Carlo Carretto. “Libero e fedele” in Cristo

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Carlo Carretto

Oltre a essere stato un illuminato precursore del Vaticano II, “fratel Carlo” è stato anche un fedele discepolo e un autentico interprete del Concilio. Ha scrutato con attenzione i “segni dei tempi”. In dialogo con tutti. di Antonio Sciortino*

Quest’anno, l’anniversario della morte di fratel Carlo Carretto (Spello, eremo di San Girolamo, il 4 ottobre del 1988, giorno di san Francesco di cui era un appassionato biografo) cade in un periodo di grandi eventi ecclesiali. A cominciare dal cinquantesimo anniversario del Concilio Vaticano II che fu per la Chiesa una ventata di ottimismo e una “primavera dello Spirito” di cui oggi si sente tanta nostalgia.

L’11 ottobre prossimo, nello stesso giorno in cui ebbe inizio il Vaticano II, comincia l’Anno della fede, voluto da papa Benedetto XVI per riscoprire e rinverdire le nostre radici cristiane, e il Sinodo dei Vescovi che per tutto il mese di ottobre discuteranno sul tema: “La nuova evangelizzazione per la trasmissione della fede cristiana”. E non tralasciamo, poi, anche il ventesimo anniversario della pubblicazione del Catechismo della Chiesa cattolica.

Tutte ricorrenze che speriamo non si risolvano in celebrazioni, ma in una seria riflessione sulla situazione della Chiesa nei confronti del mondo e dei problemi degli uomini d’oggi. E in questo, la vita e l’insegnamento di Carlo Carretto avrebbe tanto da dirci. Per lo meno, sarebbe più presente di quanto non siamo oggi noi cattolici nelle vicende del Paese e della società, dove ci distinguiamo per essere afoni, insignificanti o poco incisivi nella costruzione della “città terrena”.

Oggi siamo alle prese con una grave crisi economica, che colpisce duramente le famiglie e i giovani che sono senza un lavoro e un futuro. Ma ancor di più dovrebbe preoccuparci la crisi etica in cui siamo caduti. L’assenza di valori quali l’onestà e il rispetto della legalità. Basta vedere a che cosa assistiamo ogni giorno, con latrocini e furti a danno delle risorse pubbliche. E’ scomparso dall’orizzonte il “bene comune”. Nessuno ne parla più. A vantaggio di una società sempre più egoista e individualista. Dove imperano corruzione e illegalità E dove ognuno è legge a sé stesso ed è bene solo quello che mi avvantaggia e mi conviene. In una società dove quel che conta è apparire, fare soldi (non importa come, anche vendendo la propria dignità e il corpo stesso) e avere successo.

Il degrado etico ha contagiato ogni aspetto della vita sociale. C’è smarrimento e crisi di valori. Per non dire della difficoltà di educare le nuove generazioni e trasmettere la fede. Siamo all’”emergenza educativa”, come l’hanno chiamata i vescovi italiani. Una sfida da affrontare per non perdere le nuove generazioni. Per questo, gli Orientamenti pastorali della Chiesa italiana per il 2010-2020 vertono su questo tema: “Educare alla vita buona del Vangelo”. E i cristiani possono dare una forte iniezione etica per un altro mondo possibile. Con più coraggio e più ottimismo.

Ma non c’è nulla di nuovo sotto il sole. A ogni tempo i suoi affanni, ma anche le speranze e le gioie. Esiste una tavoletta assira del 2800 a C. che dava per imminente la fine del mondo “perché la corruzione e l’insubordinazione sono diventate cose comuni e i figli non obbediscono più ai genitori”. Gioie e speranze hanno sempre alla calcagna timori e angosce. Sta a ciascuno di noi scegliere come orientarsi e comportarsi. Di fronte a un problema possiamo lamentarci e disperarci. Oppure possiamo darci da fare per trovare una soluzione. Un antico proverbio tuareg insegna che la differenza tra il deserto e il giardino non la fa l’acqua, ma l’uomo.

Cinquant’anni fa il Concilio Vaticano II ci indicò una via. E ci suggerì un metodo. Dopo accese discussioni, prevalse l’idea di cominciare la Costituzione sulla Chiesa nel mondo con due vocaboli intessuti di fiducia: “gaudium et spes” (gioie e speranze), piuttosto che con “luctus et angor” (tristezze e angosce). Certo, la Chiesa è attenta a tutto ciò che riguarda l’uomo e l’umanità. Ma con le parole gioie e speranza ha voluto dare un segnale preciso. E prendere posizione. Ha voluto essere “compagna di viaggio degli uomini e delle donne del nostro tempo”, piuttosto che la “cittadella assediata, diffidente di tutto e di tutti”.

Per costruire ci vuole la speranza. Di fronte al rischio, oggi ricorrente, di guardare indietro piuttosto che avanti, nonostante la barca della Chiesa sia sballottata dalle onde, bisogna ricordare le parole di Papa Giovanni XXIII, all’inizio del Concilio: “Ci sono quelli che vedono sempre che tutto va male, e invece noi pensiamo che ci siano tante cose valide, positive”.

Partiamo, allora, da lì, dalle prime parole della Gaudium et spes: “Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono sono le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore”. Un’affermazione impegnativa, che assume una rinnovata validità, oggi, in questo 2012, anno delle attese e delle svolte. Anno di crisi economica, ma anche politica, sociale e morale. Non poteva esserci inizio più bello per un documento che desiderava un incontro rinnovato e cordiale con tutta l’umanità.

C’è tuttavia da domandarsi se questa apertura al mondo esiste ancora. O se non siano tornati a formarsi reciproci sospetti. Se la Chiesa, oggi, faccia più fatica di ieri a incontrare una umanità che vive, essa pure, una profonda crisi di identità e di fiducia nel proprio futuro. La Chiesa non può stare a guardare con il distacco di uno spiritualismo disincarnato. Ma deve immergersi nella storia dell’uomo. Deve “sporcarsi” nella condivisione della condizione umana. Altrimenti non è più discepola di Cristo e tradisce il Vangelo. Non può sedersi a parte per ricamare riti, ma i suoi stessi riti devono impastarsi con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi. “Via quotidiana della Chiesa è l’uomo”, diceva Papa Wojtyla.

Di questa speranza che motiva e alimenta l’impegno cristiano nel mondo, Carlo Carretto è stato un precursore e un profeta. Ha anticipato temi che il Concilio ha trattato. E ha vissuto in modo profetico il dopo Concilio, tempi entusiasmanti e difficili al tempo stesso, perché il rinnovamento è sempre difficile. Con la sua testimonianza e la sua parola ci ha sollecitato a non dimenticare che “la tensione verso l’Assoluto di Dio deve concludersi nella tensione verso i fratelli”. “La Chiesa”, diceva, “questa realtà umana e mistica, che vive in ciascuno di noi, deve essere contemporaneamente nel deserto della preghiera e nel deserto dell’impegno nella città”.

Questa è la parola profetica che fratel Carlo Carretto ci ha lasciato in eredità. Una parola che siamo chiamati a tradurre con entusiasmo sincero, per non correre il rischio di seppellire nella tomba della nostalgia la testimonianza profetica di un uomo che ha avuto l’audacia di dire: “Ho trovato e scoperto che la Chiesa non è separata dal mondo: è l’anima del mondo, la coscienza del mondo, il lievito del mondo”.

Oltre a essere stato un illuminato precursore del Vaticano II, fratel Carlo Carretto è stato anche un fedele discepolo e un autentico interprete del Concilio. Con intelligenza, perché è stato “libero e fedele” in Cristo. Ha vissuto con intensità il suo tempo. Si è sempre confrontato con il proprio tempo alla luce del Vangelo. E ha scrutato con attenzione i “segni dei tempi”.  In dialogo con tutti.

Soprattutto fratel Carlo Carretto è stato l’esempio di quello che dovrebbero essere i laici nella Chiesa secondo l’insegnamento del Vaticano II. In una Chiesa non più “società perfetta” identificata nella sola gerarchia, ma una Chiesa vista come “popolo di Dio in cammino nella storia”, al quale “in vario modo appartengono o sono ordinati sia i fedeli cattolici, sia gli altri credenti in Cristo, sia infine tutti gli uomini, dalla grazia di Dio chiamati alla salvezza”. Concetto quanto mai attuale, oggi, in una società sempre più multireligiosa e multiculturale, da tenere ben presente in vista della nuova evangelizzazione.

Chiesa come “popolo di Dio” in cui tutti hanno la stessa dignità in forza del battesimo, pur con mansioni differenti, in comune la chiamata alla santità. E dove la gerarchia è al servizio del popolo di Dio. Non è burocrazia o amministrazione, ma servizio e testimonianza. E i laici non sono cristiani di serie B, “minorenni nella fede”, “preti mancati” o “gregari” della gerarchia. Il Concilio ha riscoperto la vocazione e la missione dei laici nella Chiesa e nel mondo. E il mondo va rispettato nella sua laicità e autonomia.  Non ci sono due storie, una sacra e una profana. La storia è una sola. La Chiesa vive, cammina nella storia del mondo. Fa proprie “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, sentendosi “realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia”.

La Chiesa non deve chiudersi in sé stessa e stare sulla difensiva. La rotta del Concilio è quella del dialogo e del confronto. Su tutti i temi. Per far comprendere che quando difende il valore della famiglia e i temi della vita e altri valori fondamentali della persona e della società, non sta difendendo interessi confessionali, ma è un impegno laico e di civiltà, collegato all’impegno comune per altri grandi temi di etica pubblica, come la pace, la lotta alla corruzione, la battaglia contro la fame nel mondo o la lotta alle nuove povertà. Battaglie da portare avanti insieme, credenti e non credenti, nel dialogo e nella collaborazione. Con una testimonianza pubblica e coraggiosa della propria fede. E annunciando il Vangelo nella sua interezza, anche quando va controcorrente.

Purtroppo, oggi mancano laici maturi e adulti nella fede, come Carlo Carretto. E sul tema della vocazione e dignità dei laici siamo tornati indietro rispetto al Concilio. E, ancor più, sul tema della piena corresponsabilità dei laici nella Chiesa. E’ caduta nel vuoto anche la richiesta formale fatta ai vescovi di dare vita nella Chiesa a un organismo nazionale permanente di partecipazione dei laici. E’ prevalso ancora una volta un atteggiamento di sfiducia verso il laicato, almeno nei fatti. Sono tuttora considerati come esecutori passivi o quasi delle direttive del clero. Come ricorda spesso monsignor Luigi Bettazzi, l’unico vescovo vivente che ha partecipato al Concilio: “La gerarchia ha il compito dell’ultima parola, ma è l’ultima dopo tante altre”. Manca oggi il salto di qualità dei laici cristiani per la vita del Paese. Anche per l’impegno nella politica, che è il terreno specifico dei laici.

Siamo in una sorta di afasia del laicato, non coinvolti nelle decisioni ma anche nella fase di preparazione delle decisioni. Scrive padre Bartolomeo Sorge nel suo libro La traversata: “Purtroppo, nella Chiesa italiana, una mentalità clericale dura a morire non ha favorito la piena assimilazione degli insegnamenti del Concilio sul laicato e sulla laicità. Perciò è importante impegnarsi in una nuova stagione formativa”. Giuseppe Lazzati era così convinto dell’importanza dei laici nella Chiesa che voleva che ci fossero dei seminari anche per la formazione dei laici, così come ci sono i seminari per la formazione dei preti.

L’appello di Carlo Carretto a non chiudere il laicato in un “ghetto clericale” si inserisce nel solco profondo della tradizione della Chiesa, che ha trovato uno dei maggiori testimoni nel beato Henry Newman: “Voglio un laicato non arrogante, non precipitoso nei discorsi, non polemico, ma uomini che conoscono la propria religione, che in essa vi entrino, che sappiano bene dove si ergono, che sanno cosa credono e cosa non credono, che conoscono il proprio credo così bene da dare conto di esso, che conoscono così bene la storia da poterlo difendere”.

“Stare da laici nella Chiesa e da cristiani nel mondo”: questa, secondo la felice intuizione di Paolo VI, è la vocazione dei christifideles laici. A giudizio di Carlo Carretto, per rimanere fedeli a tale vocazione è necessario osservare questo impegno: “Credere nella santità!”. Impegno che ci coinvolge tutti, pastori e fedeli.

Lo stretto legame di fratel Carlo Carretto con il Concilio è anche su tanti altri temi. A cominciare  dalla riscoperta e al primato della Parola di Dio, come sorgente di vita spirituale per i fedeli. Fu il Concilio a mettere nelle mani di tutti i cristiani i testi sacri, non più riservati agli esperti. Così si è rinnovata la preghiera, sia liturgica che privata. Questo è stato uno dei frutti più importanti di tutto il Concilio. La riforma liturgica, che ruppe un immobilismo che durava da secoli nella Chiesa, sostituendo il latino con le lingue volgari e dando ampio spazio alla Parola di Dio nella Messa, è stato il simbolo più significativo del rinnovamento conciliare. O per lo meno, quello che la gente ha più facilmente compreso e praticato.

La forza della Chiesa sta nella Parola di Dio, nella santità dei fedeli e nella predilezione dei poveri. Cose che possiamo trovare nella vita e nella testimonianza di fratel Carlo Carretto. Una Chiesa libera, che esercita il dono evangelico della parresia, anche quando dire la verità costa. Ma è la verità che ci rende liberi, come ci ricorda l’evangelista Giovanni. Una Chiesa più profetica e meno diplomatica, soprattutto quando i tempi lo richiedono. O quando sono in ballo valori fondamentali come la dignità della persona o l’uguaglianza di tutti gli esseri umani.

Infine, una Chiesa povera, che vuol dire una Chiesa per i poveri e una Chiesa dei poveri, perché il povero è l’icona di Gesù. Un tempo, prima che venisse applicato ai Papi, l’espressione “vicario di Cristo” era la definizione del povero. Una Chiesa, quindi, che sappia vedere il mondo con gli occhi dei poveri. La “Chiesa del grembiule”, come diceva don Tonino Bello, e non dei ricchi paramenti. Che si inginocchi e si metta a servizio dei poveri e dell’umanità sofferente.

 

*Il testo è l’intervento tenuto da don Antonio Sciortino, direttore di “Famiglia Cristiana” al convegno «Carlo Carretto. Le gioie e le speranze dell’uomo di oggi» (5/6 ottobre 2012 - Foligno e Spello).