Incontro, Solidarietà, Democrazia. Le ragioni di ieri, le speranze di domani

Una festa per tutti, un medesimo destino

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di Edoardo Zin* - Si celebra oggi in tutta Europa la “festa dell’Europa”: è stata scelta questa data perché gli storici fanno iniziare da questo giorno il processo d’integrazione europea che dovrebbe portare all’unità politica.
Il 9 maggio 1950, davanti ad una nutrita platea di giornalisti, il ministro francese degli esteri Robert Schuman annunciava che Francia e Repubblica Federale Tedesca avevano concordato di mettere assieme, sotto la vigilanza di un’alta autorità sovranazionale, le comuni produzioni di ferro e carbone di cui era ricco il loro sottosuolo. Il possesso di questi bacini minerari era stata occasione di tre guerre: la franco-prussiana, conclusasi nel 1871, e di due guerre mondiali: la prima, di cui ricorre quest’anno l’anniversario della fine, e la seconda (1939 – 1945). Ferro e carbone erano, in quei tempi, materie prime per la costruzione delle micidiali armi da guerra.
L’idea di Schuman, suggeritagli dal collaboratore e amico Jean Monnet, era audace perché mettere in comune ferro e carbone significava togliere di mezzo una delle cause che avevano portato l’Europa incontro a tre cruenti guerre. Non solo: per la prima volta nella storia un paese vincitore, la Francia, tendeva la mano ad un nemico vinto, la Germania. Dal perdono e dalla riconciliazione nasceva la prima Comunità Europea – la C.E.C.A. (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio) – germe da cui nascerà successivamente, attraverso tappe intermedie, l’odierna Unione Europea. All’appello di Schuman risposero altri paesi: l’Italia, il Belgio, il Lussemburgo, i Paesi Bassi: era l’Europa dei “sei”.
Con la sua proposta, Schuman non voleva coalizzare nazioni, ma unire popoli che desideravano un medesimo destino: la pace. I “sei” volevano raggiungere questa meta finale con una politica pragmatica dei “piccoli passi”: dapprima armonizzare le economie, creare successivamente un mercato unico, aprire poi le frontiere a esportatori e a cittadini di ogni paese membro, coniare una moneta unica: il tutto per creare prosperità nel segno della solidarietà.
Scrive Schuman: “Prima di essere un’entità economica, l’Europa è una comunità culturale e spirituale, che deve la sua esistenza al cristianesimo, radice della sua storia. L’unità politica del continente non è la negazione della Patria, ma il complemento necessario all’integrazione economica. L’Europa unita prefigura la solidarietà universale del domani.”
L’atto di Schuman non era frutto di scaltrezza diplomatica, ma espressione della sua profonda fede nel Signore alimentata dalla partecipazione quotidiana all’Eucarestia, dalla riflessione della Parola, da una virile devozione mariana.
Si considerava “uno strumento imperfetto della Provvidenza che si serve di noi per compiere i Suoi grandi disegni che oltrepassano le nostre deboli forze” e vedeva nell’impegno politico un modo per servire gli uomini e per promuovere il bene comune. Sull’esempio del suo Signore era “dolce e umile di cuore”.
“Il Padre dell’Europa”, come lo dichiarò il Parlamento Europeo, era lussemburghese per nascita, germanico per adozione, francese per nazionalità. Non temeva di accogliere e rielaborare la cultura germanica con quella tedesca, ma per conservare questo duplice carattere approfondì la dimensione cristiana della sua cultura. Dal 1920 al 1962 (salvo la parentesi dell’occupazione nazista) fu eletto deputato all’Assemblea Nazionale, fu ministro delle Finanze, presidente del Consiglio, ministro degli Esteri, ministro della Giustizia, primo presidente del Parlamento Europeo.
Per Robert Schuman è stata chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione e gli atti sono stati depositati presso la Congregazione dei Santi. Schuman è “un santo della porta accanto”, lo chiamerebbe Papa Francesco, non un superuomo. Egli ha vissuto gli insegnamenti del Vangelo praticando le virtù teologali e spirituali nella vita di ogni giorno. Parafrasando un aforismo taoista, possiamo dire che Schuman ha vissuto da politico “indossando abiti civili, ma nascondendo gemme nel suo cuore”.
Nel’Europa d’oggi, in cui le relazioni sono divenute fragili, in cui il primato dell’uomo è soffocato da un’economia che rincorre il libero mercato per diffondere un esasperato consumismo, in cui sono risorte frontiere e innalzati muri che sembravano scomparsi per sempre, in cui la politica oltrepassa i propri limiti, Schuman è un esempio di come la politica possa divenire un cammino di santità, un modello di vita per chi è chiamato a responsabilità civili.
In questo 9 maggio chiediamo al Signore della Storia che, per intercessione di Robert Schuman, ci faccia riscoprire le ragioni della speranza che paradossalmente si annidano nelle ragioni della disperazione.

