Dopo dodici secoli, «un santo grande Concilio» panortodosso

Un Sinodo nella modernità

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Sinodo panortodosso

L’annuncio è storico: i primati delle Chiese ortodosse autocefale – cioè indipendenti – si ritroveranno per un «santo grande Concilio» panortodosso sull’isola di Creta, dal 16 al 27 giugno: l’ultima volta che questo è accaduto risale a ben dodici secoli fa, al secondo Concilio di Nicea. La decisione è stata ufficializzata dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo. In agenda.  la diaspora ortodossa, l’autocefalia, il sacramento del matrimonio, l’ecumenismo. Sul tema, vi proponiamo un’intervista a Basilio Petrà e Adriano Roccucci a cura di Piergiorgio Grassi realizzata per il dossier “Ortodossi tra noi” su Dialoghi n.4-2015.

Sta giungendo a conclusione il percorso che porta all’apertura del Sinodo. Quali sono le ragioni della lunga gestazione di un evento che pure è stato fortemente voluto dal Patriarcato ortodosso di Costantinopoli?

Petrà. Le ragioni della lunga gestazione sono molto varie. Ci sono certamente ragioni storiche. Con il secolo XIX l’Ortodossia si è andata trasformando sempre più da comunione teologica, liturgica e canonica dei patriarcati storici a comunione di Chiese nazionali: i patriarcati recenti coincidono con Chiese nazionali, le Chiese autocefale non patriarcali sono anch’esse quasi del tutto nazionali, i patriarcati storici del primo millennio pur non essendo formalmente nazionali sono percepiti come legati per lo più alla nazione greca: ciò vale principalmente per Costantinopoli ma in varia misura anche per gli altri. La diaspora ortodossa è stata ed è ancora in gran parte un prolungamento delle nazionalità. Questa realtà confligge con la configurazione canonica dell’Ortodossia come deriva dal primo millennio, che è transnazionale. Il punto nel quale principalmente emerge il conflitto è la controversia tra Costantinopoli e Mosca riguardo alle prerogative dei rispettivi patriarcati, in particolare riguardo al ruolo primaziale – non puramente onorifico - rivendicato da Costantinopoli. Si veda ad esempio la difficile questione di chi ha l’autorità di dichiarare l’autocefalia delle Chiese. Oltre alle ragioni storiche vi sono anche ragioni teologiche e culturali, dai rilevanti risvolti canonici. L’autocoscienza ortodossa si forma come continuità dell’esperienza della salvezza secondo la Tradizione dei Padri, una tradizione consegnata in particolare alla liturgia e ai Sacri Canoni, espressione dei primi sette Concili ecumenici e della cultura del primo millennio. Di qui, la crescente difficoltà a fronteggiare i cambiamenti culturali che hanno modificato la percezione del mondo, cambiamenti legati principalmente all’evoluzione scolastica della teologia, all’emergenza successiva della modernità e della secolarizzazione fino alle trasformazioni odierne. Certo, da una parte, si è sempre avvertita l’esigenza del cambiamento, dall’altra parte però la si è decisamente combattuta appoggiandosi alle fonti normative dell’autocoscienza ortodossa, quelle appunto del primo millennio.

Roccucci. La prima Conferenza di Rodi e le due che seguirono nei primi anni Sessanta nell’isola greca, fino a quella di Ginevra del 1968, dove si decise la convocazione del Concilio panortodosso, si realizzarono in un periodo particolarmente fecondo per l’ecumenismo. La convocazione del Concilio Vaticano II da parte di Giovanni XXIII diede un impulso potente al dialogo e all’incontro tra cristiani. D’altra parte il Consiglio ecumenico delle Chiese fondato nel 1948 conosceva un nuovo dinamismo, anche per l’ingresso della Chiesa di gran lunga più rilevante dell’Ortodossia, quella russa, che dava avvio a una nuova fase di attiva presenza a livello internazionale anche per resistere alla pressione antireligiosa del potere sovietico.

