Articolo di Umberto Eco su “Gioventù”

Servire gli uomini per amore

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La morte di Umberto Eco priva la cultura mondiale di un grande scrittore, semiologo e filosofo. Nato ad Alessandria il 5 gennaio del 1932, l’autore de Il nome della Rosa e Il pendolo di Focault fu all’inizio degli anni Cinquanta uno dei militanti più attivi e dirigente degli Studenti di Azione Cattolica. Vogliamo ricordarlo proponendovi uno dei suoi molti articoli scritti per «Gioventù», il settimanale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (Giac). A tutti, siamo certi non sfuggirà, pur dopo decenni, la freschezza e l’attualità del suo pensiero e delle sue parole.

di Umberto Eco* - Nei giorni in cui la Gioventù ricorda la figura di san Sebastiano come un esempio, come un antesignano che apra la strada, come una guida, le Scuole Guide iniziano in tutta Italia, diocesi per diocesi, forania per forania.
Per la quattordicesima volta dal 1938.
Non credo che ci si debba arrestare all’aspetto puramente organizzativo del fatto: sarebbe superficializzare l’avvenimento e ridurre a valore episodico quella che è una profonda realtà educativa della Gioventù Cattolica. Talmente profonda e piena di significato da oltrepassare i limiti della normale attività specializzata per apparire un aspetto essenziale della spiritualità cristiana.
Perché questo semplice fatto ripropone ancora una volta il problema dell’essenza delle “élites”, e lo propone e risolve su di un tono particolare, singolarmente cristiano.
Se pensiamo alla struttura organizzativa (diciamo pure la parola) che Cristo diede alla sua Chiesa, anche in vita, all’ordinarsi, secondo le regole di una gerarchia, inespressa ma vissuta, di Pietro, poi degli apostoli prediletti, quindi di tutti i dodici, dei discepoli, dell’umanità intera a cui Cristo si rivolgeva; se pensiamo a questo primo fatto che iniziò la serie di quelle iniziative individuali o limitate che via via sommossero la vicenda cristiana, vediamo come la vita del Cristianesimo sia stata sempre scossa e fecondata dal lievito di determinate élites.
Ma è il carattere di queste “élites” quello che le distingue da tutte le altre forme di aristocrazia che la storia chi presenta.
Al culmine di quello che abbiam voluto considerare il quadro organizzativo della prima comunità cristiana, Cristo stesso era il Capo. E fu Lui a chinarsi per lavare i piedi ai dodici e ad avviarsi a trascinare la croce a loro servizio. “Servizio”. Ecco la parola che ci definisce e singolarizza l’élite cristiana. Qualsiasi gruppo direttivo che si sia impadronito delle leve di qualsiasi comando in ogni tempo salì con la coscienza di una dignità e di un mandato e dettò legge ad altri; o assunse toni di indispensabilità; o distribuì paterni ma insindacabili consigli. Stabilì un rapporto di dipendenza e di discepolato.
Ed è una caratteristica soltanto cristiana quella di una élite di servi, di un’aristocrazia di uomini che è e vuole essere tale non perché possiede un comando, ma proprio perché si accolla degli incarichi e dei carichi; proprio perché intende quasi sgravare i fratelli dei servizi più pesanti per compierli da sola.
Si va a scuola per essere guide, nella vita cristiana; è un atto di umiltà, ma è anche l’esigenza di compiere una sana preparazione per realizzare un servizio, e realizzarlo bene senza altre ambizioni.
Da questo esempio silenzioso e attivo nascerà l’ammaestramento, ed in questo modo le élites educheranno; ma sarà un’educazione che agirà, come lievito, dal basso, fianco a fianco, sarà una comunicazione spontanea e inavvertita.
Da questa educazione al servizio nasce la coscienza della responsabilità ed il rispetto degli altri, nasce in una parola, l’uomo, che può inserirsi vitalmente nella società, perché non vorrà esserne né il burattinaio né il burattino, ma l’elemento che agisce nell’umiltà della sua sfera per fermentarla tutta.
Quando la Gioventù parla di guide o di élites in genere esce dalla limitatezza di un’esperienza organizzativa per colpire più in profondità. E non è male, ogni tanto, rinnovar la coscienza di una vastità di respiro che riscopriamo nelle cose apparentemente più scontate.

*Tratto da «Gioventù» dell’11 gennaio 1953