La Giornata mondiale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza

A proposito di diritti negati

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di Andrea Dessardo* - «La storia dell’infanzia è un incubo dal quale solo di recente abbiamo cominciato a destarci»: comincia così la famosa e discussa Storia dell’infanzia scritta nel 1974 da Lloyd de Mause, a contestazione di un assunto che i più danno per scontato, e che cioè i bambini sono sempre stati amati e trattati di conseguenza.
Purtroppo non sempre è così, non lo è oggi e lo era ancor meno nel passato: «Più si va addietro nella storia, più basso appare il grado di attenzione per il bambino, e più frequentemente tocca a costui la sorte di venire assassinato, abbandonato, picchiato, terrorizzato, e di subire violenze sessuali». La ricorrenza del 20 novembre, Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, è una buona occasione per ripercorrere brevemente le tappe che hanno portato l’umanità a riconoscere i diritti dei più piccoli. Nel 1906 Ellen Kay, in un famoso libro, aveva previsto che il Novecento sarebbe stato finalmente Il secolo dei fanciulli, l’età in cui il bambino sarebbe stato messo al centro della società. E se pure tanto è stato fatto, dobbiamo ammettere che tanto resta ancora da fare: non pensiamo soltanto alle piaghe dei bambini soldato, della prostituzione minorile, dei minori non accompagnati mandati in Europa all’avventura, dei bambini che vivono nell’abbandono e nell’inedia negli orfanotrofi russi e del Terzo Mondo. Pensiamo anche alla nostra Italia dove il 64% dei bambini non pratica attività sportive o ricreative, con punte dell’84% in Campania, del 79 in Sicilia e del 78 in Calabria; o dove il 48,4% dei ragazzi tra i 6 e i 17 anni non ha letto neanche un libro nell’ultimo anno.

La Giornata internazionale che celebriamo il 20 novembre ricorda l’approvazione all’unanimità da parte dell’Assemblea delle Nazioni Unite della Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo che, diversamente da simili documenti precedenti, è vincolante per i Paesi che la ratificano: a non averlo fatto rimangono, che ci crediate o no, soltanto la Somalia e gli Stati Uniti. Oltre a fissare a livello internazionale i 18 anni come età convenzione d’accesso alla maggiore età, la Convenzione stabilisce alcuni principi quale la prevalenza su ogni altra circostanza del superiore interesse del minore che, se i genitori non sono in grado di garantire, tocca allo Stato tutelare (art. 3); o un diritto davvero innovativo (art. 12) quale quello del rispetto delle opinioni del minore, il cui parere va ascoltato in tutte le decisioni che lo riguardino, specie in sede legale.
I primi importanti passi nell’individuazione dei diritti dei bambini e dei ragazzi furono mossi all’indomani della Grande Guerra, allorché si presentò in proporzioni drammatiche il problema degli orfani e di quelli che venivano chiamati eufemisticamente i “figli della guerra”, ossia il frutto delle violenze dei soldati sulle donne dei territori occupati, che le famiglie spesso rifiutavano come segno insopportabile di disonore.

Nel 1920, su iniziativa della Croce Rossa, nacque a Ginevra l’Unione internazionale per il soccorso all’infanzia, che nel 1923 adottò la Dichiarazione proposta nel 1920 da Eglantyne Jebb, fondatrice nel 1919 di Save the Children, organizzazione che incontrò l’approvazione di papa Benedetto XV al punto da citarla nell’enciclica Paterno iam diu, che indiceva per il 28 dicembre 1919, festa dei Santi Innocenti, una giornata di preghiera e di mobilitazione in favore dell’infanzia. Il 26 settembre 1924 la Dichiarazione viene fatta propria dalla Lega delle Nazioni, senza tuttavia comportare vincoli per i Paesi firmatari. Essa risentiva fortemente della nuova visione pedagogica maturata al principio del Novecento – il cosiddetto “attivismo pedagogico”, che aveva ribaltato la tradizionale gerarchia del rapporto educativo: centro dell’azione educativa non era più il maestro, ma l’allievo con i suoi bisogni e interessi, nel rispetto dei tempi del suo sviluppo fisico e cognitivo, delle sue aspirazioni, desideri, inclinazioni, e che aveva un centro d’elaborazione teoretica importante proprio a Ginevra, all’Istituto “J.J. Rousseau” fondato nel 1912. E ciò lo si percepisce leggendone alcuni passi: «Il bambino tardivo deve essere stimolato; il fanciullo fuorviato deve essere recuperato; l’orfano e l’abbandonato devono essere raccolti e soccorsi»; o ancora: «Il bambino deve essere il primo a ricevere soccorso in caso di necessità» e «Il bambino deve essere messo in grado di guadagnare la sua vita e deve essere protetto da ogni sfruttamento». Sono gli anni dei grandi esperimenti didattici, di Édouard Claparède, di Maria Montessori, di Ovide Decroly, di Célestin Freinet.

Fu purtroppo ancora la guerra ad accelerare i tempi, dopo che per vent’anni le dittature avevano visto nell’infanzia un terreno privilegiato di propaganda, tra Balilla, pionieri e Hitlerjugend. Così nel 1948 la Dichiarazione universale dei diritti umani dedicò ai minori due articoli, il 25 e il 26, estendendo ogni diritto di protezione sociale anche ai bambini nati fuori del matrimonio e riconoscendo a tutti il diritto all’istruzione almeno a livello elementare. L’anno successivo, nel 1949, nacque l’UNICEF, United Nations International Children’s Emergency Fund, che nel 1979 indisse l’anno internazionale dell’infanzia e dell’adolescenza.
Possiamo parlare ancora, per questo nostro Duemila, di secolo dei fanciulli? La domanda non è retorica, se riflettiamo sui modelli che vengono proposti ai bambini, sull’immagine odierna dell’infanzia, ormai schiacciata da un’adolescenza abnorme che comincia sempre più presto (e si protrae sempre più in là sull’età adulta), mettendo in ridicolo l’ideale dell’innocenza.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana