvertiamo di essere davanti a una svolta, forse un punto di non ritorno.
Un ritorno frettoloso e rabberciato al sistema proporzionale, più o meno corretto, ha scatenato una guerra di alleanze strumentali e ricatti sotto banco, indegni di un paese democratico.
La storica confluenza di appartenenze politiche diverse nella esperienza dell’Ulivo appare sempre più in bilico: gli apparati di partito del PD che hanno fatto finta di credere nelle primarie, dopo averle perse si sono ripresi la propria autonomia.
In un sistema-paese messo a terra dalla corruzione, impoverito dalla crisi e impaurito dagli “stranieri”, stanno crescendo, paradossalmente, due proposte politiche di segno contrario: accanto a chi rivendica il monopolio del “nuovo”, in nome di un purismo che è difficile realizzare persino in casa propria, riprendono fiato quelli che invece sognano il “vecchio”, anche a costo di imbarcare nell’impresa nostalgie eversive senza la capacità di controllarne le pulsioni più violente, dopo averle irresponsabilmente sdoganate. Qualche mese fa, in tempi non sospetti, ho provato a fotografare alcuni attributi fondamentali che, a mio giudizio, dovrebbero essere alla base di un autentico impegno politico: I cinque gradini per (non) scendere (troppo) in politica. Temo - ahimè - che oggi si possa aggiungere (o togliere) poco.
Potrebbe essere utile, invece, rovesciare l’obiettivo e “fotografare i fotografi”, cioè fare l’identikit non di alcuni candidati ma di alcuni elettori. E siccome è molto di moda contrapporre ai vizi dei primi le virtù dei secondi, vorrei provare questa volta a capovolgere l’ottica, per cercare di vedere che cosa non va nell’elettorato che affronta in modo così impolitico - spaventosamente umorale e del tutto inadeguato - un appuntamento vitale per il presente e il futuro del nostro Paese. Per simmetria, anche in questo caso, vorrei indicare 5 atteggiamenti di base. Non nego la responsabilità dei politici nell’alimentare questi atteggiamenti, ma almeno per un momento proviamo soprattutto a rimuovere la trave dal nostro occhio…

1. Antipatia viscerale
Un mix di spettacolarizzazione mediatica e di falso presidenzialismo sta trasformando il voto in un applausometro. Il partito, di fatto, è una persona, non un progetto e una squadra. E la persona diventa immediatamente un eroe o un nemico non per le cose che ha detto o fatto, nelle condizioni in cui si trovava, ma per i suoi tic, il suo carattere più o meno telegenico, le sue battute, il suo “piglio”. Insomma, alla fine, è solo questione di feeling. Risultare visceralmente simpatico o antipatico, per un uomo politico, non è come ispirare o meno fiducia: la fiducia è fatta di credibilità, di storia personale, di relazioni; la simpatia tocca invece le corde più superficiali e immediate dell’emozione. Il manicheismo insindacabile nella classificazione delle persone ne è una prova inequivocabile: la scena politica è fatta solo di campioni o di manigoldi, senza via di mezzo. Non riusciamo più a distinguere la singola azione dalla globalità di un comportamento politico, e la globalità di un comportamento politico dalla dignità della persona. Dobbiamo ammetterlo: gli elettori viscerali aumentano, la maturità di giudizio si abbassa.

2. Risentimento cieco
Il risentimento è uno stadio ulteriore rispetto all’antipatia: si tratta di un’antipatia potenziata dalla rabbia, accecata dall’ira, spesso avvelenata dall’odio, che scatena una escalation alla fine incontrollabile. A questo livello, le parole prendono il posto delle emozioni, innescando una miscela pericolosa, il cui detonatore è rappresentato dalla logica del “capro espiatorio”. Quando le cose ci vanno male, basta intercettare il qualunquismo distruttivo che dilaga ovunque (dal parrucchiere alla metropolitana…), rilanciato dal tam tam dei social, per scaricare su un altro le colpe di tutto. Il risentimeno non va troppo per il sottile: ogni distinguo nasconde un complice pericoloso. Soprattutto non riesce quasi mai a trasformare l’energia distruttiva in energia costruttiva: oltre il grande falò purificatore, in cui dovranno bruciare le persone insieme alle istituzioni, non c’è molto altro che conta.

3. Superficialità miope
Uno stadio più evoluto e “civilizzato” del risentimento è quello di chi vorrebbe guardare ai risultati immediati più che lasciarsi dominare dalle “passioni tristi”. Tuttavia è un elettore di corte vedute: non ha una buona memoria e si dimentica facilmente del passato; non guarda lontano, diffida di progettualità impegnative, ama le cose a portata di mano, si lascia irretire dalle facili promesse. Cambia spesso casacca, la fedeltà non è il suo forte. Per questo, è affascinato dalle persone brillanti - quasi sempre dirette e superficiali -, che presentano una lista di misure immediate: i primi 100 giorni, il primo giorno, il primo atto di governo… La politica è una cosa complicata; meglio un uovo oggi che una gallina domani. Non potendo avere troppo, accontentiamoci di qualcosa.

4. Lobbismo interessato
A un altro livello collocherei l’elettore interessato a conseguire un obiettivo preciso, spesso settoriale, ma per lui molto importante. Il disegno più ampio gli interessa di meno; è persino disposto a chiudere un occhio (in qualche caso tutti e due), pur di portare a casa un impegno preciso per il proprio gruppo. Infatti, non agisce quasi mai da solo; fa parte di un gruppo di pressione organizzato, al quale manca una rappresentanza politica, ed è disposto a vendere cara la pelle al miglior offerente. Non è detto che cerchi per forza un tornaconto personale immediato o che il suo sia un bieco opportunismo; spesso si batte per la difesa  di diritti importanti o di valori molto alti. Non riesce, però, a inquadrarli in un progetto politico ed è convinto che un nobile ideale possa purificare e giustificare qualsiasi alleanza.

5. Indifferenza (senza aggettivi)
Rispetto a questi atteggiamenti, l’indifferenza oggi è il grande oceano da cui essi emergono come piccoli arcipelaghi. La vera indifferenza non ha bisogno di aggettivi: è nemica dichiarata delle differenze. Può avere le motivazioni più svariate: delusione cocente per un’esperienza negativa di partecipazione (magari in qualche consiglio comunale…), idolatria del lavoro, allergia alla babele delle ideologie, incapacità di gestire i conflitti decisionali, o ancora qualcosa di molto meno sofferto, come un’invidia meschina o menefreghismo allo stato puro. Lui, semplicemente, non vota. Se in passato magari si vergognava di ammetterlo, oggi avverte che l’aria è cambiata e non è più solo; potrebbe persino trasformare la rinuncia in un nuovo proselitismo, ma non ha voglia di iscriversi al partito dell’astensione. Gli basta astenersi. Non chiedetegli troppo: il vero indifferente non è in grado nemmeno di spiegarti la differenza fra il voto e l’astensione.

Che cosa hanno in comune questi atteggiamenti? Una distanza - più o meno grande e più o meno grave - dalla politica. O meglio, dall’invenzione più alta della politica, che è la vita democratica. Perché la politica resta e continuerà a dominare la scena, ma la democrazia, forse, rischia di passare. Con la nostra complicità.

*Filosofo, insegna Filosofia morale all’Università di Macerata. Testo pubblicato anche sul blog Dialogando