Truffelli: «Il Paese vuole partecipare. La politica? Confonde e non spiega»

«Chiunque vinca, dopo ci sarà una democrazia da rigenerare»

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Intervista a Matteo Truffelli di Marco Iasevoli (pubblicata su Avvenire del 25-11 2016) - Circa 150 eventi lungo tutto il Paese «per informare sui contenuti della riforma e generare processi che consentano un voto consapevole ». Si avvicina il referendum e anche per l’Azione cattolica è tempo di bilanci. La presidenza nazionale, il Centro studi di Ac e le associazioni diocesane, spesso in collaborazione con realtà ecclesiali e non dei territori, hanno promosso convegni e incontri «nelle grandi città e nei piccolissimi centri, nelle sale parrocchiali e nei teatri, nelle scuole e nelle Aule dei Consigli comunali », attivando la partecipazione di migliaia di cittadini e tantissimi giovani. Un impegno, spiega il presidente nazionale Matteo Truffelli, «portato avanti senza schierarci con nessuno e facendoci aiutare da esperti e tecnici convinti come noi che, per un referendum costituzionale, non c’è niente di più deleterio della propaganda fine a se stessa».

C’è un motivo che vi ha spinto a girare l’Italia?
Semplicemente, crediamo che il compito di un’associazione come la nostra sia aiutare le persone a formarsi un’opinione consapevole e critica. Senza però rispondere «sì» o «no» al loro posto.

Dal suo osservatorio quale Paese va al voto?
Abbiamo incontrato un Paese profondamente desideroso di capire e partecipare. Ovunque abbiamo avuto un “pienone” perché i cittadini attendevano che qualcuno parlasse loro della riforma in modo imparziale e obiettivo, senza secondi fini e senza tracciare scenari apocalittici.

Le domande più ricorrenti?
Più che di domande, posso raccontarle uno stato d’animo dei cittadini che abbiamo incontrato. In molti, dopo l’incontro, hanno ammesso che attraverso i leader politici, le sedi di partito, i mass media e i social network non erano riusciti ad afferrare se non in minima parte i reali contenuti della riforma e del referendum. Ciò mi fa riflettere su una comunicazione politica che confonde e non chiarisce.

Vi siete confrontati con esponenti del sì e del no?
In molte circostanze c’è stato un confronto tra sostenitori delle due parti, invitati però a restare in un dialogo sereno, pacato, corretto, onesto intellettualmente. In altri casi, invece, si è preferito mettersi in ascolto di un esperto super partes. Nelle platee c’erano sicuramente tifosi del sì e del no, ma la maggior parte erano cittadini sinceramente indecisi. L’impressione è che ce ne siano davvero tanti.

C’è un dato di riflessione che viene dal “tour”?
Certamente si osserva che la riforma e il referendum sono vissuti in modo diverso a seconda dell’età e della provenienza geografica. I giovani, che sono la grande e bella sorpresa di questi appuntamenti, hanno un approccio molto polarizzato in un senso o nell’altro. E poi, per fare un esempio, è molto diverso parlare di Regioni e Sanità al Nord o al Sud.

Difficile dunque fare previsioni...
Fuori dalla grancassa mediatica, c’è un mondo reale diffidente verso i messaggi della politica e che ha bisogno di trovare risposte nel merito e di rifletterci sopra in modo circostanziato e libero.

Ha un auspicio per il 5 dicembre?
Ho innanzitutto un auspicio per il 4 dicembre, e che cioè i cittadini non si facciano “spaventare” dallo scontro politico e non si rifugino nell’astensione. Per il 5 dicembre, credo che chiunque abbia buon senso auspichi che le parti politiche ritrovino un barlume di unità e un linguaggio minimamente civile. Vinca il «sì» o vinca il «no», ci sarà in ogni caso una democrazia da rigenerare.