Essere Ac in periferia, l'esperienza di Agrigento e Lampedusa

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Massimo Muratore, presidente diocesano di Agrigento

È “già l'ora che volge il disio ai navicanti” (Purgatorio, Canto VIII): questo triennio volge al termine! Sono trascorsi tre anni, un batter di ciglia rispetto alla vita di ognuno, rispetto alla prospettiva di eternità in cui è proiettata la coscienza; eppure tre anni di vita e quindi un lasso di tempo pieno di storie, di fatiche, di gioie e di dolori per i singoli e per l’associazione. La misura di questo tempo non è certo il calendario dei giorni, ma è costituita dal servizio che abbiamo prestato, dai talenti che abbiamo speso, l’intelligenza che abbiamo esercitato, la preghiera che abbiamo offerto, dalla continuità della presenza dell’Associazione nella Chiesa e nella società agrigentina. Ogni responsabile ha scommesso su se stesso, sulla propria capacità di organizzarsi, di tenere unità la ferialità con l’apostolato a cui è stato chiamato.

Fedeli al mandato dell’Assemblea diocesana, con i propositi che si è posta, abbiamo sentito la necessità di far aderire l’associazione il più possibile alla realtà ecclesiale e sociale; vale a dire cercare di assumere come dato oggettivo la situazione in atto, per comprenderla, innanzitutto, e nel contempo agirvi attraverso lo specifico associativo, contro il rischio di un ripiegamento in ambienti ovattati o verso una “esperienza statica e formale del vivere ecclesiale e sociale” (mons. Francesco Montenegro, intervento al Consiglio diocesano di Azione cattolica del 9 Febbraio 2013).

Un punto di vista della realtà è lo sguardo del Vescovo, mons. Francesco Montenegro, e la sua proposta pastorale, che sollecita ad amare questa nostra realtà, amarla sinceramente e con verità. Nella verità naturalmente devono essere riconosciuti le difficoltà, le complessità, i deficit, gli acuti malesseri sociali, la flebile crescita che è stata però dissipativa del territorio e delle risorse. A partire proprio dalla consapevolezza delle problematiche si potrà - amando - intervenire. La novità di questa esperienza episcopale è la visione di Chiesa che  - come Cristo – guarda il mondo dal basso e che basa la propria esperienza sulla categoria teologica delle povertà. Il Vescovo pone alla Chiesa un quesito di fondo: perché un’umanità, in cerca di speranza, bussa alle porte di Agrigento, ianua della civiltà occidentale e della cristianità? Cosa dicono ai credenti questi viaggi pericolosissimi, i drammi, i profughi e la presenza nelle nostre città di persone di altra nazionalità? Come Ac ci sentiamo investiti da questa domanda e cerchiamo di decodificare le conseguenze e le influenze per la nostra società.

Un altro motivo di realismo è l’analisi della situazione associativa nel territorio diocesano, che è molto esteso e caratterizzato – in larga parte - da piccoli centri, che via via si vanno svuotando; le persone vanno via, e lo vediamo nell’esperienza associativa quando registriamo l’assenza di quei ragazzi e giovanissimi dei trienni passati. La presenza dell’Ac è quella ereditata dal passato: siamo presenti nelle chiese madri e nelle parrocchie dei centri storici, che oggi sono abitati da anziani, persone straniere e poche famiglie novelle. Ci manca la presenza nelle nuove comunità dei quartieri più popolosi e di questo risente il tasso di adesione sia in termini numerici che di varietà sociale ed anagrafica. I responsabili dell’associazione non hanno più un tempo congruo da mettere a disposizione nel servizio (nel passato molti responsabili erano impiegati, molti gli insegnanti, che riuscivano a dare molto spazio all’impegno). In ambito ecclesiale, ci misuriamo con l’atteggiamento “autonomistico” delle comunità, talvolta presentano espressioni di  autoreferenzialità, di autosufficienza, impegnate in urgenze ed attività nello sforzo di una pastorale del territorio; con l’imperante cultura televisiva le persone si interessano del Papa più che del Vescovo. Insieme a questo, vi è tuttavia la consapevolezza che la Chiesa è ancora tessuto connettivo della società; la comunità ecclesiale è radicata, vitale e contribuisce a mantenere lo stato sociale e prospetta alla persona l’orizzonte del trascendente, a fronte di prassi che trascinano l’io nell’immanenza. Questa consapevolezza, unitamente allo sforzo condiviso di laicato e clero, ha saputo "traghettare" la Chiesa particolare, ed in essa l'associazione, attraverso il mare agitato della crisi che caratterizza questa stagione; questo passaggio, tuttavia, è tutt'altro che concluso e stimola ad una lettura della società, che mostra un volto trasformato. Tutto ciò ci spinge ad uno studio, alla  elaborazione per ricollocare e riqualificare il servizio associativo sul territorio.

La diocesi di Agrigento è ormai conosciuta come la Chiesa in cui c’è Lampedusa, da cui provengono sempre sconcertanti notizie di un dramma senza fine. Su Lampedusa posso testimoniare la solidarietà ed il senso di unità nazionale. Molte associazioni ci sono state vicine, abbiamo sentito l’interessamento ed il loro desiderio di essere di ausilio. Dagli eventi di Lampedusa dobbiamo imparare, da un lato, a vedere nelle persone quella “carne viva di Cristo” e l’umanità che condividiamo; dall’altro, la necessità di una visione globale, universale dei problemi che sconvolgono l’attuale temperie e solo l’approccio complessivo potrà far intravedere la soluzione. Sentiamo forte, fortissimo, il dovere di essere vigili e presenti anche per conto dell’intera associazione nazionale, perché l’Ac possa essere pioniera e fermento nel Paese: Lampedusa, che è stata la prima meta di papa Francesco, in cui sono state le massime autorità politiche nazionali ed internazionali, è il luogo in cui l’Italia e l’Europa mostrano il volto della civiltà occidentale, la capacità dell’azione politica, il ruolo nel Mediterraneo.

Non dimentichiamo che la provincia di Agrigento è terra di mafia, con tutto il carico di condizionamento e di mentalità che essa porta. Giovanni Paolo II ebbe l’esperienza della drammaticità dell’azione mafiosa quando incontrò gli anziani genitori del giudice Rosario Livatino, tale che elevò il proprio grido alla conversione. Oltre la valenza ecclesiale di quel messaggio del Papa, il contesto dei Templi ci ricorda come la mafia sia un fenomeno da sconfiggere anche attraverso la cultura della legalità e l’azione politica e di mentalità.

Ho l’onore di dire anche che Agrigento è la terra di Luigi Pirandello, di Leonardo Sciascia, di Andrea Camilleri, di Simonetta Agnello Horby, i quali testimoniano il genius loci, le eccedenze della provincia di Agrigento e come essa sia culla di cultura, di storia e tradizioni. Questo ci è di stimolo a curare, volere, promuovere la bellezza e la ricerca di senso.

L’Ac continua ad avere autorevolezza nell’ambito ecclesiale e sociale. Il nostro impegno è quello di continuare ad abitare la parrocchia, di contribuire a renderla estroversa ed aperta al mondo; ed è anche quello di rendere l’Associazione un corpo intermedio, un soggetto ecclesiale capace di dialogare, interpellare le Istituzioni; un vaso comunicante tra la comunità ecclesiale e la città.

Secondo il carisma dell’Ac e con i mezzi a nostra disposizione, il contributo che dobbiamo offrire si sviluppa nel versante della formazione, della sensibilizzazione. Innanzitutto, imparare a riconoscere in colui che arriva non la forza lavoro, il mero attrezzo vocale come definisce gli schiavi Varrone nella sua descrizione dei mezzi per la coltivazione, ma la persona con una storia, con una cultura e religione e quindi il contatto spinge al confronto ed al cambiamento.

Uno dei punti del documento della XIV Assemblea diocesana è la mediazione di una fede capace di generare scelte, capace di cambiare la vita. Questo senso della fede è accolto non solo in termini di testimonianza cristiana, ma laicamente è vissuto ed offerto anche come esempio di fedeltà: fedeltà agli impegni, nelle relazioni, nel lavoro, nell’agire comune e quotidiano; anche alla luce della scelta di Benedetto XVI – il grande evento di questo triennio – di rinunciare alla responsabilità per motivi di coscienza, avendo chiaro che l’altro è il bene ultimo; l’altro come l’a priori dell’impegno coniugato con la carità verso se stessi.

La comprensione della realtà passa anche attraverso la memoria delle figure di laici che hanno caratterizzato la diocesi agrigentina, per rintracciare stili di vissuto ed esperienze, non tanto per amor di storia, ma per ridirci la possibilità e la necessità dell’impegno. Riscoprire queste figure attraverso il ricordo dei familiari, ci dimostra come queste testimonianze siano ancora vive ed attuali, vicine e vere, possibili e raggiungibili; ce li rendono ancora più nostri.

Emblematica è la figura dell’avv. Vincenzo Campo, dirigente dell’Azione cattolica e candidato nella lista della Democrazia Cristiana per le elezioni del 18 aprile del 1948, ucciso dalla mafia nel 1947 a Gibellina, in una escalation di  violenza e di terrorismo per condizionare le elezioni. A Vincenzo Campo vorremmo dedicare la prossima Assemblea diocesana che si svolgerà proprio il 22 febbraio, la data del suo assassinio. Un esempio di appartenenza e di identità, che è capace di spendersi per il bene comune nella polis ed in una terra che richiede anche sacrificio.

In questa realtà incalzante - e necessariamente semplificata - bisogna riconoscere il pathos di Dio e tradurre in prassi ed in impegno associativo concreto, in cittadinanza attiva la passione per l’uomo.