Innamorarsi per cambiare il mondo

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In un libro edito dall’Ave, i giovani di Ac provano a tracciare rotte, alcune volte impervie, per un’umanità bella e condivisa. Piccoli passi per contemplare le meraviglie del creato e per fare il bene. Artigiani di futuro in un domani che ha bisogno dei giovani. Un contributo verso il Sinodo 2018

di Gianni Di Santo - Innanzitutto il titolo: Artigiani di futuro. Bello, fresco, giovanile, pieno di memoria e di movimento, intriso di una quotidianità passata a modellare le cose e di vita sognata. C’è il passato e c’è il futuro in questo “attacco” editoriale in cover di copertina su un libretto che merita grande attenzione. Gli autori, Lucia Colombo e Michele Tridente, vicepresidenti nazionali per il settore Giovani di Ac uscenti, e Tony Drazza, assistente centrale, hanno immaginato la loro prosa così, diretta, colloquiale, senza troppa punteggiatura inutile. Qui si va al centro della riflessione in modo rapido: soggetto, predicato verbale, complemento oggetto. Tutto a favore dei lettori, che ne trarranno giovamento.

E poi c’è il sottotitolo: Giovani coraggiosi, fedeli, pieni di vita. Anche questo da non sottovalutare. Qui la brevità letteraria è scelta per una sobrietà stilistica che segue le ragioni del cuore, per giovani in cerca di giovani, e che vogliono diventare adulti, attraverso le loro fragilità e il modo di sentirsi vigili, attenti, coscienti rispetto a un mondo da amare e da costruire. Nelle pagine di questo libretto c’è la storia di tre anni del settore Giovani, certo, si vede, si legge, ci si accorge, ma ci sono anche le voci di tanti giovani che hanno sempre qualcosa da dire, e anche da fare, perché no, c’è la memoria da onorare per questi 150 anni di Azione cattolica, così pure le possibilità, ecclesiali e di vita, che si aprono contribuendo a costruire le motivazioni che stanno alla base del prossimo appuntamento mondiale  dell’ottobre 2018, il Sinodo dei giovani.

Quattro direzioni per assaporare la vita

Insomma, giovani in mezzo. Con, su, per, tra. Per non disperdersi nella liquidità del pensiero non più unico ormai, e perfettamente consci che gran parte del riscatto del pianeta, a livello geo-globale, e delle nostre città, per rimanere ai nostri territori, dipende in gran parte da loro, costruttori di bene comune.

Quattro sono le direzioni per rendere ancorati i nuovi linguaggi. La prima è quella della spiritualità delle scelte di vita e del servizio. Una spiritualità che si incarna nella quotidianità dei giorni, fatta di passettini e di grande cadute, di attimi preziosi, di perdono e di accettazione, di affidamento e speranza.

La seconda è quella della formazione, dei linguaggi e del gruppo come strumento prezioso e luogo di crescita. La formazione delle coscienze non è ancora decaduta.

La terza è quella dell’esser Chiesa. Immersi completamente nell’Evangelii gaudium con le forze che si hanno. Come singoli, comunità, associazione, portandosi dietro le durezze e le fragilità dell’esistenza. E altro non è che la chiamata alla santità, il radicamento nella Chiesa, sul territorio, nella quotidianità.

La quarta è la cittadinanza, il dialogo e il servizio.  Quella scelta religiosa che altro non è che un reinventarsi cittadini del mondo, nei tempi nuovi che stiamo abitando. Cittadini e persone che si rimboccano le maniche a scuola, nel lavoro, nel quotidiano delle proprie comunità, dei consigli comunali, delle mense, delle strade. Che tessono reti di bene.

Un libro in uscita e quattro passi

È un libro, anche questo, in uscita. Basta leggerne le prime righe. In uscita da un’idea malsana secondo cui non ci sia spazio per l’energia dei giovani. In uscita dalle sagrestie, dal clericalismo laicale, in uscita persino dall’accettare un mondo che non trova pace.

E allora gli autori tracciano quattro passi per uscire in modo concreto dalle Chiese verso le case. Per essere giovani in uscita è necessario avere il cuore in ricerca. Poi, subito dopo, si può uscire dal tempio, dalle nostre parrocchie, dalle nostre cose molto ordinate e molto liturgiche. «Si esce – scrivono gli autori – perché tutto quello che facciamo dentro possa avere la possibilità di impastarsi di umanità vera e prendere l’odore della strada anziché rimanere con il profumo dell’incenso. Per uscire bisogna saper star dentro».

Poi, certo, è bello farsi sorprendere. «Per strada e in uscita non puoi permetterti di programmare, lì non dobbiamo portare fuori le cose che facciamo dentro, lì non possiamo portare l’ordine delle nostre assemblee per dire che siamo usciti». La strada non ha bisogno di essere ordinata ma attraversata, e in quel disordine e in quella verità bisogna saper ascoltare le grida.

Infine: saper lasciare. Camminare verso qualcuno senza per forza portarsi addosso le proprie sicurezze. Aprire le mani, le braccia, aprire il cuore, e quindi lasciare che qualcuno entri nelle nostre vite e ci regali attimi di bellezza. Insomma, lasciarsi andare. Per innamorarci di lei, di lui, di Gesù, dell’Altro, del mondo, della politica, della scuola, della famiglia, degli amici, delle inquietudini di questo tempo.

Innamorarsi del sorriso. È questa la parola silenziosa e nemmeno tanto nascosta tra le pieghe del libro. Innamorarsi di questa pagina della vita, prosa ancora tutta scrivere, lettera viva da amare.

Innamorarsi di nuovo, per cambiare il mondo. Che non può fare a meno dei giovani.

Articolo pubblicato su Segno 5-6 - 2017