*Europeista convinto, ha insegnato nelle scuole europee di Mol (Belgio), Varese e Lussemburgo. Si interessa di storia dell'Unione europea e ha scritto diversi saggi su questo tema. E' vicepresidente dell'Istituto "San Benedetto, patrono d'Europa", postulante la causa di beatificazione di Robert Schuman. Per l’Editrice Ave a curato il volume Per l’Europa, edizione italiana del testamento politico di Robert Schuman, con prefazione di Romano Prodi.

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di Daniele Stancampiano* -  Il 9 maggio 1950 Robert Schuman, dichiarava al mondo la nascita della C.E.C.A., la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio: dopo tre guerre combattute per il controllo delle risorse minerarie, Francia e Repubblica Federale Tedesca sceglievano di percorrere la via della condivisione. Un passo strategico questo: quello che era rimasto per lungo tempo solo un ideale di Europa unita, iniziava a trasformarsi in un progetto concreto, consapevole che la pace fosse il frutto di un percorso di impegni realisti, il primo dei quali avrebbe dovuto essere l’eliminazione dei motivi del conflitto. Il salto di qualità sta tutto nelle modalità e nello stile attraverso i quali fare questo primo passo. Le due potenze sceglievano di mettere in comune ciò che per lungo tempo le aveva divise.
Qualche anno dopo la dichiarazione di Schuman, il 25 maggio 1957, in occasione della firma dei Trattati che istituirono la Comunità Economica Europea e la Comunità Europea dell’Energia Atomica, il Cancelliere tedesco Adenauer, affermava: “Va da sè che tutti i particolari di questa vasta disciplina, per la quale i sei Stati hanno dovuto accordarsi, non hanno ovunque potuto ricevere un’accoglienza scevra di riserve. Ma, come dice un proverbio tedesco, gli alberi non devono impedire di vedere il bosco. [...] È con ardore e fiducia che vogliamo affrontare i nostri compiti. Conosciamo quanto grave sia la nostra situazione che può trovare rimedio soltanto nell’unificazione dell’Europa; sappiamo altresì che i nostri piani non sono egoisti ma sono destinati a promuovere il benessere di tutto il mondo”. Nelle sue parole si avvertiva già il peso ed il monito verso le difficoltà del percorso.
Oggi si festeggia l’Europa: come tutte le feste è un’occasione di gioia che, per essere piena, va riscoperta ed alimentata ogni giorno, non smettendo mai di ritornare a riscoprire le ragioni di senso che qualificano ogni scelta presente e futura. Come in ogni festa alla quale siamo invitati, noi sappiamo bene quale sia il motivo da festeggiare e, abbracciando il festeggiato, lo stringiamo a noi ricordandoci la strada vissuta assieme, fatta di incontri, risate, lacrime e riflessioni.
Immaginiamo di uscire di casa e partecipare davvero a questa festa: sappiamo bene chi sia la grande festeggiata, l’Unione Europea, con i suoi vizi e le sue virtù. Entrando alla festa, i primi invitati che ci corrono incontro sono sicuramente Incontro, Solidarietà, Democrazia.
L’Unione Europea ha la sua forza evidente già nel proprio nome: è l’espressione realizzata della profonda volontà di incontrarsi. Un incontro che deve strutturarsi come un percorso impegnato: non basta aspettare che la soluzione alle situazioni di conflitto o il modo per superare un’empasse istituzionale ci passino davanti, come l’autobus alla fermata. L’incontro si qualifica perché è innanzitutto accoglienza e ascolto. Infine, l’incontro si fa servizio, relazione davvero inclusiva spesa per il bene di tutti.
