I sessant’anni dei Trattati di Roma

Unione Europea. Un ideale da vivere con coraggio

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di Alberto Ratti* - L’Unione Europea, è sotto gli occhi di tutti, sta vivendo un momento di crisi economica (lo sappiamo ormai bene dal 2009) che con il passare del tempo si è trasformato in qualcosa di più profondo e di più grave: il rigetto e a volte l’odio per quella che rimane una delle più grandi idee partorite dall’uomo nel secolo scorso.
Siamo dunque a fine corsa, sovrastati dalla crisi di senso del progetto europeo oppure abbiamo le forze e la volontà di rialzarci da terra e di ripartire insieme con speranza verso un futuro più roseo e promettente? Questa domanda è di vitale importanza oggi, perché ci stiamo preparando a festeggiare a Roma i 60 anni dai Trattati che nel 1957 diedero vita alla Comunità Economica Europea (CEE) e alla Comunità Europea dell’Energia Atomica (Euratom). Firmati il 25 marzo 1957, i trattati entrarono in vigore il 1° gennaio 1958. L’appuntamento di Roma, che sarebbe molto probabilmente passato inosservato, diventa quindi nevralgico per il presente e per il futuro stesso dell’UE, segnando una tappa decisiva per il proseguo del cammino dell’Unione.

Da dove veniamo
Il disegno di un’Europa unita nasce nel secondo dopoguerra, agli inizi degli anni Cinquanta, quando le nazioni uscite prostrate dal conflitto bellico decisero di mettere da parte odio e vendetta e guardando lontano realizzarono un progetto comunitario che aveva come obiettivo principale quello di garantire la pace. Le due guerre mondiali che hanno insanguinato il XX secolo, infatti, sono state definite da molti “guerre civili”, proprio perché i contendenti erano nazioni vicine facenti parte dello stesso continente. La storia dell’integrazione europea, lungo questi 60 anni, è fatta di alti e di bassi, di rapide svolte e di brusche frenate, ma ogni volta c’è stata una ripresa e un rilancio, anche nei momenti più difficoltosi. Basti pensare che dalle 6 nazioni fondatrici (Italia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi e Belgio) si è arrivati alle attuali 27, che nel corso del tempo sono state abbattute le frontiere che dividevano i vari paesi, è stata permessa la libera circolazione delle merci e delle persone, sono state realizzate delle istituzioni comuni, è stata adottata una moneta unica, varie iniziative e politiche sono state portate avanti insieme. Nel 2012 all’Unione Europea è stato assegnato il Premio Nobel per la pace proprio perché “per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in Europa”.
Questo è un dato oggettivo e nessuno può contestare il fatto che oggi si viva e si stia meglio rispetto ai nostri nonni. Si sarebbe potuto fare diversamente e in maniera migliore? È davvero così oppure il benessere che abbiamo conosciuto in anni passati è svanito nel corso della crisi economica che stiamo attraversando? Ogni giorno sperimentiamo sulla nostra pelle i benefici e le positività che la nascita dell’Unione Europea ha reso possibili per noi: si tratta di miglioramenti e di un progresso mai visto nel corso della storia dell’uomo e che moltissimi altri paesi in giro per il mondo sognano soltanto o guardano da lontano, magari soffocati da guerre, da dittature, da carestie di ogni genere.

