Ricordo di don Cesare Massa

Profeta di frontiera, sacerdote del Concilio

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di Edoardo Zin - Figura profetica, capace di anticipare i tempi del futuro Concilio e del dialogo tra le diverse confessioni religiose, don Cesare Massa ci ha lasciato lo scorso luglio. Decano del clero vercellese, prima di prendere i voti nel 1969, fu dirigente nazionale della Giac con la presidenza Rossi che gli affidò il settore dei Seniores-professionisti e successivamente la direzione dell’Ave. Con mons. Bettazzi, tra gli artefici di Pax Christi. Nel giorno della sua ordinazione, «Carretto, diacono, portava l’evangelario, Enzo Bianchi – a cui Cesare aveva indicato il luogo di Bose per la sua nascente comunità monastica – lesse le preghiere dei fedeli».

di Edoardo Zin - È bastata una notizia per rompere il fascino che scaturiva dal gaio dialogo con alcuni giovani partecipanti alla “summer school” sull’Europa. A cena, mi ero seduto a un tavolo attorno al quale c’erano cinque giovani partecipanti. Mi presentai e chiesi anche a loro di dirmi la provenienza, gli studi compiuti, l’impegno che vivevano. Ad una sorridente ragazza di Vercelli chiesi se conoscesse don Cesare Massa. «Sì – mi rispose – è morto sabato scorso ed oggi si sono tenuti i funerali». Rimasi impietrito. Sapevo che don Cesare era ammalato da tempo e l’ultima volta che lo sentii al telefono, il Natale scorso, gli avevo promesso che sarei andato a trovarlo sulla via per Bose.
Ci dividevano da don Cesare ben diciassette anni di età – si è spento a 93 anni – ma l’amicizia durava da più di cinquanta anni.
Cesare era stato dirigente nazionale della Giac con la presidenza Rossi che gli affidò il settore dei Seniores-professionisti e successivamente la direzione dell’Ave. Terminata l’esperienza romana, Cesare rientrò a Vercelli dove si dedicò all’insegnamento della filosofia presso i licei, ma non mancava, durante una delle sue capatine romane, di passare in via della Conciliazione a salutare gli amici che erano rimasti. Fu durante una di queste sue visite che mi presentarono Cesare col quale, a quei tempi, mi legavano la comune vocazione all’insegnamento come maestro e l’impegno educativo nel Movimento Aspiranti. Durante gli anni del centro-sinistra ci trovammo entrambi a condividere anche l’impegno politico.
Nel ’62 ci incontrammo casualmente a Taizè: mi suggerì alcune letture, mi parlò senza tanta enfasi del suo impegno in Pax Christi che a quel tempo, sotto la guida di mons. Bettazzi, stava riscoprendo l’impegno dei cristiani per la pace, ricordammo amici comuni. Rammento benissimo soprattutto il motivo incessante del nostro ragionare: la preghiera come forma di abbandono, di condivisione, di piccolezza e di silenzio. Seguendo fr. Carlo Carretto (che gli aveva offerto un rifugio sicuro durante la sua clandestinità perché Cesare non volle aderire alla Repubblica sociale italiana!) e fr. Arturo Paoli (lo sentii singhiozzare due anni fa quando gli annunciai la morte di don Arturo!), Cesare incominciava ad aprirsi alla spiritualità di Charles de Foucauld.
Chiese al suo vescovo di essere ordinato presbitero e il giorno della sua ordinazione (1969) eravamo in molti ad affollare il duomo di Vercelli: Carretto, diacono, portava l’evangelario, Enzo Bianchi – a cui Cesare aveva indicato il luogo di Bose per la sua nascente comunità monastica – lesse le preghiere dei fedeli.
Gli venne affidata la direzione del settimanale diocesano e la rettoria di San Michele, una chiesa sbiadita dal tempo nel centro città. Con gli anni, quel tempio in rovina divenne una Chiesa viva, aperta al dialogo ecumenico, luogo di incontro di credenti e non, sede di eventi culturali e delle iniziative del Meic e divenne punto di riferimento per tutti coloro che desiderano una liturgia umana, partecipata.
Col tempo, i miei incontri con don Cesare si fecero più rari anche perché geograficamente ci dividevano migliaia di chilometri di distanza. Vivere è anche questo. Continuare a far parte della «pleiade di amici» (come si esprimeva don Cesare), lasciandosi dietro detriti di spazi e di tempo. Continuammo a scriverci: era fedele ad inviarmi ad ogni Natale una “striscia” di condivisioni, di ricordi, di notizie che stampava in maniera molto elegante per gli amici. Nel 1995, don Cesare mi inviò una sua originale autobiografia scritta «seduto su un capitello antico» nella quale ricordava fatti e persone che erano entrate in qualche modo nella sua vita. Era – scriveva nella prefazione – un modo per sdebitarsi, non una forma di narcisismo o, se lo era, “un narcisismo della riconoscenza”.
Dieci anni più tardi, rientrato io in Italia, ritrovai don Cesare all’eremo di San Salvatore, dove si erano dati convegno i circoli «Giuseppe Lazzati». Fu una grande festa! Don Cesare aveva conservato lo spirito vivace e l’animo buono dell’amico. Per quel Natale mi inviò un’altra sua storia narrata con residui di memoria e sprazzi di riconoscenza. La dedica mi commosse: «Mi dura in cuore – la sorpresa – e la ripresa – d’amicizia – di quell’incontro. – Auguri – Cesare».
Andai a trovarlo a Vercelli e partecipai ad un’Eucarestia da lui celebrata, ci telefonavamo sovente: io per recargli notizie degli amici che uno dopo l’altro raggiungevano l’altra sponda, lui per insistere di portare a termine un ricordo di don Claudio Bucciarelli, comune amico.
Ripensando oggi a don Cesare penso che l’amicizia sia un aggregato di frammenti, una serie di momenti presenti, di volti che allargano l’orizzonte e apportano risorse inedite. Ha ragione Thomas Merton: «L’amicizia con l’altro è un’epifania dell’amicizia con Dio». Don Cesare mi ha donato questa amicizia, traccia di Dio nella mia vita.