Mettere in sicurezza il Paese è una priorità

Tanta fragilità, molte colpe

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Non possiamo permetterci di perdere altro tempo e altre vite. Le calamità naturali non esistono in natura, esiste solo l’azione dell’uomo, la sua imperizia, l’assenza di comprensione e di rispetto dell’ambiente e delle sue regole, lo sfruttamento delle risorse che si fa rapina e spregio per il creato. Mentre piangiamo le molte vittime di questi giorni d’incessante ma non imprevedibile maltempo, nell’esprimere la vicinanza e il cordoglio di tutta l’Azione Cattolica a quanti hanno perso i cari e gli averi, non possiamo non sottolineare il comportamento di chi amministrando la cosa pubblica ha il dovere di non restare immobile. In Italia - lo ricordiamo per l’ennesima volta – più fonti ci indicano che quasi il 40 per cento dei comuni può essere colpito dai terremoti; un decimo del paese, cioè più di 30.000 chilometri quadrati di territorio, è ad altissimo rischio alluvione; il 60 per cento dell’intero patrimonio abitativo deve essere ristrutturato per migliorarne la stabilità e l'integrità. Per non parlare di quello abusivo. Questo è il vero delitto: mantenere a rischio vite umane e un patrimonio culturale e spirituale, storico e ambientale che il mondo ci invidia. L’Italia va messa in sicurezza. Dalle alluvioni come dai terremoti, dalle piogge stile monsone come dalla desertificazione che già interessa un quinto del paese, specie nel Mezzogiorno.
Dati che non dovrebbero sorprendere il Parlamento: sono contenute in studi pubblici resi noti da Legambiente, WWF, associazioni di geologi, Università; e documenti parlamentari: come la mozione sulla difesa del suolo approvata già quattro anni fa, il 22 ottobre 2014.
Detto altrimenti, da nord a sud della penisola, viviamo su una quantità impressionante di polveriere che potrebbero prender fuoco in qualsiasi momento: sotto forma di terremoti, alluvioni ed eruzioni vulcaniche. Siamo il paese europeo continentale con il maggior numero di vulcani attivi o quiescenti; solo tra Vesuvio e Campi Flegrei vivono a rischio più di un milione di persone. Ma siamo anche i primi a vivere incrociando le dita: solo l’1% dei 33 milioni di case italiane sono coperte da una polizza contro terremoto e calamità naturali.
Eppure, ciò che da noi provoca sfracelli, in altre parti del mondo viene vissuto come parte delle quotidianità. In Giappone un sisma come quelli registrati due anni fa tra Lazio, Umbria e Marche, si verifica una volta al mese senza le drammatiche conseguenze che abbiamo visto ad Amatrice e Arquata del Tronto e prima a L’Aquila e Finale Emilia. La differenza è che i giapponesi hanno investito parecchio in sicurezza negli ultimi decenni. Due soli dati: il sistema di monitoraggio e allerta terremoti, che sfrutta la tecnologia satellitare, è costato oltre 1 miliardo di dollari; leggi severissime che prevedono anche la prigione assicurano che nessuna costruzione venga autorizzata se non rispetta le norme antisismiche e anti alluvione e che nessuno costruisca dove è vietato.
Non è facile diventare giapponesi, e forse non è neanche necessario. Serve però essere consapevoli. Quanto costerebbe alle casse dello Stato mettere in sicurezza l’Italia? Qualche anno fa, Corrado Clini, allora ministro dell’Ambiente del governo Monti, disse che per mettere in sicurezza l’Italia sarebbero stati necessari 24 miliardi di euro in vent’anni, pari a un investimento di 1,2 miliardi l’anno, una stima poi aumentata a 40 miliardi negli ultimi cinque anni. Cosa si è fatto da allora: nulla o quasi! Mentre è evidente che le cifre già di per sé importanti siano destinate a crescere. Ma come dicevamo all’inizio, non possiamo più aspettare. Non possiamo giocare con la fortuna e il caso, specie innanzi ai cambiamenti climatici che stanno interessandoci. Perché non ci sia un’altra Sarno o un’altra Palermo, lo Stato ha il dovere di investire per la sicurezza dei suoi cittadini e del suo patrimonio storico, culturale e ambientale. Tutto questo, la vita degli italiani vale più di un vincolo di bilancio. Semmai l’Europa comunitaria ha il dovere di aiutarci e sostenerci. E non lasciarci soli, come già sta facendo per altre emergenze.