In questo tempo così denso, personalità di grande spessore spirituale e di ampie visioni giocarono un ruolo decisivo. Si pensi al patriarca ecumenico Athenagoras, a cui si deve l’iniziativa della convocazione della conferenza di Rodi, al metropolita russo Nikodim, stratega dell’apertura ecumenica della sua Chiesa, e da parte cattolica a figure come Giovanni XXIII, il card. Bea, Willebrands, e anche Paolo VI che giocò un ruolo molto rilevante in questo ambito.

Le Chiese ortodosse, pur unite nella dottrina e nella comunione, nei secoli avevano maturato tra di loro isolamento ed estraneità. Avevano percorso itinerari storici differenti. Si erano stratificate non poche questioni irrisolte, spesso talmente aggrovigliate che non era facile districarle rapidamente. Non mancavano rapporti conflittuali, o comunque travagliati, nelle relazioni tra le Chiese. Occorreva quindi un periodo di preparazione: bisognava imparare a parlare e a ragionare insieme su numerose questioni che andavano studiate. Athenagoras aveva osservato: «Quando, all’inizio del 1949, sono salito al soglio patriarcale, ho trovato le varie Chiese ortodosse del tutto isolate le une dalle altre. Con relazioni fraterne trascurate, una storia tragica aveva lasciato sedimentare reciproche incomprensioni».

Ma nel frattempo è anche cambiato il mondo. Sono crollati i regimi comunisti in Europa centro-orientale e in Unione Sovietica, è finita la guerra fredda, si è dissolta l’Urss e sono nati nuovi Stati, in Medio Oriente si sono succeduti conflitti con pesantissime ripercussioni sulle comunità cristiane.

Tutto ciò ha modificato profondamente il contesto del mondo ortodosso. Ed è importante cogliere gli scenari nei quali l’Ortodossia oggi vive. Direi che si possono indicare tre quadri.

Il primo è quello che riguarda le Chiese che sono uscite dall’esperienza dei regimi comunisti. In quei paesi, soprattutto in quelli ex sovietici, vi è stato un grande fenomeno di rinascita religiosa, di ritorno, anche per motivi identitari, alla Chiesa, ai sacramenti, innanzitutto al battesimo chiesto nei primi anni Novanta da milioni di persone. Le Chiese hanno riacquistato piena libertà di azione, hanno ristabilito strutture e sono diventate soggetti dello spazio pubblico. È stato un processo di rinascita, pur non senza travagli e aporie. Oggi queste Chiese sono sfidate dal confronto, in molti casi per la loro storia inedito, con una società urbanizzata, pervasa dalla mentalità consumista e attraversata dai processi di globalizzazione.

Il secondo quadro è quello delle Chiese ortodosse in Medio Oriente che sono colpite dalle guerre, dalle persecuzioni, dalle violenze. È una situazione che tocca drammaticamente soprattutto i patriarcati ortodossi più antichi. Basti ricordare che uno dei membri del prossimo Concilio panortodosso, il metropolita di Aleppo del Patriarcato di Antiochia, Paul Yazigi, è stato rapito in Siria più di due anni fa e a tutt’oggi non si hanno sue notizie.

Il terzo quadro è quello della diaspora. In seguito alla grande migrazione europea otto-novecentesca e poi alla emigrazione dalla Russia bolscevica si sono formate cospicue comunità ortodosse fuori dalle zone di insediamento tradizionale, nelle Americhe, in Australia, in Europa occidentale. Questo fenomeno ha conosciuto un’ulteriore fase di crescita dopo il 1989-1991 con nuovi importanti flussi migratori dai paesi ortodossi dell’Est europeo soprattutto verso l’Europa occidentale. Si sono formate nuove comunità spesso molto numerose, come è il caso dell’Italia con gli immigrati provenienti da Romania, Ucraina, Moldavia, Georgia.

