Egitto. Nella Domenica delle Palme l’Isis fa strage di cristiani copti

Seminatori d’odio

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di Antonio Martino - Sgomento e unanime indignazione per gli attentati suicidi che hanno bagnato di sangue la Domenica delle Palme della Chiesa copta egiziana. Decine di morti e feriti nella parrocchia di Tanta e ad Alessandria, nel piazzale antistante la cattedrale di San Marco dove il patriarca Tawadros II da poco aveva celebrato messa. A meno di venti giorni dal viaggio di Francesco in Egitto (28 e 29 aprile), appuntamento carico di promesse di pace e fraternità per il mondo intero - e vigilia dell’incontro del Papa con l’Azione Cattolica in Piazza San Pietro (30 aprile) -, l’Isis fa sentire la sua delirante parola di morte. L’ennesima minaccia contro la pace, un grido di terrore rivolto verso chiunque professi un'altra fede e abbia altri valori, quali la sacralità della vita e la fraternità tra i popoli; un atto di violenza cieca come quelli di Stoccolma e di San Pietroburgo, per citare solo gli ultimi.

Ma cosa c’è, effettivamente, dietro le modalità di azione deliranti e sanguinarie di questo movimento jihadista che si sta manifestando come la mannaia del terzo millennio? La posta in gioco è alta perché stiamo parlando di un approccio metodologico fondamentale per evitare uno scontro delle civiltà. È questa, d’altronde, la principale preoccupazione di papa Francesco il quale, non smette mai di ribadire che nessuno può permettersi di prendere a pretesto la religione «per le proprie azioni contrarie alla dignità dell’uomo e ai suoi diritti fondamentali, in primo luogo quello alla vita e alla libertà religiosa di tutti». Da rilevare che la strategia comunicativa di questi fanatici è incentrata sulla provocazione, uno dei tratti caratteristici dell’ideologia salafita, quella su cui si reggono le cellule terroriste d’estrazione islamica. Il loro intento è quello di strumentalizzare la religione per fini eversivi, attribuendo all’Occidente la responsabilità del degrado mondiale.

La storia ci insegna che i paradigmi delle persecuzioni di matrice religiosa sono molteplici, comunque destabilizzanti, e variano a seconda dei contesti e sempre in via di rimodulazione e ridefinizione, adattandosi alle contingenze geopolitiche dei singoli scacchieri. Basti ricordare quanto successo nella ex Jugoslavia. La religione, perciò, rappresenta spesso il pretesto per affermare interessi egemonici, contrari al riconoscimento della dignità della persona umana. Non è l’Islam che colpisce le Chiese copte ma i fanatici islamisti che manipolano il loro stesso credo per ragioni che nulla hanno a che fare con l’essenza più profonda della religione che dicono di professare.

L’obiettivo strategico non dichiarato dei tagliagole dell’Isis è dunque altro dalla Chiesa copta. Mirano all’Egitto intero, per farne un’altra Siria. Scardinando convivenze millenarie. Cercando di spezzare il dialogo interreligioso.

Un vecchio detto attribuito al presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, paladino del panarabismo, recitava: «Dove va l’Egitto, vanno gli arabi». In verità, un po’ forzato. Di certo oggi l’Egitto, con le sue vicende, i suoi entusiasmi, il suo sangue, le sue illusioni e relative disillusioni, i suoi silenzi e le sue colpe sulle torture e la morte di Giulio Regeni, ci interroga non tanto e non solo sull’Egitto, quanto sulle prospettive di sviluppo dell’intero spazio Mediterraneo nel quale l’Italia e l’Europa tutta sono, volenti o no, parte in causa. È un dovere dunque alzare lo sguardo da quanto accade sulle rive del Nilo, e cercare di intravedere che cosa è in gioco sull’intera sponda sud del Mediterraneo dopo il crollo degli stati-nazione improntati sulle figure dei vecchi raìs.