Rigurgiti nazionalisti
Purtroppo le persone hanno la memoria corta e tendono a dimenticare presto quanto di buono è stato realizzato. Non è neppure trascorso un secolo che alla prima, seria difficoltà, una parte dell’opinione pubblica europea ha cominciato ad invocare la fine dell’UE e il suo dissolvimento. Movimenti e gruppo antieuropeisti stanno accrescendo i loro consensi e spargendo benzina sul fuoco delle sovranità nazionali, delle chiusure nazionalistiche, dell’odio verso il diverso e lo straniero.
Davanti a tutto questo, guardarsi indietro – partendo dalla propria storia e dalle proprie radici – non basta più. È necessario che ai problemi di oggi (ritorno della povertà, mancanza cronica di lavoro, crisi economica, terrorismo, fenomeno migratorio senza precedenti) si diano risposte nuove e soddisfacenti.
Spesso i problemi che colpiscono l’Europa odierna sono complessi e trovano le proprie cause addirittura a livello mondiale. La globalizzazione e l’interconnessione degli ultimi trent’anni hanno reso globali molte delle questioni politiche e sociali che interpellano costantemente le nostre coscienze e il nostro modo di pensare. Siamo spiazzati di fronte ai cambiamenti e alle novità. Ci troviamo come in mare aperto, trasportati da venti e da situazioni che erano ancora sconosciute e che chiedono maggiore unità e collaborazione, invece che protezionismi, barriere, chiusure egoistiche.
Nonostante a giugno del 2016 il Regno Unito abbia deciso di tornare indietro nel tempo e di uscire dall’UE (la cosiddetta Brexit), il progetto e la visione lungimiranti restano intatte.
Le elezioni olandesi di qualche giorno fa hanno respinto il populismo antieuropeista; l’auspicio è che la tendenza si possa rafforzare con la sconfitta del Front National in Francia nelle elezioni presidenziali del prossimo aprile. Le ricette che i populisti propongono le abbiamo già sperimentate alla fine del 1800 e per metà del 1900, con risultati a dir poco negativi.
«Unita nella diversità» è il motto dell’Unione Europea, uniti si è più forti e più sicuri. Divisi e ciascuno per sé si è più deboli e più indifesi. Come dimenticare che i nazionalismi e gli egoismi hanno sempre portato a guerre fratricide e a distruzioni immani nel nostro continente? Non vi è nessun Paese europeo oggi che possa sognarsi di competere da solo con i colossi americano, russo e cinese, con le sfide che la tecnologia e la velocità di Internet impongono. Solo una politica economica, una politica estera e una politica di difesa comuni possono rimettere l’Europa sulla buona strada.

Europa, mito di pace
Non possiamo non ripartire, quindi, dalle giovani generazioni: queste sono il presente e soprattutto il futuro dell’Europa. Nel discorso alle Camere riunite in occasione delle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha affermato che «sono i giovani che già vivono l’Europa ad essere la garanzia dell’irreversibilità della sua integrazione. Verso di essi vanno diretti l’attenzione e l’impegno dell’Unione». A partire dai giovani e con i giovani, dunque, dobbiamo cercare la nostra nuova misura di essere europei in questo tempo che ci è dato di vivere.
L’Azione Cattolica Italiana (con l’Istituto Toniolo), Caritas, Missio e Focsiv, da sempre sensibili a queste tematiche, hanno deciso di promuovere una Summer School sull’Europa, dal titolo “Acting EurHope” dal 18 al 22 luglio p.v. presso la Domus Mariae a Roma.
Questo appuntamento non vuole tradursi in una semplice occasione di formazione di taglio accademico. L’obiettivo è quello di offrire una vera e propria esperienza di formazione civica e spirituale sul tema dell’Europa, per fare dei giovani i protagonisti dell’Europa da ri-costruire. Un’occasione per approfondire il valore e la responsabilità della propria cittadinanza europea, rafforzati dalla comune matrice spirituale. La Summer School si concluderà con la redazione di un “Manifesto per l’Europa”, che sarà presentato e aperto alla sottoscrizione nell’ambito di un evento pubblico conclusivo. (presto info su: www.azionecattolica.it)
La coscienza europea esige e ci chiede che, oggi più che nel passato, ogni atteggiamento individuale o collettivo sappia aprirsi alla comprensione degli altri e alla trasformazione personale. Nei discorsi dei padri dell’Europa – De Gasperi, Schuman e Adenauer su tutti – è chiaro il riferimento ideale e la base spirituale per credere nell’unità: la collaborazione tra i popoli è vista in una luce di solidarietà umana, ma anche di ispirazione ai principi del Cristianesimo. Rimanga sempre da monito e sprone questa breve riflessione pronunciata da De Gasperi durante un discorso ad alcuni giovani: «Qualcuno ha detto che la federazione europea è un mito. È vero, è un mito. E se volete che un mito ci sia, ditemi un po’ quale mito dobbiamo dare alla nostra gioventù per quanto riguarda i rapporti fra Stato e Stato, l’avvenire della nostra Europa, l’avvenire del mondo, la sicurezza, la pace, se non questo sforzo verso l’unione? […] Io vi dico che questo è mito di pace. Questa è la strada che dobbiamo seguire. Ricordatevi che se questa speranza di collaborazione fallisse i dittatori ad un certo punto rappresentano quasi la forza di salvataggio a cui istintivamente ciascuno si rivolge, isolandosi e ripiegandosi su se stesso quando si avvede che altre speranze sono spente». La preoccupazione primaria che ci muove per trasformare l’Europa, allora, sia quella di lasciare sempre un’eredità di democrazia e di difesa delle libertà che possa restituire a questo grande impegno politico il suo vero ideale spirituale ed umano, quello della fraternità fra i popoli.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana