Presentato il Rapporto ASviS 2017

Sviluppo sostenibile. C’è ancora molto da fare

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Presentato ieri a Roma presso la Camera dei Deputati il Rapporto 2017 dell'ASviS, Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile (ASviS), la rete di 170 organizzazioni che si occupano di questo tema nel nostro Paese e di cui fa parte anche l’Azione Cattolica. Il Rapporto non solo indica i punti di forza e debolezza dell’Italia, ma fornisce anche i possibili scenari futuri attraverso un modello analitico sviluppato dalla Fondazione Eni Enrico Mattei. Emerge evidente che politiche business as usual non riusciranno a migliorare in modo significativo il benessere, l’equità e la sostenibilità della condizione italiana. Anzi, potrebbe perfino peggiorare il nostro posizionamento rispetto ai partner europei. Al contrario, l’adozione di un insieme di politiche integrate migliorerebbe la performance dell’Italia, in cui comunque urge investire anche su interventi specifici in settori come la qualità dell’acqua e l’approvvigionamento idrico o il consumo di suolo.
Insomma, Siamo sulla strada giusta, ma non basta. Non basta a posizionare l’Italia sul sentiero della sostenibilità, preludio per il rispetto degli impegni presi dal nostro Paese nel 2015 quando ha sottoscritto all’Onu l’Agenda 2030 e suoi 17 obiettivi. Se infatti non si arriverà rapidamente ad un modello di sviluppo sostenibile, che non guardi solo al Pil ma anche al benessere sociale e ambientale, l’Italia fra tredici anni non riuscirà a raggiungere gli Sdgs (l’acronimo inglese di Obiettivi di sviluppo sostenibile) e neppure quelli fissati per il 2020. Certo la situazione è più rosea sulla salute, l’alimentazione e l’educazione (in quest’ultimo goal, pur con tutti i miglioramenti siamo tuttavia ai livelli europei di dieci anni fa), ma restano forti ritardi su povertà, disoccupazione, degrado ambientale e diseguaglianze. Il risultato? Miglioriamo in 9 target, mentre sono «sensibili i peggioramenti» in 4.
È vero sulla povertà siamo in ritardo, ma qualche passo alcune settimane fa è stato fatto: l’introduzione per la prima volta in Italia di una misura di contrasto nazionale. Un intervento che però, secondo il portavoce dell’Alleanza Enrico Giovannini, «non risolve il problema». Il Rei (reddito d’inclusione) ha risorse ancora insufficienti, ammette il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan - durante la presentazione a Montecitorio -, che si è impegnato pur «negli ambiti molto ristretti della legge di bilancio» di capire «come questi vincoli possano essere in parte allentati». Il momento economico è migliore del passato, porta con sé «una sfida strutturale» e «un’opportunità» che va colta per sostenere la ripresa. Per Padoan ci sono quindi «le premesse per usare questo spazio economico e finanziario, ma anche d’iniziativa politica per reindirizzarlo» verso la sostenibilità «in senso più profondo».
Molti interventi attuati dal governo nell’ultimo anno «vanno nella giusta direzione», dice il presidente ASviS Pierluigi Stefanini, anche se non assicurano «la necessaria trasformazione del Paese in grado di rispettare gli impegni internazionali, come l’accordo di Parigi». Ecco perché è giunto il tempo di una «visione di lungo periodo e un approccio complessivo, perché le azioni emergenziali rischiano di lasciare irrisolti i nodi ». Va detto, che il governo ha approvato un mese fa anche il primo catalogo dei sussidi dannosi e a favore dell’ambiente, che però dimostra «lo Stato spende 16 miliardi l’anno per agevolazioni che danneggiano l’ambiente – aggiunge il portavoce Asvis Giovannini – a fronte di 15 miliardi che invece vanno a vantaggio». Quindi «bisogna cambiare approccio» ed iniziare a pensare le politiche «in modo integrato. Questo fa la differenza».
In agenda, l’appuntamento più stringente è che entro il 15 febbraio del prossimo anno, il ministero dell’Economia e delle Finanze dovrà misurare l’impatto delle politiche economiche sul reddito medio disponibile degli italiani, la disuguaglianza che affligge il Paese, la mancata partecipazione al lavoro e l’inquinamento.
L’Italia, infatti, è stato il primo (e finora unico) Paese fra i sette Grandi e in tutta l’Unione europea ad aver incluso nella programmazione indicatori di Benessere equo e sostenibile. I primi quattro già nel Documento di economia e finanza 2017, ben 12 – selezionato da un apposito Comitato – per il prossimo. La norma prevede che il governo inserisca nel Def, redatto ad aprile di ogni anno, un allegato che illustri «l’andamento, nell’ultimo triennio, degli indicatori di benessere equo e sostenibile nonché le previsioni sull’evoluzione degli stessi nel periodo di riferimento ». E valuti a febbraio dell’anno successivo l’impatto della Legge di Bilancio su tali indicatori.
Anche sull’onda della pressione esercitata dall’ASviS in numerose occasioni pubbliche, il governo ha deciso inoltre di effettuare l’aggiornamento della Strategia di sviluppo sostenibile previsto dalla Legge 221/2015 utilizzando l’Agenda 2030 e gli SDGs come quadro di riferimento, e non limitarsi alle dimensioni puramente ambientali.
Stando alle evidenze del Rapporto presentato ieri almeno su due indicatori Bes che verranno utilizzati quest’anno per misurare la ricaduta della programmazione economica – quelli sulla disuguaglianza e la disoccupazione – serviranno interventi d’urgenza. Nel 2016 le famiglie in povertà assoluta erano 1,6 milioni (il 6,3% delle famiglie residenti) per un totale di 4,7 milioni di individui, il livello più alto dal 2005. Il tasso di occupazione si è attestato invece al 57,2%, anche grazie al miglioramento dell’occupazione femminile. La ripresa riguarda però soprattutto le persone over 50 tanto che, nonostante la riduzione per il terzo anno consecutivo del numero delle persone inattive, i Neet (cioè dei giovani di 15-29 anni che non studiano e non lavorano) sono ancora pari a 2,2 milioni.
Oltre a potenziare il Reddito di Inclusione, suggerisce quindi l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, investendo risorse maggiori sia sulla componente monetaria della misura sia su quella che riguarda i servizi ai beneficiari, è indispensabile sviluppare un piano di contrasto alla povertà. Sono anche necessarie misure redistributive “a valle”, come una progressiva riduzione del regime fiscale di favore concesso alle rendite finanziarie e l’introduzione di una politica universale di sostegno al costo dei figli minorenni, a prescindere dalla posizione dei genitori nel mercato del lavoro. Per contrastare poi la disoccupazione giovanile, l’unica strada è investire nelle politiche attive e portare a regime il sistema di alternanza scuola-lavoro e di orientamento per aiutare le giovani generazioni a scegliere con maggiore consapevolezza il proprio futuro.