Quali sono gli obiettivi che saranno perseguiti dalle Chiese autocefale, gelose della propria autonomia? Il Patriarcato di Mosca, tramite il metropolita Hilarion, che è a capo del dipartimento per le relazioni esterne, ha tracciato confini ben precisi sui temi e sul metodo del dibattito da adottare durante i lavori del Sinodo…

Petrà. Gli obiettivi delle Chiese autocefale sono molto chiari: la difesa della propria identità e delle proprie prerogative giurisdizionali anche nella diaspora. Non appare finora una grande disponibilità delle Chiese nazionali a generare nuove Chiese autonome (tanto meno autocefale) nella diaspora. Là dove è accaduto qualcosa del genere (come nel caso della Orthodox Church of America) subito è emersa la controversia giurisdizionale tra il Patriarcato di Mosca e il Patriarcato ecumenico. Va detto, infatti, che tra le Chiese autocefale ci sono relazioni varie: alcune mantengono una libertà di movimento tra i due poli più rilevanti del mondo ortodosso, il Patriarcato ecumenico e il Patriarcato di Mosca; altre invece sono satellitari. Questo contesto chiarisce anche alcune decisioni che delimitano molto le possibilità del prossimo Sinodo. Si è stabilito infatti che solo i documenti votati all’unanimità potranno essere considerati sinodalmente approvati (ogni Chiesa – indipendentemente dalle sue dimensioni - possiede un voto); per evitare sorprese tutti i documenti che a livello preparatorio non hanno raggiunto l’unanimità sono stati lasciati cadere, almeno finora. In ogni caso, poi, si è ben precisato che il prossimo Sinodo non può essere considerato ecumenico.

Roccucci. Nel marzo 2014 si è svolta a Istanbul, nella sede del Patriarcato ecumenico, una riunione di tutti i capi delle Chiese ortodosse. Durante questa riunione sono state prese decisioni importanti riguardo alle modalità dei lavori del Concilio. È stato stabilito che le Chiese non potranno essere rappresentate da più di ventiquattro vescovi. Inoltre si è deciso che le decisioni conciliari debbano essere prese sulla base del principio del consenso, cioè solo se saranno approvate all’unanimità da tutte le Chiese.

L’ordine del giorno prevede alcuni temi, dalla questione del calendario liturgico al matrimonio, dal digiuno all’ecumenismo. I problemi più spinosi riguardano i temi delle relazioni interortodosse, tra i quali l’organizzazione ecclesiastica della diaspora, le modalità di dichiarazione di autonomia e di autocefalia (cioè di indipendenza) di una Chiesa. Non su tutti i punti è stato ancora raggiunto un accordo preliminare. I motivi di disaccordo sono diversi. Senza entrare negli aspetti più propriamente tecnici, indicherei due questioni di fondo.

La prima è la differenza di vedute nell’interpretazione del ruolo del Patriarcato ecumenico, tra chi intende rafforzarne le prerogative primaziali all’interno dell’Ortodossia, posizione sostenuta da Costantinopoli, e chi afferma che il suo primato di onore debba essere inteso in senso minimalista, come sostiene Mosca. Tuttavia occorre ricordare che il mondo ortodosso non può essere ridotto solo alle dinamiche del rapporto non sempre facile tra la prima sede di onore, Costantinopoli, e la sede di gran lunga più rilevante, Mosca: esso è un mondo plurale con altri significativi poli al suo interno.

La seconda è connessa alle questioni giurisdizionali, cioè alle contese sull’appartenenza delle strutture ecclesiali di una regione a una Chiesa o all’altra, come avviene ad esempio tra Chiesa russa e Chiesa romena riguardo alla Moldavia, dove sono presenti strutture di entrambe le Chiese. Tali problemi si intrecciano a quelli complessi del rapporto tra religione e nazione nel mondo di tradizione bizantina, che dopo il congelamento comunista, sono riemersi a volte in modo virulento.

Epicentro di questo tipo di problemi è senza dubbio l’Ucraina, dove all’idea nazionale che si è affermata nel paese dopo il 1991 sono corrisposti tentativi di dare vita a una Ortodossia ucraina indipendente da Mosca, col risultato di avere oggi oltre alla Chiesa ortodossa ucraina in comunione con il Patriarcato di Mosca, che è canonicamente legittima e rappresenta la confessione maggioritaria nel paese, alcune altre Chiese scismatiche autoproclamatesi autocefale, ma senza essere riconosciute dal resto del mondo ortodosso. Su tale questione ecclesiastica in Ucraina si è consumato lungo gli ultimi decenni un aspro confronto tra Mosca e Costantinopoli, non ancora risolto, su chi abbia diritto di intervenire nelle questioni dell’Ortodossia ucraina. Il cristianesimo ucraino, che comprende anche greco-cattolici, cattolici latini e numerosi protestanti, è complesso e diviso. Sono divisioni rese ancor più dolorose dalla guerra che in Ucraina ha visto cristiani, sovente appartenenti alla stessa Chiesa, combattersi tra loro.

Ci sono tensioni interne che riguardano il dialogo ecumenico in corso: da parte di alcune Chiese si vorrebbe interrotto il dialogo con quelle confessioni cristiane ritenute troppo compromesse con i valori e gli stili di vita del mondo occidentale. Quali sono le questioni più “calde” a questo proposito?

Petrà. Il confronto più aspro si ha intorno allo sviluppo occidentale della dottrina dei diritti individuali, specialmente ai riflessi di tale dottrina nell’ambito dell’etica pubblica. Sessualità, matrimonio, famiglia, aborto e tecnologie procreative sono alcuni dei grandi temi di confronto. Tuttavia, bisogna dire che l’unanimità raggiunta a livello preparatorio sul documento concernente l’Ortodossia e l’ecumenismo (finora non reso noto, a quanto mi risulta) mostra che almeno nelle quattordici Chiese autocefale l’attitudine ecumenica si può ritenere accettata, anche se le differenze riguardo alle confessioni cristiane più secolarizzate rimarranno. Nella preparazione del Sinodo è emerso, per altro, un fatto relativamente nuovo: differenze sul tema dei diritti individuali sembrano cresciute anche entro le Chiese ortodosse. Si è avuto infatti un conflitto sull’omosessualità nelle riunioni della Speciale Commissione preparatoria, che nei primi mesi del 2015 ha lavorato per i documenti sinodali. Non a caso, nella recente V Conferenza presinodale panortodossa (Chambesy, ottobre 2015) le Chiese di Russia e di Georgia hanno rifiutato di sottoscrivere il documento che aveva suscitato tale conflitto e che perciò forse non sarà presentato per l’approvazione in Sinodo.

Roccucci. Il quadro del dialogo ecumenico tra il mondo ortodosso e i cristiani occidentali è variegato. Il processo di apertura nei paesi ex comunisti e la formazione di diaspore consistenti in paesi a prevalente tradizione cattolica o protestante hanno favorito la conoscenza e la frequentazione tra questi diversi mondi cristiani. È un fatto di primaria importanza che ha già dato frutti e continuerà a darli.

Il rapporto di molte Chiese ortodosse, e in primo luogo del Patriarcato ecumenico e personalmente del patriarca Bartolomeo, con la Chiesa cattolica vive una stagione direi molto felice. Anche con la Chiesa ortodossa russa, dal pontificato di Benedetto XVI e poi in maniera molto evidente con quello di Francesco, i rapporti sono decisamente migliorati. La vera questione aperta è quella delle relazioni tra il Patriarcato di Mosca e la Chiesa greco-cattolica ucraina, che sono molto complicate, difficili, hanno una storia lunga e travagliata, e oggi sono rese più aspre dal conflitto che colpisce l’Ucraina.

Il fronte invece più spigoloso è quello dei rapporti con il protestantesimo, dove incidono in maniera molto forte le divergenze su questioni di tipo etico, soprattutto nel campo dell’etica familiare, e sull’ammissione di donne e di omosessuali dichiarati all’episcopato.

È possibile individuare alcune significative ricadute che i risultati del Santo Sinodo potrebbero avere sulla situazione italiana: nei rapporti delle diverse presenze ortodosse tra loro e di queste con la Chiesa cattolica, che mantiene un’attenzione particolare nei loro confronti ed ha avviato forme di collaborazione in diverse diocesi?

