Ventisei anni fa, la strage di via D’Amelio

Il coraggio di non arrendersi al male

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di Antonio Iannaccone* - Sarebbe troppo facile, quasi scontato, ricordare Paolo Emanuele Borsellino partendo dalla sua morte, da Cosa Nostra e la strage di via D’Amelio, da quel maledetto 19 luglio 1992 in cui persero la vita anche gli agenti di scorta: Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Meglio fare un salto indietro di trent’anni, precisamente nell’estate del ’62 quando, gravemente ammalato, papà Diego Borsellino muore.
Da allora, la quotidianità di Paolo cambia in fretta: è lui, infatti, l’unico sostentamento della famiglia (mamma Maria Pia, le sorelle Adele e Rita, il fratello Salvatore), capace di portare avanti la farmacia del padre (lo farà fino al 1967, anno della laurea di Rita proprio in Farmacia) e, allo stesso tempo, diventare il più giovane magistrato d’Italia.
Sono gli anni in cui Paolo – barcamenandosi tra gravi rinunce e sacrifici – inizia a scontrarsi con la durezza della vita, resa meno rigida dall’incontro con Agnese (diviene sua moglie nel 1968) ma sicuramente più aspra per via di un altro incontro, quello con la mafia.
Sì, perché Paolo passerà tutto il resto della propria esistenza a combattere Cosa Nostra: lui non ha paura, e se ne ha non lo dà certo a vedere. Oppure accetta di essere un condannato a morte, un cadavere che cammina ma che, fin quando cammina, fa sentire eccome il rumore dei propri passi.
Tali passi, infatti, gli consentono di muoversi con sfrontatezza nei meandri della criminalità organizzata, della politica disonesta, di un sistema corrotto che sarà in parte ripulito dalle 342 condanne (19 ergastoli) del maxiprocesso di Palermo (nel 1987), forse la sua più grande vittoria professionale, perché «la sensazione di essere un sopravvissuto, di trovarmi in estremo pericolo, non si disgiunge dal fatto che io creda ancora profondamente nel mio lavoro. Un lavoro in cui non sono solo. Tutti noi abbiamo il dovere morale di combattere la mafia, senza lasciarci condizionare dalla sensazione, o addirittura dalla certezza, che tutto ciò potrebbe costarci caro».
E lui l’ha pagata cara, ma questa purtroppo è storia nota. O forse no: tanti, troppi interrogativi ruotano – ancora oggi – intorno a quella Fiat 126 imbottita di tritolo che fece il proprio terribile dovere esattamente 26 anni fa. Li ha risollevati, di recente, Fiammetta Borsellino (figlia minore di Paolo): dal ruolo delle autorità alla scelta dei magistrati, passando per i verbali, l’agenda rossa e le dichiarazioni dei pentiti, i presunti depistaggi. Domande rimaste inevase a distanza di tanto tempo, domande che attendono di conoscere la verità sulla morte di un martire, non delle sue idee.
Almeno in questa giornata, comunque, ci piace pensare ad altro, per esempio che l’aeroporto internazionale di Palermo-Punta Raisi è intitolato alla memoria di Borsellino e dell’amico Falcone: uomini che hanno saputo servire la Repubblica, la cui memoria sarà sempre onorata.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana