L’Italia accogliente che non si guarda allo specchio

Stranieri ma residenti

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di Nadia Matarazzo* - Le migrazioni rappresentano uno dei fenomeni destinati a segnare la vita delle nostre comunità nei decenni a venire, sebbene siano un elemento oramai strutturale nella società globale, tanto nel Nord quanto nel Sud del mondo. Già, perché, nonostante il clamore che costantemente avvolge tutti i discorsi concernenti i flussi migratori, in realtà essi non si muovono soltanto in direzione dei Paesi industrializzati ma, al contrario, crescono sempre di più anche in quelli che noi consideriamo esclusivamente Paesi di partenza, commettendo l’errore di una generalizzazione che è colpevole di una visione piuttosto approssimata del mondo, dalla quale origina parte dei nostri complessi da “invasione”. Ma nessuna invasione è in atto, né in Europa né in Italia né altrove, e sarebbe auspicabile che anche le forze politiche tutte si facessero carico di questa grande responsabilità: comunicare al Paese lo scenario reale, lavorando per correggerne le criticità ma senza tacerne le virtù e le potenzialità.

Lo scorso ottobre è stato presentato il Dossier Statistico Immigrazione 2017, a cura del Centro Studi e Ricerche Idos, uno strumento oramai ineludibile per la lettura dei dati relativi alla presenza straniera in Italia. Al 31 dicembre 2016 il numero di stranieri residenti nel nostro Paese superava di poco i 5 milioni e rispetto al 2015 è aumentato di sole ventimila unità, dato che va letto anche alla luce delle molte acquisizioni di cittadinanza italiana. Questo ultimo aspetto, incrociato con le motivazioni di rilascio dei visti (familiari per la maggior parte), tratteggia uno scenario migratorio che va interpretato alla luce di una nuova tendenza che ha ormai soppiantato il transito, ossia l’insediamento. L’Italia si va, infatti, affermando come la destinazione finale di molti dei percorsi migratori che si sviluppano lungo le direttrici mediterranee ma anche quelle esteuropee; sono quasi duecento le nazionalità presenti, con netta prevalenza dei Romeni, subito seguiti da Albanesi e Marocchini. Non tutti “extracomunitari”, quindi, parola tristemente tipica del gergo italiano.

Sebbene – e questa è un’altra delle convinzioni da scardinare – il maggior numero di arrivi si registri attraverso le frontiere di terra, quello che è in netto aumento è lo sbarco di richiedenti asilo, per il quale nel 2016 l’Italia si è posizionata al quinto posto nel mondo (dopo Germania, USA, Turchia e Sudafrica) e all’interno del quale va segnalata la corposa presenza di minori non accompagnati, che sono diventati destinatari di maggiori tutele grazie alla legge 47/2017.  

Quanto al mercato del lavoro, il 2016 ha registrato – in un quadro generale positivo per il terzo anno consecutivo dopo la crisi economica – un aumento del tasso di occupazione degli stranieri, che è stato anche più alto di quello degli italiani, dato che va filtrato da un’osservazione di tipo qualitativo, che prenda cioè in considerazione quali sono i segmenti del mercato nei quali gli stranieri vengono mediamente occupati, ovvero l’agricoltura e i servizi domestici, oltre alle attività industriali e turistiche. I migranti, infatti, sono il più delle volte assunti per mansioni rispetto alle quali risultano sovraqualificati: è emblematico il caso delle badanti laureate. 

Molteplici sono le questioni aperte legate alle migrazioni nel nostro Paese: dal disagio abitativo all’inclusione sociale, dal riconoscimento dei diritti politici alla normativa sull’acquisizione della cittadinanza, dall’istruzione al dialogo interreligioso. Va riconosciuto, però, che a distanza di almeno quarant’anni dai primi arrivi di lavoratori migranti nel nostro Paese, molti passi sono stati fatti per operare una dignitosa accoglienza non solo alle frontiere ma anche, e soprattutto, nelle città e nei luoghi del vivere quotidiano, gran parte di essi per iniziativa della società civile e con il supporto del terzo settore. A ben guardare, infatti, le nostre comunità  sono già trasformate in direzione della multietnicità, spesso con forti sacche e spazi di resistenza, certamente, ma bisogna considerare che se la convivenza è possibile e fruttuosa, tuttavia non è mai scontata. Ed è per questo che resta forte il bisogno del supporto dei decisori in favore dell’inclusione dei migranti: sul versante interno, è necessario operare politiche che consolidino lo sviluppo sociale della comunità Paese; su quello internazionale, invece, è urgente coniugare il controllo delle frontiere con il valore della solidarietà.

Il percorso è senza dubbio difficile, ma percorribile, a patto che la politica e la società siano tanto mature da predisporsi a cogliere i segni dei tempi.

*Componente del Centro Studi dell'Azione Cattolica Italiana