Petrà. Per rispondere a questa domanda è necessario porsi la questione fondamentale riguardo al Sinodo. Perché le Chiese ortodosse, pur tra tante difficoltà, pur arrivando al Sinodo con una progressiva riduzione dei temi all’ordine del giorno (ne sono rimasti pochissimi), vogliono arrivare a celebrarlo in tutti i modi, come ha sottolineato anche il metropolita Hilarion recentemente? Senza dubbio, esse vogliono offrire una manifestazione pubblica della loro unità mostrando che possono operare e testimoniare unitariamente nell’oggi della storia senza venir meno alla Tradizione; in un certo senso, vogliono dare una prova provata della loro unità come capace di varcare i confini nazionali della sinodalità. Questa manifestazione e questa prova sarebbero date non solo ai non ortodossi ma anche (e principalmente, a parer mio) agli ortodossi stessi: infatti, se l’Ortodossia riesce a fare questo Sinodo nell’unità, senza mostrarsi cioè divisa, saranno innanzitutto gli ortodossi stessi a fare un’esperienza forte di unità che li aiuterà a superare le tensioni e le difficoltà della diaspora. Diventando più capaci di unità nella diaspora potranno generare dinamiche locali il cui sviluppo potrebbe portare in un lontano futuro alla costituzione di ortodossie locali. Naturalmente, il significato di tale evoluzione nei rapporti con la Chiesa cattolica dipenderà molto da quanto sarà deciso sinodalmente nel documento sui rapporti tra Ortodossia ed ecumenismo, ancora non reso noto.

Roccucci. Il Concilio panortodosso, senza dubbio, costituisce, per il fatto stesso di tenersi, un segnale importante di unità dei cristiani. In questo senso avrà ricadute nel ravvivare la tensione all’unità tra le comunità ortodosse in Italia, che non di rado sono state attraversate dalle varie divisioni che separano le loro Chiese, ma anche nella Chiesa cattolica italiana, che sempre più si misura con la presenza ortodossa e con le esigenze di un dialogo fraterno con le loro comunità. È un dialogo, ma direi anche una condivisione, che, oltre a essere inevitabile, ci arricchisce reciprocamente ed è parte ineliminabile della vita cristiana delle nostre comunità. Con i fedeli delle comunità ortodosse, infatti, conviviamo quotidianamente nelle nostre città e nei nostri paesi: sono le donne che curano i nostri anziani o che ci aiutano con i nostri bambini, sono artigiani e lavoratori con cui abbiamo frequente occasione di rapporto, sono i compagni di studio dei nostri figli. Le comunità cattoliche in Italia non possono non tenere in considerazione questa presenza anche per l’autenticità della loro testimonianza cristiana.

*Basilio Petrà è docente di Morale ortodossa presso il Pontificio Istituto Orientale di Roma e di Teologia morale fondamentale presso la Facoltà Teologica di Firenze. Consigliere di redazione di varie riviste teologiche, ha tradotto saggi e volumi dei teologi ortodossi Ch. Yannaras, G. Mantzaridis, S.S. Harakas, I. Zizioulas, A. Yannoulatos. Tra i suoi scritti ricordiamo: Christos Yannaras, Morcelliana, Brescia 2015; La Chiesa dei padri. Breve introduzione all’ortodossia, EDB, Bologna 2015; L’etica ortodossa. Storia, fonti, identità, Cittadella, Assisi 2010.

*Adriano Roccucci è docente di Storia contemporanea presso il Dipartimento di Filosofia, Comunicazione e Spettacolo dell’Università degli Studi Roma Tre. Dirige «Il mestiere di storico», rivista della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea. Collabora con la rivista “Limes”, di cui è membro del Consiglio scientifico. Tra i suoi scritti: Stalin e il patriarca. La Chiesa ortodossa e il potere sovietico, Einaudi, Torino 2011

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