A tutti e a ciascuno, auguri di buona Pasqua!

L’“ottimismo” di Dio

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di Antonio Mastantuono* - Gerusalemme era addormentata nel silenzio: il chiasso del mercato, del baratto e dei tradimenti aveva lasciato il posto alla malinconia di una notte diversa da tutte le altre. Nelle osterie deserte non si parlava d’altro che di quel gruppo che, tutto d’un tratto, era fuggito in preda alla paura. Gerusalemme sembrava aver perso nell’arco di poche ore il volto che le aveva regalato celebrità. I discepoli si erano nascosti dopo aver smarrito le tracce di quell’Uomo che, aggrappato ad un legno, s’inerpicava solitario sulla nuda collina della città. Per tre ore aveva penzolato ad una croce il capitano di una ciurma di folli che aveva osato sfidare le tradizioni millenarie di scribi e farisei. Solo, con la compagnia di una donna e un amico a sfidare la derisione e gli insulti dell’umanità. Tutti gli altri erano fuggiti, prigionieri di un terrore che aveva smantellato le loro umane sicurezze, i loro sogni vincenti, la loro fortezza. S’immaginavano dell’altro, lo immaginavano un Altro, s’attendevano un diverso Messia: non uno in groppa ad un asino, in ginocchio con il catino dell’acqua, nudo sul Calvario a farsi sbeffeggiare dall’intera storia di quaggiù. Semplicemente aspettavano l’avvento di una forza disumana, che spezzasse il giogo che gravava sui loro cuori, che allontanasse quel fastidioso sospetto d’essere in balìa dell’arroganza umana. Non avevano compreso che quel luogo del Cranio - freddo, traditore, funesto - era stato il luogo dell’Amore: della riscossa, della pienezza e del futuro che irrompe dentro un presente difficile da decifrare. Quell’assenza, oggi, appare come una più ardita presenza: il Golgota non fu l’abbandono ma il punto massimo della vicinanza tra il Creatore e le sue creature, tra il cielo e la terra, tra Dio e gli uomini.
Non ci è difficile pensarci come gli apostoli nei momenti in cui le avversità, il dolore, le sconfitte ci portano a cercare angoli di buio in cui nasconderci.
Non ci è difficile vestire i panni dei discepoli in giorni - come quelli che viviamo - in cui Dio naviga in un fiume di lacrime (D. Turoldo) per la cieca violenza che insanguina perfino le chiese; e rinchiuderci nel nostro privato pensando che il sogno di un mondo più giusto e più umano non ci appartenga più; è un macigno: «una pietra enorme messa all’imboccatura dell’anima che non lascia filtrare l’ossigeno, che opprime in una morsa di gelo; che blocca ogni lama di luce, che impedisce la comunicazione con l’altro» (T. Bello).
Eppure sappiamo che non tutto è così; non può essere che la delusione, le paure, la violenza abbiano l’ultima parola. C’è un respiro di vita che abita il profondo del cuore, c’è un desiderio di una primavera di rapporti nuovi (T. Bello) perché ciò che ci tiene in vita, ciò che ci fa credere è la croce. Ma ciò in cui crediamo è la vittoria della croce (B. Pascal): la vittoria sulla morte e sulla violenza. Cristo risorto, apre il cammino verso la vita. L’esistenza non scivola ineluttabilmente come su di un piano inclinato verso la morte, ma, al contrario, si dirige instancabilmente da morte a vita.
Anche noi – come ci ricorda la liturgia in un’antica sequenza – diciamo: «Raccontaci, Maria che hai visto sulla via?». E lei, donna del Venerdì Santo, esclamerà: «La tomba del Cristo vivente, la gloria del Cristo risorto. Cristo mia speranza è risorto; e vi precede in Galilea».
Sì, il Signore ci precede tracciando cammini di vita oltre le parole, oltre le idee, oltre le forme e i riti, oltre le mura delle chiese… oltre la morte; Cristo non si è allontanato dalla casa del mondo!
Coloro che non accettano che il mondo avanzi così, coloro che sognano ancora un mondo pacificato, sanno che la Pasqua ormai matura come un seme di luce nella terra, come un seme di fuoco nella storia. Perché Cristo non solo è il Risorto, al passato, ma è Colui che, qui e ora, continua a rotolare via i massi dall’imboccatura dei cuori: la sua Risurrezione non riposerà finché non sia spezzata la pietra che chiude l’ultimo cuore e le sue forze non arrivino all’ultimo ramo della creazione (E. Ronchi).
A noi che spesso abitiamo, per sofferenza o per paura, i venerdì santi della storia, viene chiesto di dare, con la Parola e con la vita - alle famiglie, ai volti giovani che tentano di spiccare volo, a coloro che - in compagnia di Cristo - s’inerpicano lungo il difficile sentiero della sofferenza, a chi sta smarrendo il gusto affascinante della vita, a chi ha responsabilità politiche, civili ed educative, a chi, seppur lontano, porta nel cuore il fascino e la semplicità di questa terra, a coloro che ricostruiscono sogni, a quanti non condividono il dono della fede – l’augurio “scomodo”: Perché cercate tra i morti Colui che è vivo? Non è qui, è risorto! (Lc 24,5).

Poteva tutto concludersi
quel venerdì santo!
Ci saremmo limitati a piangerti, Gesù,
per gratitudine e compassione,
a ricordare i giorni trascorsi con te,
ad aiutare le donne a imbalsamarti...

Ma tu sei risorto!
e questo inquieta, scuote, butta giù dal letto
e rivela limiti, riserve, tentennamenti, miserie...
Tu sei risorto e questo ci scomoda!
Ognuno di noi scopre le conseguenze:
c’è da accogliere, farsi impregnare di novità,
dobbiamo ricostruirci, cambiare progetti
per far maturare nel mondo la tua risurrezione.
E poi dobbiamo uscire dai nostri gusci,
perché la tua tomba svuotata è impegnativa:
devo anch’io annunziare, in modo credibile,
c’è da costruire un mondo di chiamati a risorgere...

(G. Impastato S.J))

*Vice assistente ecclesiastico generale dell’Azione Cattolica Italiana