Mai più senza voce. Giornata del migrante e del rifugiato

Permessi umanitari e buone regole

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È dedicato ai “Migranti minorenni, vulnerabili e senza voce”, il Messaggio di Francesco per la prossima Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, che sarà celebrata domenica 15 gennaio. Insieme al commento del vescovo Guerino Di Tora, presidente della Fondazione Migrantes, e all’analisi di mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione, ecco le proposte del segretario generale della Cei, mons. Nunzio Galantino: i sì e i no «sui quali mi piacerebbe vedere impegnati tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a cominciare da chi ha responsabilità di governo». Dallo sblocco delle norme sui «nuovi italiani» alla tutela dei minori stranieri soli; dal permesso di soggiorno per «protezione umanitaria o sociale» ai richiedenti asilo “parcheggiati” nei Centri di accoglienza straordinaria o che hanno iniziato percorsi di lavoro e scolarizzazione al no condizionato ai Cie.

di Nunzio Galantino* - Le migrazioni  e i migranti, a diverso titolo, riempiono le pagine dei giornali. Mi sembra di poter osservare che, negli ultimi tempi, pur fra molte eccezioni, sembra positivamente raggiunto un buon risultato: come ha ricordato il recente rapporto dell’Associazione ‘Carta di Roma’, alcuni mezzi di comunicazione e alcuni operatori bene informati stanno sensibilmente evitando di alimentare scorrettamente strumentali equazioni tra migrazioni e criminalità, tra migrazioni e terrorismo e tra terrorismo e islamismo.
Per fortuna queste connessioni causa-effetto restano appannaggio di interventi strumentali e semplificatori. Pur tra le tante reali e dolorose difficoltà si va facendo strada la consapevolezza del carattere complesso del fenomeno migratorio. Quando ci sono di mezzo situazioni, persone, storie e volti concreti la semplificazione non serve a nessuno. Nemmeno quella fatta, come dice qualcuno, a fin di bene!
Ed è proprio una lettura attenta del complesso fenomeno delle migrazioni a dirci che - tra i 181.000 migranti sbarcati sulle nostre coste in fuga da diverse e drammatiche situazioni e all’interno del popolo dei 5 milioni di immigrati complessivi - in questa Giornata non possiamo dimenticare oltre l milione di minori migranti, dei quali 25.772 non accompagnati arrivati tra noi[1].
A partire dai loro volti e dalle loro storie, e in vista del loro futuro, credo sia importante, evangelicamente, che il nostro parlare sappia dire dei “sì” e dei “no” responsabili. Sappia dire cioè dei “sì” e dei “no” senza la facile saccenteria, che talvolta rasenta l’arroganza dei primi della classe; senza la superficialità gridata da chi parla tanto di migranti ma forse non ha mai parlato con i migranti e senza il cinismo di chi forse non ha mai incrociato lo sguardo smarrito e implorante di una famiglia migrante fatta di uomini, donne e bambini. Tanti bambini.
Prima di pronunziarli, non vorrei – e lo chiedo agli operatori della comunicazione – che i “Sì” e i “No” che mi permetto di dire venissero subito presentati come bocciature senza appello o come promozioni non richieste rivolte a questa o a quella istituzione faticosamente impegnate nel campo dell’immigrazione. Capisco tutta la fatica che si va facendo, come non apprezzo per niente le ricette assolutamente prive di realismo e mancanti di concreta progettualità che i soliti noti non mancano di dispensare. Talvolta ignorando o facendo finta di non conoscere dati che, come minimo, li aiuterebbero a non inquinare l’etere di banalità a buon mercato.
Fatte queste premesse e nello spirito di collaborazione che la Chiesa, non da oggi, e a tutti i livelli sta mostrando di offrire anche grazie ai cospicui fondi provenienti dall’8x1000 destinati a questo scopo, mi permetto di elencare in maniera schematica i “sì” e i “no” sui quali mi piacerebbe vedere impegnati tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a cominciare  da chi ha responsabilità di governo.