Il secondo invitato che incontriamo oggi è la solidarietà. Papa Francesco si è speso più volte su questo tema, in ultimo con un appello chiaro e fermo nell’esortazione Gaudete et Exultate, quando, parlando delle ideologie che mutilano il Vangelo, mette in guardia i cattolici dal non dare ascolto alla pancia, magari solleticata da qualche politico in cerca di voti: davanti ad un migrante, il Vangelo ci obbliga a vedere in lui un fratello che ha bisogno. Non basta stare tutti assieme per essere solidali: dobbiamo metterci in testa che Unione Europea significa prendersi costantemente cura dell’altro, superarlo nella sua direzione; l’unica scelta per la quale abbiamo senso come europei è quella che prefigge un orizzonte insieme, mai da soli. Si fa con quel che si ha, insomma, ma lo si fa per tutti.
Il terzo abbraccio ha il volto della democrazia: una democrazia libera da bollini, dai vari “-ismi” che risentono di banderuole ideologiche ed inflazioni politiche. La democrazia che qualifica l’Europa unita è l’impegno a legare la parola “diritto” a quella di “essere umano”. Ci sono dei doveri da compiere per avere la possibilità e la dignità di sedersi al tavolo comune, ma il primo fra tutti è capire che i diritti fondamentali sono e devono essere diritti di tutti in quanto esseri umani. L’Europa vuole esser la patria di coloro che, insieme, guardano con speranza e fiducia verso il mondo, senza barriere dettate dal progresso, dall’utilità o dalla cultura: una patria che non conosce più barbari ai suoi confini. Non una Terra Promessa, insomma, ma una Terra della Promessa per eccellenza.
A questa festa, affollata e piena di gioia, l’Azione Cattolica non è mai mancata. In particolare negli ultimi tempi, l’impegno per l’Europa ricopre un’attenzione particolare nella vita dell’associazione. Il Manifesto per l’Europa Our EurHope: insieme per ridare speranza e futuro al progetto europeo ne è l’ultima testimonianza viva, nata dalla Summer School promossa dall’Istituto Giuseppe Toniolo dell’Ac, che ha visto l’unirsi, sotto la bandiera blu stellata, anche Caritas, Focsiv e Missio. Un’esperienza che continua con il laboratorio sull’integrazione europea EurHope.lab, nato dalla volontà di un gruppo di giovani partecipanti alla Summer School e firmatari del Manifesto: i giovani del mondo cattolico si sono ritrovati insieme, scegliendo di dialogare con le proprie esperienze e competenze, per lavorare concretamente al progetto europeo. Lo stile laboratoriale si alimenta così dell’incontro tra esperienze diverse e realtà molteplici, in un formarsi ed un informarsi continuo e costante. Un “sapere” che, per essere fruttifero, vuole diventare un “far-sapere” e generare speranza per una rinnovata appartenenza alla comune cittadinanza europea.
A questa festa, oggi siamo tutti invitati, per condividere i passi verso un futuro sempre più comunitario, solidale e giusto. E allora buona festa a tutti!

*Componente del Laboratorio sull’integrazione europea dell’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo.

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