Evangelizzatori con spirito/3

La contemplazione apre alla speranza

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di Marco Ghiazza*- Non è semplice dirci “perché credere”, secondo quanto questa rubrica ci dice e, per certi versi, promette. Cerchiamo piuttosto di aiutarci a credere perché, in fondo, per questo vi è la Chiesa e, in essa, l’esperienza associativa.
Proviamo a essere gli uni di aiuto alla fede degli altri. Senza presunzione, con sincerità.
La spiritualità missionaria che papa Francesco rilancia con l’esortazione Evangelii Gaudium si caratterizza, tra le altre cose, per l’assunzione di una categoria per certi versi inedita: «Non diciamo più che siamo “discepoli” e “missionari”, ma che siamo sempre “discepoli-missionari» (Eg, 120).
Questa simultaneità è il nome di quella unità tra fede e vita che i nostri percorsi formativi vorrebbero aiutarci a realizzare. Per raggiungerla il papa indica però una serie di passaggi il cui ordine è tutt’altro che casuale.
Egli aveva affermato poco prima: «Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù» (Eg, 120). La missione non è, non può essere altro se non la conseguenza di un incontro, le cui caratteristiche il papa descrive nei nn. 264-267 di Evangelii Gaudium.
Le rileggiamo attraverso due piccole sottolineature.

Il primato della contemplazione
«La migliore motivazione per decidersi a comunicare il Vangelo è contemplarlo con amore, è sostare sulle sue pagine e leggerlo con il cuore» (Eg, 264).
Quella della contemplazione è un’esperienza di molti. Anzi, dovremmo dire che non si è autentici credenti se si prescinde da questa dimensione fondamentale. L’Azione cattolica cerca di vivere con familiarità questo che fu uno dei tre impegni ricevuto da San Giovanni Paolo II a Loreto, nel 2004: «Vi affido tre consegne. La prima è “contemplazione”: impegnatevi a camminare sulla strada della santità, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, unico Maestro e Salvatore di tutti» (Angelus, 5 settembre 2004).
Nel Nuovo Testamento incontriamo una volta sola la parola che noi traduciamo con “contemplazione”. Siamo nel Vangelo di Luca (23, 48), ci troviamo sotto la croce, davanti allo “spettacolo” della umiliazione e della glorificazione di Gesù.
Così il Vangelo ci consegna un orientamento per lo sguardo della nostra fede e, in fondo, ci indica pure il fine della contemplazione autentica. Essa non è certamente una forma di “fuga” dal mondo, come anche una certa proposta spirituale la descrisse nei secoli passati. Al contrario, la contemplazione vuole aiutarci a realizzare l’obiettivo del Progetto dell’Associazione: Perché sia formato Cristo in voi. Guardare a Cristo Crocifisso significa imparare da lui sentimenti, atteggiamenti, criteri di giudizio, sguardi nuovi sulla realtà, sulle persone, sulle relazioni.
Significa pure acquisire quella sapienza evangelica che guarda alla storia cogliendone un orientamento: talvolta misterioso, davanti all’accanirsi del male, eppure incamminato verso la salvezza.
Sì: la contemplazione apre alla speranza, perché permette di scoprire che dietro l’umiliazione della croce, dietro le apparenti sconfitte dei miti e di coloro che amano gratuitamente c’è sempre la vittoria della vita, della pace, della giustizia.
«Che dolce è stare davanti a un crocifisso, o in ginocchio davanti al Santissimo, e semplicemente essere davanti ai suoi occhi!» (Eg, 264)
Auguriamoci di custodire questa dolcezza, nella nostra vita personale e nelle proposte associative.
Non barattiamola.
Né con l’ansia dell’efficientismo, in un’ingenua visione della vita e della fede che mette in competizione l’urgenza delle “cose da fare” con la possibilità di “rimanere” (la prima delle tre consegne di papa Francesco, il 3 maggio 2014). «La preghiera non è tempo perso, non è rubare spazio alle attività, anche a quelle apostoliche, ma è esattamente il contrario: solo se se siamo capaci di avere una vita di preghiera fedele, costante, fiduciosa, sarà Dio stesso a darci capacità e forza per vivere in modo felice e sereno, superare le difficoltà e testimoniarlo con coraggio» (Benedetto XVI, Udienza del 29 agosto 2012).
Né con una riduttiva visione dell’esperienza quotidiana: essa non ha bisogno solo di essere raccontata o condivisa; chiede di essere interpretata, proprio alla luce di quella che potremmo chiamare “grammatica della Croce”, appresa e assunta nella contemplazione.
Il card. Martini era solito dire che, nella fede, «si vede attraverso le orecchie», ovvero che si giunge alla contemplazione nell’ascolto sincero della Parola.

L’umanità di Gesù
«Tutta la vita di Gesù… parla alla nostra vita personale» (Eg, 265).
L’umanità di Gesù non è solo la Rivelazione del Volto di Dio, secondo quanto affermato dal Vangelo di Giovanni (cf. Gv 1, 18). È pure «l’immagine alta e pura del volto dell'uomo così come lo ha sognato il cuore di Dio», come amava pregare don Michele Do.
L’umanità di Gesù diventa così, al tempo stesso, via di approfondimento della nostra ricerca di Dio e anche strada per una maggiore conoscenza di noi stessi. Ancora una volta, sintesi tra fede e vita. È la lezione del Concilio quella che papa Francesco vuole rilanciare: “Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore svela anche pienamente l'uomo a se stesso e gli manifesta la sua altissima vocazione” (Gs, 22), così che «chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo» (Gs, 41).
Essere “evangelizzatori con Spirito” è un modo, il nostro modo, per crescere in umanità e cercare la nostra unità di vita attorno al Vangelo.

*Assistente nazionale dell’Azione Cattolica dei Ragazzi