Sette mesi dopo il referendum catalano, l’Europa e la sfida dei localismi

Tutti per Ue, Ue per tutti?

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di Antonio Iannaccone* - “Per oltre sei decenni ha contribuito all’avanzamento della pace e della riconciliazione della democrazia e dei diritti umani in Europa”. Questa, la motivazione che nel 2012 spinse, il Comitato norvegese, ad assegnare il Nobel per la pace all’Unione europea. Un contributo che, a distanza di quasi sei anni, appare sempre più imprescindibile e, al contempo, di difficile attuazione.
Perché i Paesi del Vecchio Continente criticano i “muri” di Trump ma, dal canto loro e in maniera analoga, non sempre scelgono la strada del dialogo, della collaborazione. Sono ancora troppi, infatti, gli interessi e i campanilismi pronti a dividere quartieri, città, regioni, popoli e intere nazioni.
Che Europa avremmo se ovunque trionfassero i movimenti indipendentisti, secessionisti e autonomisti? Sarebbe un’Europa frastagliata in ottanta piccoli (alcuni piccolissimi) Stati, come emerge dalla mappa (in foto) pubblicata, sette mesi fa, sul giornale online Linkiesta: la Francia senza Bretagna, Occitania, Normandia e varie frazioni a Ovest (per esempio Alsazia e Savoia); il Regno Unito (non scordiamo la Brexit) contraddistinto dall’affermarsi delle regioni di Scozia, Cornovaglia, Wessex; la Germania privata di Franconia, Baviera, Svevia e Lusazia; l’Italia frazionata in tredici macroregioni; la Catalogna e i Paesi Baschi separati dal resto della Spagna.
Già, la Catalogna. Il referendum dello scorso 1 ottobre, sull’indipendenza, ha innescato e rischia di innescare conseguenze molteplici ed eterogenee (oltre che pericolose), solo parzialmente oscurate dalla caccia al ribelle Carles Puigdemont: un conflitto istituzionale – di vaste proporzioni – tra il governo catalano e quello nazionale (ottant’anni dopo la guerra civile spagnola che contrappose nazionalisti e repubblicani), l’uscita della regione dall’Unione europea (il futuro Stato indipendente della Catalogna sarebbe fuori anche dai Trattati Nato) con ovvie difficoltà economiche (in primis nei settori dell’esportazione e del turismo), un’ulteriore danno di immagine per la Spagna (dopo le due elezioni politiche, nel giro di pochi mesi, che avevano portato alla nascita del nuovo e debole governo Rajoy II). Ma, soprattutto, l’indipendentismo catalano potrebbe dare il via a una sorta di effetto domino che l’Europa unita non deve assolutamente permettersi, specie dopo il cammino e il lavoro di cooperazione fatti negli ultimi sei decenni, ovvero sin dai tempi della CEE.
Nemmeno Papa Francesco vuole che tutta questa fatica vada sprecata: «I Paesi non devono isolarsi dal resto del mondo ed erigere, intorno a sé, barriere invalicabili. L’Europa unita nasce proprio da un progetto ben definito, adeguatamente ponderato: nei padri fondatori era chiara la consapevolezza di essere parte di un’opera comune, che non solo attraversava i confini degli Stati, ma anche quelli del tempo così da legare le generazioni fra loro. Insomma, l’Unione europea nasce come unità delle differenze e unità nelle differenze. Le peculiarità non devono perciò spaventare, né si può pensare che l’unità sia preservata dall’uniformità. Essa è piuttosto l’armonia di una comunità. Perché il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Oggi, dunque, l’Europa ritrova speranza non quando si chiude nella paura di false sicurezze ma, piuttosto, riscoprendo il senso di essere comunità di persone e di popoli, capace cioè di mettere in comune le risorse e i talenti di ciascuno» (Discorso ai capi di stato e di governo dell’Unione europea, in occasione del 60esimo anniversario della firma dei Trattati di Roma, 24 marzo 2017).
Parole forti, destinate appunto a ciascuno, a tutti, che siano catalani o padani, brètoni o còrnici, scozzesi o bavaresi. Capito, Puigdemont?

*Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana