Rapporto Caritas. Negli ultimi 10 anni triplicato il numero dei poveri in Italia

Povertà in attesa

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di don Francesco Soddu* - Caritas italiana si occupa di povertà fin dalla sua fondazione. Nel 1971 Sua Santità Paolo VI – canonizzato domenica scorsa da Papa Francesco - volle creare un organismo, Caritas italiana appunto, che contestualmente potesse animare alla carità, educare le comunità alla solidarietà, senza ignorare le cause e le dimensioni dei fenomeni.
Un organismo di animazione della carità nella comunità ecclesiale e che fosse– a nome della Chiesa italiana – dentro i fenomeni sociali più drammatici segnalando la loro esistenza, proponendo soluzioni alle istituzioni, ma anche richiamando tutta la comunità alle proprie responsabilità.
Una rete di Centri di ascolto è nata negli anni scorsi, intessendo i nostri territori di spazi di ascolto, accoglienza, prossimità senza barriere per nessuno, perché per ogni cristiano il volto del prossimo è il volto di Gesù Cristo, del Figlio di Dio, misteriosamente presente in ogni condizione di povertà, disagio, esclusione.
Una rete che si è attivata per tutti i drammi che hanno colpito il nostro paese, come per tutti i fenomeni sociali nuovi: dalla povertà alle calamità naturali, dal disagio delle periferie ai processi migratori.
Caritas non solo parla di povertà prima del Rapporto della Commissione Gorrieri sulla povertà del 1984-85, ma lo fa a partire da dati che sono lo strumento per raccontare i tanti volti delle situazioni di disagio, che per noi sono storie, relazioni, speranze, fragilità. In altri termini, non fredde stime statistiche ma persone umane.
Sottolineo questi aspetti per riconoscere che non vi è stato un altro periodo della storia recente del nostro paese in cui questo tema ha guadagnato una attenzione così vasta e finalizzata alla ricerca di una possibile soluzione.
Negli anni scorsi – pure segnati da una crescente rilevanza del fenomeno e della sua percezione – il senso di urgenza era patrimonio soprattutto dei soggetti sociali a contatto con tutto questo, con maggiore difficoltà dei mondi della politica e della comunicazione.
Si faceva fatica a convincere che la povertà fosse una priorità non tanto o solo per la Caritas, ma per il paese, per le comunità territoriali, e soprattutto per le persone piombate o rimaste intrappolate in questa condizione.
E che non erano solo casi limite, straordinari o bizzarri, ma la crisi aveva reso tutto questo la normalità del disagio per fasce significative di popolazione.
E si è dovuto altresì – Caritas e l’Alleanza contro la povertà – insistere perché risorse un minimo significative venissero investite su questo fronte: alcuni anni fa affermammo che “qualcosa non era meglio di niente”, perché la povertà non si sconfigge con le briciole di una legge di bilancio, ma con un impegno duraturo, incrementale e strutturale, non solo in termini di risorse, ma di competenze e di processi virtuosi di presa in carico delle persone e delle famiglie.
Papa Francesco, appena ieri, nel messaggio indirizzato al direttore generale della FAO, per la celebrazione della Giornata mondiale dell’Alimentazione così scrive: “I poveri aspettano da noi un aiuto efficace che li tolga dalla loro prostrazione, non solo propositi o convegni che, dopo aver studiato dettagliatamente le cause della loro miseria, abbiano come unico risultato la celebrazione di eventi solenni, impegni che non giungono mai a concretizzarsi o vistose pubblicazioni destinate ad ingrossare i cataloghi delle biblioteche”.
Presentando Il volume Povertà in Attesa, che è insieme, il diciassettesimo Rapporto sulla povertà e il quinto Rapporto sulle politiche di contrasto di Caritas Italiana, sentiamo la responsabilità non di dovere chiedere di più per la povertà, ma di fare le scelte più adeguate e ragionevoli per affrontare ancora la sfida della lotta alla povertà.
Oggi vanno evitati errori che rischiano non solo di utilizzare in maniera non efficace le risorse, ma di compromettere l’idea stessa di lotta alla povertà, riconsegnando alla sfiducia, alla incredulità e alla diffidenza questo tema.
Nel nostro paese c’è un processo in atto di rafforzamento del welfare territoriale –introdotto dal Reddito di inclusione – che a nostro modo di vedere non va interrotto, perché le nostre comunità locali hanno bisogno anche di servizi sociali territoriali in grado di ascoltare e in grado di accompagnare le famiglie in difficoltà fuori dal tunnel della povertà.
Accanto a questo, c’è certamente la necessità di servizi per l’impiego efficienti, tali da accompagnare ulteriormente le persone nella ricerca di un lavoro e di una definitiva uscita dal disagio.
Ma la povertà non è solo mancanza di reddito o lavoro: è isolamento, fragilità, paura del futuro. Dare una risposta unidimensionale a un problema multidimensionale, sarebbe una semplificazione che rischierebbe di vanificare un impegno finanziario mai visto su questo tema.
Non a caso il nostro Rapporto dedica particolare attenzione al tema della povertà educativa, un fenomeno principalmente ereditario nel nostro paese, che a sua volta favorisce la trasmissione intergenerazionale della povertà economica.
I dati nazionali dei centri di ascolto, oltre a confermare una forte correlazione tra livelli di istruzione e povertà economica, dimostrano anche una associazione tra livelli di istruzione e cronicità della povertà. Esiste uno “zoccolo duro” di disagio che assume connotati molto simili a quelli esistenti prima della recessione, con la sola differenza che oggi il fenomeno è sicuramente esteso a più soggetti. Si tratta, dunque, di un “esercito di poveri” in attesa, che non sembra trovare risposte e le cui storie si connotano per una cronicizzazione e multidimensionalità dei bisogni davvero pericolose.

Tutto questo non vuol dire che non si possa cambiare.
•Cambiare si può, ma preferibilmente in meglio.
•Cambiare si può mettendo al centro la persona e i suoi bisogni, la sua storia, le sue speranze.
•Cambiare si può, facendo evolvere, piuttosto che cancellando l’esistente.
•Cambiare si può, ma partendo dalla realtà e dalle condizioni dei sistemi territoriali.
•Cambiare si può, ma insieme, mettendo da parte, tutti, presunzioni e precomprensioni.
Avendo negli occhi il volto dei minori delle periferie difficili e complesse delle nostre città, degli anziani isolati dentro il caos delle grandi aree urbane o nella solitudine delle aree interne, dei disoccupati ultracinquantenni privati della loro dignità di lavoratori, delle donne schiacciate tra difficoltà occupazionali e lavoro di cura, dei nuovi cittadini immigrati con le loro speranze di un futuro migliore.
Se il nostro paese partirà, senza ideologismi o semplificazioni, da quei volti potrà trovare una strada realistica, concreta e incrementale, per lottare contro povertà ed esclusione.
Come cristiani abbiamo qualche difficoltà a pensare che si possa abolire la povertà, ma sappiamo che ogni storia riconsegnata alla sua dignità e alla sua libertà rende migliore il nostro paese, ci rende migliori, attuando collettivamente il sogno della nostra Costituzione repubblicana di “rimuovere gli ostacoli [...] che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”.

*Direttore di Caritas Italiana