Il nuovo codice antimafia (i termini reali)

Tanto rumore per nulla?

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di Francesco Cananzi* - L’approvazione delle modifiche al codice antimafia è stata accompagnata da fortissime polemiche prima e dopo il voto parlamentare. Si è denunciata la cultura del sospetto e l’arretramento delle garanzie, l’incostituzionalità dell’impianto normativo, ancor più come rinnovato, invocando l’intervento del presidente Mattarella; infine si è contestata l’attribuzione alla magistratura di un ulteriore potere di controllo sull’economia del paese.
Sgombrerei subito il campo da equivoci, in merito al tema del controllo della magistratura sull’economia: credo che il legislatore abbia perso una occasione per esonerare la magistratura dalla gestione dei beni sequestrati e confiscati, attività che richiede molte energie e che ben più opportunamente andrebbe assegnata fin dal sequestro alla Agenzia per i beni confiscati, allo stato però priva delle necessarie risorse. La delega alla gestione di beni e imprese è prevista per legge e non è certo ricercata dai magistrati.
Quanto al resto delle novità legislative, occorre chiarire quali siano stati i termini reali, e non propagandistici, delle modifiche apportate dal Parlamento.
Il dibattito si è incentrato in particolare sul profilo dell’estensione delle misure personali – la sorveglianza speciale – e patrimoniali – il sequestro e la confisca – anche agli indiziati di associazione a delinquere finalizzata alla commissione dei delitti fine di corruzione o, comunque, contro la pubblica amministrazione.
Va detto, circostanza questa che ha inquinato in modo irreversibile il dibattito, che l’originaria ipotesi di modifica consentiva di applicare la misura di prevenzione anche a chi fosse solo indiziato di corruzione e di altri delitti contro la pubblica amministrazione, senza la grave forma associativa.
Il dibattito sembra però essersi arrestato al primo testo, non si è aggiornato alla mediazione raggiunta in Parlamento, e poi approvata, che limita la misura di prevenzione patrimoniale e personale al solo caso dell’indiziato di appartenenza all’associazione di corruttori. Non credo che l’allarme lanciato da molti commentatori possa essere condiviso, in quanto i casi in cui sarà applicata una misura di prevenzione ad un indiziato di associazione per la corruzione saranno davvero limitatissimi.
E mi sembra che il messaggio del presidente Mattarella, inviato al premier Gentiloni, contenente un sollecito a monitorare l’applicazione della nuova disciplina, sia assolutamente saggio e teso a verificare in concreto quali e quante saranno le applicazioni della contestata ipotesi associativa.
Al tempo stesso va sgombrato il campo anche da un altro tema, quello dell’assenza, già preesistente, di adeguate garanzie. Il processo di giurisdizionalizzazione – vale a dire di riconduzione del procedimento di prevenzione in un ambito più garantito, quello proprio del processo penale – è in atto da alcuni decenni.
Si è concretizzato dapprima ad opera della giurisprudenza, nel consolidarsi di una cultura probatoria che esclude la riducibilità dell’indizio al mero sospetto. Ed ora questo processo viene portato a compimento proprio con le modifiche approvate, che introducono: la contestazione sommaria dei fatti ed una fase formale di ammissione delle prove, come nel dibattimento penale; l’impedimento legittimo del difensore, che determina il rinvio del procedimento; la pubblicità dell’udienza, già sancita dalla Corte costituzionale; la costituzione di sezioni apposite per la prevenzione, per favorire un alto grado di specializzazione dei giudici, proprio ai fini di quella cultura probatoria adeguata; infine, la natura prioritaria di tali procedimenti, anche per evitare tempi lunghi con conseguente ingiustificato congelamento dei beni. Insomma le innovazioni vanno proprio nella direzione di consolidare le garanzie.
Inoltre, già da prima, il sequestro e la confisca di prevenzione, che attenterebbero all’economia nazionale, richiedono l’accertamento della provenienza illecita dei beni o del denaro reimpiegato, da trarsi anche dalla sproporzione fra redditi disponibili e redditi dichiarati o prodotti, salva la prova contraria offerta dal sottoposto al procedimento.
L’impressione, alla fin fine, è che si sia fatto tanto rumore per nulla.
Lo hanno fatto i fautori della modifica, forse per propagandare una misura che, a parere di chi scrive, non produrrà effetti significativi: i corruttori ed i corrotti associati o seriali potevano già essere sottoposti alla misure di prevenzione, come pure quelli associati in odore di mafia.
Lo hanno fatto i detrattori della riforma, denunciando l’assenza di garanzie proprio quando il procedimento viene avvicinato di più a quello penale, ed anzi proprio approfittando di questa estensione per contestare l’impianto complessivo del sistema delle misure di prevenzione, che tanti risultati sta ottenendo nel serio contrasto alla criminalità organizzata, con maggiore agilità ed efficacia del processo penale, espropriando le mafie di quanto è per loro più caro, molto più della libertà personale, il denaro e le ricchezze.
Tanto rumore per nulla, dunque. Senza doversi nascondere, però, come l’azione combinata dei fautori e dei detrattori della riforma possa creare i presupposti per una crisi del sistema delle misure di prevenzione, specie patrimoniali, nato con la legge Rognoni-La Torre: crisi della quale questo paese non ha davvero alcun bisogno.

*Magistrato e membro del Consiglio superiore della magistratura (CSM)