Associazionismo e parrocchia: una relazione vitale

Un ponte tra Vangelo e vita

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di Matteo Truffelli* - La domanda sul significato, le forme e le implicazioni del rapporto tra associazioni laicali e parrocchie non è certo inedita. La storia dell’Azione cattolica, che proprio in questi mesi ricorda i 150 anni della fondazione, ne è profondamente intessuta, con esperienze diverse che oscillano tra un legame di profonda identificazione e, talvolta, dinamiche di non semplice coesistenza. Se la questione non è nuova, però, differente è il contesto, sociale e culturale, ma anche ecclesiale, in cui ci è chiesto di tornare a ragionare. Collocandola nella cornice della “conversione missionaria” a cui tutta la Chiesa oggi è chiamata. Una conversione che non può che partire da quelle articolazioni che più di tutte possono avvicinare l’annuncio del Vangelo all’esistenza quotidiana delle persone: parrocchie e associazioni, appunto. Che o vivranno insieme questa conversione o, probabilmente, non la vivranno affatto.

Per entrare in profondità dentro al nodo dei rapporti tra associazionismo e parrocchia possiamo rifarci forse, per analogia, a un’immagine solo apparentemente distante dal nostro tema. Quando i Padri del Vaticano II vollero, attraverso il titolo, descrivere il contenuto della Costituzione Gaudium et spes decisero di parlare della Chiesa nel mondo contemporaneo. Non si trattava, ovviamente, di giocare con le parole. La Chiesa sceglieva di non porsi di fronte o tantomeno al di sopra delle vicende umane ma, nella logica dell’Incarnazione, di sentirsi parte di esse.

Ebbene, la forza evocativa di quella scelta lessicale può aiutarci a comprendere, per analogia, quale possa essere il rapporto tra associazioni – in modo la particolare l’Azione Cattolica – e parrocchie. Se è vero infatti, come dice la Gaudium et spes, che la Chiesa non può comprendere se stessa fuori dal mondo, è ancora più vero che l’Azione Cattolica non può descriversi se non in una relazione vitale con la parrocchia in cui vive e per la quale vive. Senza scegliere dove stare, senza decidere a che condizioni poterci stare. Semplicemente sentendosi parte della parrocchia in cui si trova per poter essere, dentro di essa, fermento vivo e tessuto connettivo, capace di costruire comunità e di alimentare la missionarietà.

È proprio questo che Papa Francesco ha ricordato in occasione dei due straordinari incontri con l’Azione Cattolica di tutto il mondo lo scorso aprile: «Il carisma dell’Azione Cattolica», ha detto, «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Parole che avevano il tono della conferma, piuttosto che quello del richiamo: la natura dell’Azione cattolica e la sua storia sono sufficientemente eloquenti. Essa vive e non può che vivere radicata nella comunità parrocchiale, per essere in essa e per essa quel gruppo di persone che insieme, in quanto associate, desiderano prendersi cura del cammino di tutto il popolo, lavorando con i pastori e condividendo con essi la ricerca delle strade sulle quali “camminare insieme” a servizio del mondo, perché «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, 17 ottobre 2015). Questa ricerca, oggi, significa anzitutto ricerca delle strade da percorrere per comprendere e attuare le indicazioni dell’Evangelii gaudium.

Potremmo, allora, dire che se da un lato l’Azione cattolica è continuamente chiamata a incarnarsi nella parrocchia per condividerne il respiro, dall’altro essa può essere lo strumento che aiuta la parrocchia a incarnarsi in un territorio, a essere lievito dentro di esso. «Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie», ci ha detto Francesco il 30 aprile 2017, rivolgendosi a una festosa e straripante Piazza San Pietro: «Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti». Proprio in quanto associazione laicale, l’Azione cattolica può rappresentare un efficace ponte tra l’annuncio del Vangelo e le dinamiche dell’esistenza quotidiana.

C’è bisogno di una associazione che faccia tutto ciò? Spesso questo dato viene guardato con sospetto da chi teme la creazione di inutili sovrastrutture o l’emergere di gruppi distinti, se non addirittura elitari. Un nodo che si scioglie solo uscendo da una logica ecclesiale ancora nutrita dall’illusione che ci siano spazi da occupare, ossia solo allontanandoci dalla tentazione del potere. Solo così è possibile vivere con serenità le dinamiche della corresponsabilità, radicate nella consapevolezza che l’impegno di annunciare il Vangelo è assegnato a ciascun battezzato.

Essere associazione non è un fatto puramente strumentale, organizzativo. È esperienza di corresponsabilità, esercizio concreto di condivisione dei talenti, delle domande, della vita di fede. È l’offerta di una trama di relazioni buone tra le persone e i gruppi, di uno spazio strutturato di dialogo e confronto, di una forma capace di educare alla passione per il bene comune. Non serve per separare, ma per unire.

Ecco: a rendere virtuoso il rapporto tra parrocchia e associazioni è proprio la scoperta di questa profonda unità di intenti. Un legame che va ben oltre le questioni formali. Quando parrocchia e associazione sperimentano questa comunanza si scoprono dentro una dinamica che non è certo di competizione, ma di condivisione della comune missione: scoprire come rispondere all’urgenza di accorciare le distanze con la vita delle persone. Si entra allora davvero nella logica che Evangelii gaudium descrive puntualmente quando afferma che è bene «occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi».

*Questo articolo del Presidente nazionale dell’Azione cattolica è tratto dal mensile Vita Pastorale (gennaio 2018)