L’andamento demografico italiano

Un Paese che invecchia non è un Paese che muore

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di Nadia Matarazzo* - In Italia ogni anno i nuovi nati sono almeno 100.000 unità in meno rispetto ai decessi: secondo il bilancio demografico del 2016, al 31 dicembre il saldo naturale era di -141.823, dato destinato ad essere quantomeno confermato negli anni successivi. Ma quali sono le cause di una tendenza che sembra oramai strutturale nel nostro Paese? Certamente i percorsi di sviluppo economico e culturale portano con sé delle conseguenze sociali che attraversano la storia dei popoli e li trasformano significativamente; è quello che sta accadendo a molte delle società industriali, dove sono ben visibili i benefici del progresso medico-scientifico, con l’allungamento della vita, ma altrettanto rilevanti si palesano gli effetti “collaterali” dell’affermarsi di un modello culturale individualista, come, ad esempio, la riduzione drastica dei tassi di natalità, dovuta, da un lato, al miglioramento delle prospettive professionali anche per le donne e dall’altro ai tempi lunghi necessari oggi per realizzare un progetto famiglia.
Secondo i dati ISTAT, la popolazione anziana del nostro Paese, intesa come quella non più in età da lavoro (oltre 65 anni d’età), è passata da meno del 19% nel 2002 a oltre il 22% nel 2017, con un impatto sociale evidentemente considerevole, ad esempio sul sistema previdenziale e su quello sanitario. L’OCSE ha stimato che nel 2050 l’Italia sarà il terzo Paese con più anziani nel mondo, dopo Giappone e Spagna, con 74 over65 anni ogni 100 abitanti attivi (tra 20 e 64 anni), contro gli attuali 38.
Questi sono soltanto i numeri di uno scenario profondamente complesso, che il più delle volte viene letto nei termini di un conflitto tra le generazioni in ragione di una visione della società e dello Stato come un gioco a somma zero. Certamente, va detto, non può ritenersi virtuosa una comunità in cui il valore dei figli viene troppo spesso sacrificato, in cui la famiglia diventa un lusso e il percorso professionale entra in conflitto con quello affettivo e genitoriale. Qualcosa va evidentemente corretto, ma è fondamentale non cadere nella trappola della colpevolizzazione intergenerazionale, perché se è vero che le trasformazioni demografiche hanno creato nuove e profonde disuguaglianze tra gli Italiani, non è corretto affermare che ad esserne vittime siano soltanto le giovani generazioni.
Contrapporre giovani e anziani, infatti, serve soltanto a mascherare le sperequazioni economiche e assistenziali da cui è afflitto il nostro Paese, a diffonderne una lettura che – talvolta volutamente – soffoca la speranza e la solidarietà, in ultima analisi a occultare le vere responsabilità, che vanno ragionevolmente attribuite alla miopia di certe politiche tutte italiane, quelle che nel tempo hanno reso solida l’economia di chi era già forte e indebolito quella di chi invece aveva bisogno di sostegno, con il risultato di esaurire progressivamente – e velocemente – le riserve dinanzi a una struttura demografica di cui andavano identificate le tendenze già alcuni decenni fa e rispetto alle quali non si doveva restare inerti. Non tutti i Paesi industriali, infatti, versano nella medesima condizione: in molti di essi, su tutti quelli dell’Europa settentrionale, i tassi di natalità continuano ad essere alti e il sistema di welfare riesce a rispondere alle esigenze di tutti. Se, dunque, bisogna interrogarsi su come sostenere le famiglie e le nascite, è altrettanto necessario operare in favore della solidarietà intergenerazionale, con misure che trasformino l’economia in un gioco a somma positiva.
Che l’Italia sia un Paese per giovani è più che auspicabile, ma è fondamentale che essa sappia essere una casa accogliente per tutti, per i bambini, gli anziani, i poveri, i fragili. Se la popolazione italiana è oggi composta in misura crescente da “adultissimi”, una politica intelligente è quella che sappia raccogliere le loro istanze e garantire dignità alle loro condizioni di vita, tenendo ben presente che un Paese che invecchia non è un Paese che muore, ma è piuttosto un Paese che ha bisogno di legami tra le generazioni perché la vita sia accompagnata in ogni sua stagione e la cura per chi ha i capelli bianchi sia un perno tanto dell’habitus politico quanto della vita familiare.

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana