Un'associazione che sfida la precarietà e la rassegnazione

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Franco Miano, presidente nazionale Ac

Condividiamo tutti una certezza: il tempo degli auspici è finito. Il tempo delle frasi fatte, dei “buoni sentimenti a buon mercato”, ha subito l’urto drammatico della crisi economica e morale che ha attanagliato l’Italia e l’Europa.

Come associazione, ci poniamo  verso il 2014 con una consapevolezza nuova e diversa. Direi con un linguaggio più asciutto, concreto, in cui la carica ideale che ci appartiene ci aiuta a leggere la realtà con più radicalità e senso della verità. Gli ideali non sono “altro” dai fatti, guai se fosse così. Gli ideali sono il filo di speranza, il buono, il “di più” che possiamo e dobbiamo scorgere in ogni fatto personale e sociale.

Abbiamo dinanzi a noi una grande insidia e una grande sfida: la precarietà e fragilità materiale che avvolge tante persone, specie giovani, sta ormai esplodendo, divenendo precarietà e fragilità esistenziale, psicologica, etica. Se dobbiamo, come Ac, essere in grado di comprendere e metabolizzare la complessità della vita, del lavoro e delle questioni sociali, non dobbiamo, non possiamo in nessun modo cedere alla frantumazione della persona. Non vogliamo uomini-isola, non vogliamo che la crisi sfondi il muro della coscienza, sfilacciando emozioni, relazioni, affetti, appartenenza comunitaria, desiderio di futuro.

In una parola: nel cuore di una crisi dal volto mutevole e indecifrabile, ci ancoriamo con tutte le nostre forze al compito per noi primario e prioritario di formare le coscienze. Di aiutare le persone, di tutte le età, a tenere la propria vita tra le mani anche se essa sembra sballottata da venti troppo forti. Il nostro lavoro educativo e formativo non è indifferente rispetto ai problemi del Paese: aiutare a scorgere e sostenere le vocazioni e i talenti, mettere insieme, uno dopo l’altro, i mattoni della personalità, accompagnare con un orientamento adulto e competente i percorsi di studio, di formazione e di avvio al lavoro, tenere le antenne dritte sui disagi di coppie giovani e meno giovani, sostenere tante famiglie in difficoltà nella crescita dei più piccoli, cementare un minimo di senso comune... Confermando e soprattutto rinnovando nell’itinerario assembleare queste scelte, noi facciamo una grande promessa all’Italia.

Ma dobbiamo esserne all’altezza. Ed esserne all’altezza significa capire, sulla scia del magistero di Francesco, che dobbiamo davvero prendere in carico, con uno sforzo personale e comunitario, le vite che ci circondano. È questa la concretezza dell’Ac: non manifestazioni in pompa magna e comunicati stampa roboanti (per carità, nell’era della comunicazione tutto ci vuole, e noi facciamo del nostro meglio per lasciare “segni pubblici”…), ma nulla è minimamente paragonabile alla presenza ordinaria, discreta, costante tra le persone del nostro quartiere, della nostra parrocchia, della nostra città.

E' una scelta “politica” e non è una scelta al ribasso. Non è “accontentarsi del poco perché il molto non si può fare”. L’Ac resta piuttosto ancorata ad un’idea: per fare politica, bisogna avere un grosso bagaglio non solo di competenze, ma primariamente di umanità e passione. Un bagaglio che si forma nel servizio all’altro. Il nostro servizio associativo sia dunque sempre più qualificato, generoso, credibile, popolare, diffuso e missionario. E sia, quanto più possibile, la porta di un servizio più ampio ed esteso che si rivolge ai territori e alle istituzioni. Noi sappiamo di poterlo e saperlo fare.