Modulo formativo dell’Area della promozione associativa

Piccoli centri palestre di comunità

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Piccoli centri

di Monica Del Vecchio* - “Piccolo è bello”. Questa è l’intuizione che ha guidato il lavoro dei partecipanti al modulo formativo dell’Area della promozione associativa su “Ac e piccoli centri”, svoltosi il 9 e 10 gennaio a Grottaferrata. E forse, dopo aver lavorato sul tema, possiamo dire con più convinzione che piccolo non è solo bello, ma è anche vitale, dinamico e creativo. Eravamo già consapevoli delle potenzialità della vita associativa nei paesi e nelle cittadine d’Italia (e ve l’avevamo anche scritto): il modulo ha confermato, semmai ce ne fosse stato bisogno, che l’Ac in questi luoghi si può fare, e si può fare bene.

Piccoli centri in uscita. Siamo partiti dall’Evangelii Gaudium, che il Papa a Firenze ha voluto riaffidare a tutta la Chiesa, nella consapevolezza che la sfida dell’individuazione ed attuazione di percorsi concreti riguarda davvero tutti. Abbiamo voluto, ancora una volta, prendere tra le mani l’Esortazione apostolica e lasciare che questa interrogasse la nostra vita nei piccoli centri. A partire da un percorso evocativo e provocativo costruito sui cinque verbi utilizzati da Papa Francesco al n. 24 – prendere l’iniziativa, coinvolgersi, accompagnare, fruttificare, festeggiare – e sui diversi linguaggi dell’arte – cinema, musica, poesia, letteratura e fotografia – abbiamo cercato di far parlare l’esperienza. Non è stato semplice uscire da quella che appare una sorta di “sindrome del piccolo centro”, che spesso schiaccia la riflessione sulle fatiche: l’essere in pochi, o il trovarsi ad essere sempre gli stessi, il difficile ricambio generazionale, le criticità legate alla conformazione del territorio e alla distribuzione geografica delle parrocchie… si potrebbe andare avanti per molto ancora. Eppure, uno slancio del cuore ha fatto emergere la grande bellezza che i piccoli centri ancora custodiscono. La ricchezza del sapere e del saper fare in questi luoghi – gustata, letteralmente, nella serata di festa – è stata in grado di sopravvivere al tempo e rappresenta il patrimonio che queste terre consegnano all’oggi, su cui ci è chiesto di scommettere ancora.

Piccole palestre di comunità. Proprio per le loro caratteristiche, i piccoli centri sono una grande risorsa per la vita buona della Chiesa e dell’Ac, come ci ha ricordato la professoressa Carla Danani nel suo intervento. Le distanze ravvicinate tra i luoghi, infatti, favoriscono l’intreccio delle relazioni, che sono da considerare non come dato acquisito bensì piuttosto come valore da promuovere. È questa la prima pista di impegno che i lavori del modulo hanno tracciato: coltivare i legami, quelli autentici, che richiedono “una conoscenza più esigente” delle persone e delle loro storie che il contesto del piccolo centro, di solito, facilita. Lo spazio più limitato del piccolo centro è anche idoneo a stimolare i processi cooperativi tra le persone, a riunirle attorno ad istanze condivise: la tutela del paesaggio, il recupero della memoria storico-artistica del territorio, la valorizzazione dei prodotti locali, ecc. Così, i paesi e le cittadine possono diventare piccole palestre di comunità, incubatori di processi collettivi di cura.

L’Ac può cogliere molto bene questa sfida ed essere davvero incisiva a livello locale. Nelle piccole comunità, l’Ac può essere il motore di quella conversione pastorale necessaria per avere più cura delle persone e più attenzione al territorio. Può farlo attingendo all’ordinarietà della proposta formativa, che di questi valori è profondamente impregnata e di questi obiettivi ne ha fatto le sue mete fondamentali. Ma può farlo ancora di più.

C’è infatti un’altra sfida da cogliere e che riguarda il modo di pensare e rappresentare la vita – e la vita associativa – nei piccoli centri. In particolare chi ci abita è chiamato ad una “conversione” narrativa, per evitare di cadere prigioniero di un’immagine e di un racconto limitati e limitanti per tutti. Una narrazione “senza speranza”, che punta solo sugli ostacoli e sulle fatiche, chiude ad ogni possibilità di miglioramento. Anche il lessico dev’essere convertito: “parole differenti aprono a mondi differenti”, ha sottolineato la relatrice Danani.

Il possibile oltre il già noto. I ricchissimi contenuti emersi nel percorso del modulo rappresentano spunti preziosi sia per il lavoro a livello centrale sia per la programmazione a livello diocesano. Il modulo, però, ci ha consegnato soprattutto il valore di un metodo, quello laboratoriale: partendo dalle esperienze concrete, esso aiuta ad individuare strumenti utili a leggere la realtà associativa non solo nella prospettiva pur necessaria dell’analisi, ma anche in un’ottica di rilancio progettuale. In fondo, la promozione dell’Ac è questione di coraggio: si tratta di abbandonare la comoda certezza del “si è sempre fatto così” e di provare ad intraprendere nuove strade in una Chiesa e in una società che cambiano. Il metodo laboratoriale è impegnativo e costa la fatica del mettersi in gioco, senza pregiudizi e frasi fatte, tuttavia si traduce in un esercizio benefico, perché educa lo sguardo a scorgere il possibile oltre il già noto e sperimentato.

E questa è la sfida che l’Ac ha assunto per essere Chiesa in uscita, questa la missione dell’andare: formare laici esploratori, scopritori di nuove vie del bene, lungo le quali mettersi in cammino ed invitare a camminare.

*Responsabile dell'Area della Promozione Associativa

application/pdf iconRelazione della prof.ssa Carla Danani

application/pdf iconPreghiera della sera preparata da don Marco Ghiazza

application/pdf iconAppunti per la meditazione di don Marco Ghiazza

application/pdf iconScheda-guida per la progettazione associativa

application/pdf iconFocus: La mobilità

application/pdf iconFocus: L'essere "in pochi"

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