A 40 anni dalla Legge 180

Quella follia che ci libera tutti

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di Gianni Di Santo - I cittadini di Trieste lo ricordano bene ancora oggi quel 25 febbraio 1973, quando la città fu letteralmente invasa da un corteo allegro e festante di “matti” ­– i pazienti reclusi nell’ex manicomio di San Giovanni, ora divenuto parco – che trainavano “Marco Cavallo”, l’opera in legno e cartapesta dal colore azzurro realizzata dentro l’ex manicomio stesso da degenti, medici, artisti e infermieri e ispirata a quel cavallo che, l’anno prima, era stato salvato dal macello perché ormai vecchio e stanco dopo tanti anni di onorato servizio come “trasportatore ufficiale” dei panni da lavare. Ecco, di quel giorno va ricordato un gesto, che rimane alla storia: le dimensioni di Marco Cavallo erano così grandi che non riusciva a passare attraverso il cancello di ingresso dell’ospedale psichiatrico. Franco Basaglia, allora direttore del manicomio di Trieste, per liberare il passaggio al cavallo, spaccò con una panchina di ghisa il muro di cinta. E tutti, medici, infermieri e malati di mente, uscirono insieme con Marco Cavallo per le vie della città.
Sta tutto in quel gesto, romantico e rivoluzionario al tempo stesso, il racconto di una storia, forse sarebbe meglio dire utopia, che è andata sotto il nome di legge 180, quella che chiudeva i manicomi e gli Ospedali psichiatrici giudiziari e regolava in modo sistematico i nuovi strumenti di cura e di assistenza alla malattia mentale. Approvata dal Parlamento italiano il 13 maggio 1978, giusto 40 anni fa, sotto la spinta del riformismo voluto dallo psichiatra Franco Basaglia, resta a tutt’oggi una legge dall’alto valore simbolico e di grande impatto culturale per le sue dinamiche sociosanitarie e istituzionali.
Sono passati tanti anni da quel 13 maggio. Nonostante ciò, ancora oggi, la 180 rappresenta una delle leggi più rivoluzionarie e complete riguardanti la cura della malattia mentale. Tanti altri paesi hanno voluto copiare questo modello tutto italiano. Il tempo della sua attuazione e sperimentazione ha mostrato il valore medico-sanitario e istituzionale della legge e naturalmente anche qualche limite. I manicomi sono stati chiusi, in ogni ospedale non può esserci un reparto psichiatrico con non più di 15 posti letto, si è introdotto comunque per i casi più gravi il Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, che non supera i sette giorni di degenza per il malato) e i Csm, Centri di salute mentale, sono dei veri e propri avamposti sanitari territoriali a servizio dei malati di mente. Certo, va anche detto che l’attuazione della legge 180 ha avuto esiti diversi a seconda delle varie attuazioni regionali e così, ancora oggi, abbiamo Csm perfettamente in linea con i dettami della legge, funzionanti, e altri piuttosto gestiti in modo carente.
Al di là dei numeri, che pure sono importanti, forse ci dobbiamo fare una domanda: la follia, la malattia mentale, è stata effettivamente vinta? È stata liberata dai legami di un’Istituzione che, come ripeteva Basaglia, era diventata un’”Istituzione negata”? Solo per fare un esempio, i milleduecento malati di mente trattenuti nell’Ospedale psichiatrico di San Giovanni a Trieste erano racchiusi in padiglioni chiamati “agitati”, “semi agitati”, “tranquilli”, “sudici”, “cronici”, “sedati”. Di gabbie di recinsione, di muri invalicabili, di camicie di forza, di dosi massicce di psicofarmaci, di violenza fisica nei confronti dei malati, di elettroshock purtroppo ancora presenti in alcune cliniche psichiatriche private, la letteratura scientifica è ancora densa di richiami e l’opinione pubblica ha potuto, negli anni, farsi un’idea su quello che significasse vivere, spesso per sempre, dentro un manicomio.
Sì, il tempo è passato. E forse, oggi, grazie anche a quella legge, non abbiamo più una divisione inconciliabile tra psichiatria “basagliana” e psichiatria tradizionale. La nuova psichiatria nata dal riformismo di Franco Basaglia non pensa più che per guarire la malattia mentale basti solo operare sull’ambiente sociale, esterno, sulla psicologia della persona malata. E così, dall’altro lato, gli psichiatri tradizionali non credono più che per “gestire” un malato di mente possano essere somministrati solo psicofarmaci, anche se la ricerca scientifica in questo campo ha fatto passi da gigante.
Poi ci sono le famiglie. Loro, le famiglie dei malati di mente, soprattutto quelli più gravi, subiscono ancora tutto il peso nel “sopportare” i malati dentro casa, con tutti i problemi socio-psicologici e ambientali derivanti.
E se, da una parte, uno sforzo nel migliorare le direttive della legge 180 andrebbe sempre richiesto – bisogna vedere come le Regioni destinano i finanziamenti alla sanità, perché se i soldi non ci sono, la 180 di fatto non funziona – dall’altra parte non si può non negare ciò che è avvenuto quaranta anni fa e gli effetti che tale legge ha avuto nel campo dell’assistenza sanitaria al disagio psichico.
La battaglia per vincere la malattia mentale è ancora lunga, sebbene i progressi della ricerca scientifica siano evidenti. Lo sforzo per assicurare ai malati di mente e alle loro famiglie assistenza, cura e tutela giuridica è sempre un work in progress, e nessuno pensa che non si possa fare di più.
Quello che rimane certo, invece, è che la rivoluzione culturale etica e antropologica di Basaglia ha contribuito in maniera determinante a considerare non solo la malattia mentale, ma la persona nella sua completezza di essere umano titolare di diritti e doveri. Con la riforma di Basaglia la persona malata torna ad avere vicino a sé l’Istituzione. L’Istituzione che libera e accompagna, non che rinchiude.
In una quotidianità e in un’epoca percorse da individualismo sfrenato e forme di fai da te anche nel campo medico, la 180 è andata oltre i capitolati di una legge per incontrare la vita e la persona umana.
Una scommessa su un futuro migliore valida ancora oggi. E che, in fondo, libera anche tutti noi da paure ataviche rispetto a una “diversità” – la malattia mentale – che non ha ragione di residenza, né nelle nostre convinzioni etiche né all’interno delle istituzioni della comunità alla quale apparteniamo.