Contro la violenza di genere, per una cultura del rispetto

Quando la violenza miete solo vittime

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di Donatella Pagliacci* - Ogni anno si ripete, inesorabile, come un rituale macabro, il conto delle vittime della violenza di genere. Ogni anno, ma purtroppo possiamo anche dire ogni giorno, donne di tutte le età subiscono forme differenti di violenza: psicologica, sessuale, fisica. Vittime che patiscono in silenzio o denunciano, vittime a volte doppiamente vittimizzate, dal carnefice e dalla stessa opinione comune che, ancora oggi, le pensa sempre più spesso come cause dirette o indirette della stessa violenza che subiscono.
Ci chiediamo: perché accade tutto questo? E, come fermare un fenomeno come la violenza di genere? Molti sono i dibattiti e le tavole rotonde promossi sul tema, molti gli interventi, anche istituzionali, che vorrebbero contrastare un fenomeno come quello della violenza che, tuttavia, non sembra destinato a diminuire. Anzi si constata come sia sempre più difficile modificare un costume e un modo di percepire le relazioni umane fondamentali, improntate sul potere anziché sul donare. Sì, perché le donne sono spesso violentate proprio dai più prossimi e nel luogo che per primo dovrebbe rappresentare uno spazio di accoglienza e di cura: la famiglia.
Molte sono le donne che si trovano costrette ad imparare, fin dalla tenera età, che per esistere si devono difendere, dagli sguardi malevoli di uomini che non vedono altro che i loro corpi e con questi una possibilità di esercitare il loro potere di controllo e di dominio.
Ma allora ci si può anche rendere conto che può servire una giornata come questa, dedicata alla violenza sulle donne, per parlare proprio degli uomini che forse sono, ancor prima delle loro prede, le prime vittime di una violenza che sì, si scatena sulle donne, ma che prima di tutto erode nell’intimo l’uomo, lo ferisce inesorabilmente nella sua capacità di donarsi e di accogliere con rispetto e fiducia l’esistenza di un’altra persona.
Sì, perché un uomo, che non sa rapportarsi alla propria compagna, madre, sorella, se non attraverso la violenza, è prima di tutto una vittima di se stesso, vittima della propria immagine, di una visione che resiste oltre le conquiste sociali, un’immagine che non lascia spazio per l’autentico riconoscimento della differenza umana, intesa come un valore e non come una diminuzione. Molti uomini sono ancora oggi vittime di un’idea di sé, come di qualcuno che non possiede niente di più e di meglio della propria forza per essere riconosciuto, apprezzato, amato.
Credo che dovremo riflettere oltre che sulle donne, vittime delle violenze degli uomini, anche sugli uomini vittime di se stessi, uomini che sono sempre più individui incapaci di ascolto autentico, abituati a pensarsi in modo univoco e riduttivo, persone non abituate a canalizzare la propria energia verso qualcosa che possa essere diverso dalla soppressione fisica dell’altro, persone incapaci di vedere nell’altro un’altra libertà in esercizio, ma solo un oggetto da possedere, dominare, controllare, percuotere e uccidere se e quando l’“oggetto”, ossia l’altra, decide di sottrarsi alla presa.
Siamo dinanzi ad un compito educativo fondamentale: educare la generazione di uomini del nostro tempo a ripensarsi, a ripensare il loro modo di essere uomini affettivamente sensibili e compagni affidabili, capaci di sostenere e incoraggiare la libertà delle loro compagne, capaci di chiedere aiuto a qualcuno nel momento del bisogno, senza con ciò perdere in alcun modo la loro mascolinità. La rabbia canalizzata può essere una risorsa, la rabbia compressa diventa un deposito di violenza inarrestabile e cieca che non attende altro che di sfogarsi nell’altro/a che si trova dinanzi, il più debole e il più incapace di difendersi.
Le giovani donne, del resto, sono chiamate a scoprire il modo più corretto esibire se stesse, un modo capace di mettere in risalto la totalità del loro essere e, quindi, qualcosa di più e di diverso dalla semplice esposizione del loro corpo. La libertà di essere se stesse deve poter passare dal riconoscimento e apprezzamento del valore indubitabile di tutto il loro essere, della loro bellezza, come dell’intelligenza, delle risorse inesauribili come del loro saper essere e guardare il mondo con altri occhi, con un altro sguardo.
Abbiamo bisogno di una cultura del rispetto, una cultura del reciproco riconoscimento, una cultura nella quale ciascuno impari a mettersi in una prospettiva di autentico e profondo ascolto prima di se stesso e poi dell’altro dei suoi bisogni, delle sue necessità, senza cercare sempre di sminuirlo per affermare, in modo prevaricante, se stessi. Una cultura dell’incontro fecondo di sguardi nella quale risalti il desiderio di essere insieme, liberi di essere se stessi, liberi di attraversare insieme un tratto di vita, nella fiducia e nel reciproco accompagnamento.
C’è ancora molto lavoro da fare per contrastare una mentalità malata che pensa le donne come delle persone da poco, persone che se vogliono trovare un lavoro e mantenerlo devono anche sottostare e subire provocazioni e proposte oscene, una mentalità che riduce il valore delle giovani donne a semplici oggetti di desiderio.
A tutte le donne dovremmo invece offrire più fiducia e rispetto, in ogni ambito, e con ogni linguaggio, anche attraverso il riconoscimento e la possibilità di denunciare chi le molesta per liberarle definitivamente da un pericoloso senso di colpa e di vergogna che molte portano dentro come se fossero oltre che vittime, anche cause della violenza subita. Dovremmo essere capaci, in tutti i contesti, di usare un codice espressivo più rispettoso e capace di valorizzare le differenze e le peculiarità di ciascuno, un codice comunicativo centrato sull’apprezzamento reciproco, nel quale sia messo in primo piano l’esser valore di ogni essere personale.

*Componente del Centro studi dell'Azione Cattolica Italiana