Medio Oriente in fiamme. La grande marcia dei palestinesi

Un tunnel per la pace

Versione stampabileVersione stampabile

di Michele D’Avino* - A riaccendere la miccia degli scontri tra israeliani e palestinesi è bastata una dichiarazione del presidente americano Donald Trump. Lo scorso dicembre, Trump, incurante delle risoluzioni ONU sull’argomento, ha annunciato il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato d’Israele e lo spostamento nella città dell’ambasciata statunitense attualmente a Tel Aviv.
Alla soddisfazione del presidente israeliano Benjamin Netanyahu hanno fatto eco le proteste dei palestinesi nella parte araba della città e nei territori della Cisgiordania e della striscia di Gaza.  Al Fatah ha denunciato la violazione del diritto internazionale rappresentata dalla scelta degli USA, rivendicando Gerusalemme Est come capitale del futuro Stato palestinese. Il leader politico del movimento islamico Hamas, Isma’il Haniyeh, si è invece spinto oltre, affermando che quella statunitense è una dichiarazione di guerra contro la Palestina e ha invocato una nuova Intifada.

È in questo clima di forte tensione che è nata e si è sviluppata la “grande marcia del ritorno”. Dallo scorso 30 marzo migliaia di residenti nella striscia di Gaza si sono mobilitati per protestare contro l’espropriazione delle terre arabe subita per mano degli israeliani. La protesta cade quest’anno nel 70° anniversario della nascita dello Stato d’Israele e sarà portata avanti fino al 15 maggio: festa dell’indipendenza per Israele e giorno della “nakba”, “la catastrofe”, per i palestinesi.
Basterebbe questo a descrivere l’inconciliabilità delle posizioni contrapposte sul campo. Per i sostenitori della causa palestinese, sin dal 1948, si è consumata, ai danni delle popolazioni di etnia araba, un’occupazione mai definitivamente arrestata. Gerusalemme Est, Gaza e la Cisgiordania, ai sensi della risoluzione 242/1967 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, sono territori palestinesi “occupati” da Israele. Per Israele, invece, si tratta più semplicemente di territori “contesi”. Una posizione che rafforza il programma di espansione del governo di Tel Aviv in territorio palestinese attraverso nuovi insediamenti.  Oltre 500 mila coloni israeliani abitano oggi la West Bank, in violazione della legge internazionale che proibisce ad Israele di muovere i propri cittadini nelle aree invase. E nuove colonie continuano ad essere annunciate e costruite in Cisgiordania.

La protesta in corso è stata preannunciata come pacifica, finalizzata a risvegliare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale a favore dell’indipendenza palestinese, ma è subito sfociata nel sangue. Sono già decine, ad oggi, i morti sul fronte palestinese e a migliaia si contano i feriti.
Israele ha rafforzato il fronte delle proprie forze militari sui confini e ha messo in campo un’azione “difensiva” contro quello che considera un serio rischio di attentato terroristico. La reazione israeliana trova giustificazione in una lunga serie di attentati subiti nel corso degli anni per mano di frange terroristiche legate ad Hamas e al movimento estremista dei Fratelli Musulmani. Episodi che hanno trasformato Israele in un territorio sotto allerta militare permanente e hanno condotto all’imposizione di un duro embargo sulla Striscia di Gaza, che ha messo in ginocchio la popolazione. Lo spazio aereo, l’area marittima, le risorse energetiche e gli spostamenti tra Gaza e la Cisgiordania sono sotto esclusivo controllo israeliano.

Le vittime dei recenti scontri sul confine sono dunque considerate, per il governo israeliano, le ultime di una serie di provocazioni cui non si poteva non reagire. In fondo, le vicende cui assistiamo in questi giorni, sembrano nient’altro che la riproposizione di un rituale già visto: alle azioni più o meno provocatorie messe in campo sul fronte palestinese, Israele replica con reazioni più o meno sproporzionate. La storia non si ripete, ma spesso fa rima, affermava Mark Twain.
Il carico di morte registrato nel corso del conflitto israelo- palestinese, come ha sottolineato lo studioso Lorenzo Kamel, porta con sé una precisa lezione “sebbene appartenenti a due realtà che per molte ragioni non possono essere poste sullo stesso piano, gli estremisti di entrambi le parti si alimentano e hanno bisogno gli uni degli altri. Una percentuale rilevante degli israeliani e dei palestinesi ha investito un enorme carico di energie nel tentativo (riuscito) di disumanizzare l’altro: questi ne sono i risultati”.

Un simile vicolo cieco imprigiona le possibilità concrete di pace in Medio Oriente e si ripercuote soprattutto sulla popolazione civile. Il Segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, in una sua recente visita in Israele, ha ribadito la necessità di una soluzione politica al conflitto israelo-palestinese che preveda la nascita di due Stati, attraverso la riproposizione dei principi contenuti nella “Arab Peace Initiative” del 2002. Ma si tratterebbe di una svolta possibile solo attraverso un deciso intervento multilaterale da parte della comunità internazionale. Condizione che, ad oggi, sembra ben lungi dal realizzarsi.
A mancare, dunque, è soprattutto la volontà politica e il coraggio di osare la via della pace. Tornano in mente, allora, le parole dell’ex presidente israeliano Shimon Peres, Nobel per la pace nel 1994 con Rabin e Arafat per gli accordi di Oslo, che una volta disse: “non è vero che non c’è luce in fondo al tunnel in Medio Oriente. Tutt’altro, la luce c’è. Il problema è che non c’è il tunnel”!

*Componente del Centro studi dell'Azione cattolica italiana e direttore dell'Istituto di Diritto internazionale della pace "Giuseppe Toniolo"