Sinodo sulla famiglia/4

Una grammatica delle relazioni

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Famiglia

di Giovanni Grandi* - Riflettere sulla famiglia significa riprendere contatto con la grammatica fondamentale delle relazioni. Come spesso accade in molti frangenti della vita, si ritorna a sfogliare il “manuale di base” quando le situazioni sembrano sfuggire di mano, quando gli strumenti di sempre sembrano non bastare più per affrontare e risolvere problemi che appaiono nuovi. Con la dimensione-famiglia sta accadendo qualcosa di simile: davvero – accade di chiedersi – è il luogo dell’amore, con tutte le esperienze faticose e di fallimento che si incontrano? È cambiato qualcosa in tempi recenti o semplicemente oggi le fatiche e i collassi dei legami hanno smesso di essere occultati? D’accordo che è il primo luogo dell’educazione, ma guarda alle volte come i figli vengono su diversi…

Ogni persona che incontriamo è un ritratto di famiglia, ed è vero che questi innumerevoli volti raccontano storie così disparate che risulta difficile isolare astrattamente gli ingredienti che dovrebbero assicurare la riuscita di un’esperienza familiare o, viceversa, annunciarne da lontano la rovina. Quel che si può fare è, appunto, provare a ritornare alla grammatica di base e provare a meditare sui grandi snodi antropologici che – da sempre – si articolano a partire dal “formato famiglia”.

Il libro della Genesi rappresenta una delle fonti più interessanti per un richiamo all’essenziale, perché attraverso i due grandi racconti della caduta dei progenitori e dell’uccisione di Abele fa prendere contatto immediatamente con il problema delle relazioni interpersonali e insieme con le sue due principali declinazioni. Entrambe le storie mostrano infatti il dramma dell’opacità nelle relazioni e del loro deteriorarsi: proprio in famiglia, coloro che pur essendo diversi si attendevano di poter essere intimi ad un certo punto si scoprono estranei e avversi.

Adamo ed Eva raccontano dell’estraneità che sorge tra coloro che si sono reciprocamente scelti, acutamente simboleggiata dal gesto di coprirsi (Gen 3,7): non si mettono al riparo da chissà quale pubblico, ma l’uno dall’altra. Per qualche motivo, su cui ovviamente il racconto ha molto da dire, la loro intimità si è infranta. La carne della propria carne, in cui Adamo – incontrandola la prima volta – si era finalmente riconosciuto (Gen. 2,23), non è più lei: occorre proteggersi, reciprocamente.

Questa ritrosia a mostrarci integralmente, unita alla fatica nell’accettare che l’altro a sua volta non si consegni del tutto, la conosciamo noi oggi, così come gli uomini e le donne di ogni tempo. La prima regola grammaticale che offre la dimensione-famiglia potremmo intestarla qui: occorre dedicarsi costantemente alla bonifica dei semi di estraneità che germogliano anche tra coloro che si sono scelti, altrimenti il «finalmente in te mi riconosco» si tramuterà pian piano in un «è finita: non la/lo riconosco più». E potremmo aggiungere: la gestualità che esprime i toni e la profondità dell’essere in relazione è la prima sintassi da imparare per quest’impegno continuo di ritessitura dell’intimità.

Caino e Abele raccontano invece dell’estraneità che sorge tra quanti non si sono reciprocamente scelti, ma che si trovano legati tra loro dalla decisione di altri. La maggioranza delle relazioni che si annodano in famiglia è così: non si scelgono tra loro fratelli e sorelle, non generi e nuore, non cognati e cognate, non suoceri e suocere. Una rete vasta di relazioni è letteralmente appesa alla decisione e – nel tempo – alla fedeltà dei due che si sono scelti. Fare coppia genera una rosa notevole di legami non-scelti, per questo è illusorio pensare che sia solo una cosa tra due. Il non-scelto ha poi sempre la possibilità di essere dono o fardello e Caino, con la ben nota vicenda, racconta del peso dell’altro capitato nella sua vita, della diversità che viene percepita come affronto, di quella rinuncia alla parola che sfocia in violenza, della memoria di una fraternità di cui si avverte il richiamo ma di cui non si è stati all’altezza, e che accompagna sempre, per quanto lontano si cerchi di andare.

Una seconda regola grammaticale si può codificare qui: tra i diversi che non si sono scelti quel che è benefico è anzitutto il colloquio, il trovare le parole che accompagnino nel riconoscersi a vicenda, per scoprire il dono che l’altro può essere. Il collasso del dialogo prelude all’alzare le mani, la sua pratica alla cooperazione.

La dimensione-famiglia porta cioè a contatto diretto con la duplice possibilità più radicale per ogni vita: isolamento o compagnia, estraneità che allontana o intimità che avvicina i diversi, avidità che contrae e separa o donazione che espande e congiunge. Sono sviluppi aperti su ogni quadrante relazionale, che l’altro sia stato scelto o che sia capitato accanto.

I grandi racconti dell’antichità fanno intendere però con una certa chiarezza che se l’esperienza del fallimento nella relazione tocca inevitabilmente tutti – e, in questo senso, non c’è particolare originalità neppure nel nostro tempo – tuttavia questa non è mai l’ultima parola: coloro che hanno perso l’intimità nondimeno diventano generatori di vita (Gen 4,1); colui che si è macchiato del crimine più efferato lo diventa a sua volta (Gen 4,17), fondando la città, luogo del tentativo umano di limitare l’estraneità e favorire la con-vivenza. Di mezzo – come propongono magistralmente i due brani – c’è l’iniziativa di Dio che si prende cura, che continua a parlare all’uomo, a trattenerlo in una dimensione di colloquio intimo. Se l’estraneità non ha l’ultima parola è anzitutto in forza di un presidio interiore: come osservava Maritain, riflettendo a sua volta sulla radicale diversità tra il fiorire come persone e l’appassire come individui, «ciò che importa principalmente per l’educazione ed il progresso dell’essere umano, nell’ordine morale e spirituale, è il principio interiore» (J. Maritain, La personne et le bien commun, Desclée de Brouwer 1946; tr. it.: La persona e il bene comune, Morcelliana, Brescia 1995, p. 28).

Il “manuale di base” ci ricorda, forse, che nessuna nuova sfida che si propone sul piano degli affetti e dei legami è affrontabile se non riportandola alla dimensione spirituale: è qui, e non altrove, che si spostano i pesi che fanno inclinare verso l’affermazione di se stessi o verso l’accoglienza dell’altro; è da qui che si possono originare, dopo ogni allontanamento, prospettive sorprendenti di ricomposizione. La grandezza della dimensione-famiglia sta anche nel riportarci, in ogni tempo, a riscoprire tutto questo.

*Presidente diocesano Ac di Trieste, è docente di Filosofia Morale e Antropologia presso l’Università degli Studi di Padova