Stiamo trasformando le difficoltà in pretesti, i problemi in alibi, i conflitti in vere e proprie guerre

Uomini contro

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di Luigi Alici* - So bene quale può essere la facile, facilissima obiezione ai pensieri che vorrei condividere con i miei lettori: non si può generalizzare. Il caso della Catalogna è particolare, è particolare il caso della Brexit... Per la vita privata si può dire la stessa cosa: la storia di quei due ragazzi, di quella coppia, di quella famiglia è un caso a sé, un caso assolutamente unico. I motivi delle divisioni sono altri, ben altri, così come ben altre dovrebbero essere le analisi e le soluzioni. La lista dei “benaltristi”, un po’ sapientoni e un po’ inconcludenti, è sempre lunghissima...
Eppure, resta il sospetto che il moltiplicarsi inarrestabile di “casi unici” debba interrogarci, debba farci misurare con la sfida e il rischio di una sintesi. La domanda per riassumere la questione potrebbe essere la seguente: siamo in presenza di patologie sporadiche e occasionali, oppure dobbiamo fare i conti con una vera e propria epidemia?
La Catalogna non si riconosce più come parte integrante della Spagna, dentro la quale tuttavia non sembrerebbe che fosse vittima di discriminazioni o soprusi inaccettabili...
Il Regno Unito ha risposto a un referendum (forse convocato in modo improvvido, anche - o soprattutto - per beghe di partito) con la cosiddetta “Brexit”, mostrando di essere, tutto sommato, ancora troppo affezionata a un vecchio adagio: “Nebbia sulla Manica, il continente è isolato”.
Nella Chiesa cattolica, scopiazzando il costume diffuso per cui nel Paese esisterebbero tanti Commissari tecnici della nazionale di calcio quanto sono i cittadini, ogni cristiano si sente ormai perfettamente in grado di insegnare al Papa il suo mestiere. Con un corollario preoccupante e patetico: la vera Chiesa è quella che la pensa come me; anzi, a pensarci bene, la vera Chiesa sono IO.
Per trovare una deriva equivalente nel mondo della scuola, basta frequentare i gruppi whatsapp di genitori, che pullulano un po’ ovunque: tante piccole tribù autorefenziali e sempre arrabbiate, in stato di mobilitazione permanente. Spesso l’unico collante è “essere contro”: contro gli insegnanti, contro i dirigenti, contro i bidelli, quasi mai contro i propri figli...
Nelle portinerie degli ospedali ammiccano le locandine di disperati studi legali, che promettono azioni taumaturgiche contro chirurghi, medici, infermieri, istituzioni ospedaliere, lasciando balenare in teoria il sogno di rimborsi da favola, ma facendo schizzare in pratica i costi delle polizze di assicurazione e della medicina difensiva: “Ti inondo di analisi cliniche, costosissime e spesso inutili. Voglio vedere se continui a rompere...”
Non parliamo della politica, dove le correnti interne ai grandi partiti fanno persino una magnifica figura dinanzi all’opportunismo dilagante e al frazionismo irresistibile, a tutti i livelli: dal Parlamento al più piccolo dei Comuni. Le scissioni e i partitini personali aumentano a vista d’occhio, aumentano le sigle sindacali, aumentano i gruppi e i gruppuscoli, trasformando alcuni settori strategici del Paese in un far west, luogo di agguati e di ricatti: “Se tu non mi dai ragione, me ne vado sbattendo la porta. Ti faccio vedere io di che cosa sono capace!”
E Trump, che vuole uscire praticamente da tutto (accordi sul clima, accordo sul nucleare con l’Iran, Unesco ecc), dove lo mettiamo?
Senza parlare della conflittualità dilagante nei luoghi di lavoro, negli organismi di partecipazione, nelle rappresentanze... A volte la realtà supera l’immaginazione e nemmeno i talk show riescono a mimare così bene lo scontro che prevale sull’incontro, l’urlo che prende il posto dell’ascolto.
Le esemplificazioni più facili e a portata di mano, tuttavia, le troviamo nel circuito degli “affetti corti”: sempre più corti, sempre più friabili, sempre più violenti. Le scemenze sulle quali una volta due coniugi mettevano una pietra sopra, suggellando la pace con un abbraccio più forte di sempre, oggi bastano e avanzano per rompere definitivamente un legame. Le futilità all’origine dei divorzi facili nel mondo dello spettacolo, che ieri ci scandalizzavano tanto, oggi impallidiscono dinanzi a un vero e proprio fenomeno di massa: la leggerezza frivola di tante attricette in cerca di successo è stata sepolta da una aggressività incattivita, rancorosa, volgare e ahimè spesso sanguinaria. La cronaca rosa e la cronaca nera ormai si confondono...
Intendiamoci: le cose che non vanno sono tantissime, forse troppe. La denuncia e l’indignazione sono, spesso, più che giustificate; i problemi esistono, e in alcuni casi mettere distanza tra le persone potrebbe essere non solo lecito, ma persino opportuno.
Il problema è un altro: stiamo trasformando in maniera scientifica le difficoltà in pretesti, i problemi in alibi, i conflitti in vere e proprie guerre...
Come se non bastasse, abbiamo smesso di chiamare le cose con il loro nome e in questo modo non ci raccapezziamo più: autonomia è sinonimo di libertà senza responsabilità; sovranismo è lo slogan che cerca di sdoganare il più ingombrante “nazionalismo”, coprendo di fatto tutti gli egoismi e gli opportunismi, più o meno corporativi; il desiderio è il nuovo nome del diritto, che a sua volta ripudia il suo “fratello gemello”, costituito dal dovere.
Il mix esplosivo di convenienza e sospetto cerca di soppiantare ogni atteggiamento di fiducia e cooperazione. Condanniamo il pensiero unico e il mito del profitto a ogni costo, ma stiamo diventando paladini di qualcosa di peggiore, per il quale non vale nemmeno l’appello alla razionalità strumentale: un egoismo capriccioso e arrogante, che non riconosce debiti di fedeltà né doveri di partecipazione.
A forza di tagliare - uno dopo l’altro - molti, troppi nodi, la rete si sta allentando e, come accade in questi casi, comincia a lasciar cadere, nell’indifferenza generale, proprio le persone più deboli e più fragili. Non sto esagerando: molte guerre, più o meno (in)civili, sono cominciate esattamente così.

*Luigi Alici è docente di Filosofia morale all’Università di Macerata. Questo articolo è pubblicato sul suo blog Dialogando