  1. a sbloccare e approvare una legge ferma che allarga la cittadinanza ai minori che hanno concluso il primo ciclo scolastico, così da allargare  la partecipazione, cuore  della democrazia, e favorire processi di inclusione e integrazione.
  2. a sbloccare e approvare una legge ferma che tutela i minori non accompagnati, non destinandoli a nuovi orfanatrofi, ma a case famiglia, a famiglie affidatarie, accompagnate da una formazione attenta a minori preadolescenti e adolescenti. Le  oltre 500 storie di accoglienza famigliare nate nelle nostre parrocchie – col progetto “Una famiglia per una famiglia”, “Rifugiato a casa mia’, o il ‘Rifugio diffuso’ che coinvolge un centinaio di famiglie in città come Torino, Parma, Milano - ci dicono come questa strada non solo sia percorribile per gli adulti ma anche per i minori, favorendo  una individuale storia educativa e sociale. Questa non è fantascienza! Vi sono famiglie disponibili ad accogliere – l’ho appreso seguendo la rassegna stampa di  “Prima pagina”  il 6 Gennaio scorso. Sono intervenute due famiglie, una di Trieste e una del Piemonte, che, pur pronte ad accogliere in casa non hanno trovato interlocutori per dar seguito a questa loro offerta di disponibilità.
  3. all’identificazione dei migranti che arrivano  tra noi, anzitutto per un’accoglienza attenta alla diversità delle persone e delle storie, pronta a mettere in campo  forme e strumenti rinnovati di tutela e di accompagnamento che risultano una sicurezza per le persone migranti e per la comunità che accoglie.
  4. a un’accoglienza diffusa, in tutti i comuni italiani, dei migranti forzati, in fuga da situazioni drammatiche. Si tratta di creare un servizio nuovo nelle nostre comunità per accogliere alcune persone e famiglie in fuga, 2 su tre delle quali potrebbero fermarsi solo per alcune settimane o mesi – come è avvenuto in questi tre anni -  in collaborazione con le realtà associative, della cooperazione sociale ed ecclesiali presenti sul territorio. A chi giova demonizzare con lo stigma della delinquenza e del puro interesse tutte le realtà impegnate nel campo dell’accoglienza?  A che serve appiccicare su tanti giovani, uomini e donne che compiono con professionalità questo lavoro la stessa etichetta di alcune famigerate esperienze, pe fortuna scoperte e condannate?
    Si tratta di scrivere una nuova pagina del nostro Welfare sociale guardando anche a tuto quello che di positivo si sta facendo.
  5. a un titolo di soggiorno come protezione umanitaria o come protezione sociale a giovani uomini e donne che da oltre un anno sono nei CAS e nei centri di prima accoglienza e hanno iniziato un percorso di scolarizzazione o si sono resi disponibili a lavori socialmente utili o addirittura già hanno un contratto di lavoro; a coloro che hanno potuto, speriamo presto, fare un’esperienza di servizio civile, ma anche a chi ha una disabilità o un trauma grave, è in fuga da un disastro ambientale o dal terrorismo.
    Ripartire dalla legalità è un atto di intelligenza politica, che non va confuso – anche qui semplificando artatamente?– con la proposta di  allargare l’irregolarità e creare insicurezza per i migranti e per il territorio                
  6. No a forme di chiusura di ogni via legale di ingresso nel nostro Paese che sta generando un popolo di irregolari, che  alimenta lo sfruttamento, il lavoro nero, la violenza. E’ contradditorio chiudere forme e strade per l’ingresso legale e poi approvare leggi per combattere lo sfruttamento lavorativo e il caporalato.
  7. No a investire più nella vendita delle armi che in cooperazione allo sviluppo, in accordi internazionali per percorsi di rientro, in corridoi umanitari: è un’ipocrisia di cui dobbiamo liberarci per favorire finalmente il diritto delle persone di vivere nella propria terra. Come Chiesa italiana stiamo in attesa di firmare un protocollo di intesa col Ministero competente per aprire un “corridoio umanitario” con l’Etiopia per i profughi provenienti da Eritrea e Somalia, utilizzando anche per questo fondi provenienti dall’8x1000.
    Quanto alla riapertura dei CIE, non possiamo non condividere il “No” affermato dalle realtà del mondo ecclesiale (Migrantes, Caritas, Centro Astalli…) e della solidarietà sociale (CNCA), oltre che di giuristi (ASGI) impegnati da anni nella tutela  e la promozione dei migranti, se questi dovessero continuare ad essere di fatto luoghi di trattenimento e di reclusione che, anche se con pochi numeri di persone, senza tutele fondamentali, rischiano di alimentare fenomeni di radicalizzazione, e dove finiscono oggi, nella maggior parte dei casi,  irregolari dopo retate, come le donne prostituite, i migranti più indifesi e meno tutelati.
    L’assicurazione successiva del Presidente del Consiglio e del Ministro dell’Interno sulla diversa natura, anche se non ancora precisata, dei CIE, l’ articolata posizione espressa dai Sindaci italiani[2], la decisa richiesta del Capo della Polizia, uniti, però, al dubbio che tali Centri risultino necessari realisticamente nel caso di chi irregolare ha commesso un reato, per il quale dal carcere stesso o attraverso misure cautelari, seppur eccezionali, previste dalla legge, potrebbe venire poi direttamente espulso, mi fanno dire in questo momento un ‘No condizionato’.

Concludo riprendendo quanto ho affermato in premessa.

I cinque “sì” e i due “no” e un ‘no condizionato’ pronunziati in questa Giornata vanno letti unicamente come un leale contributo che come Chiesa italiana intendiamo dare a partire dal Vangelo e dall’esperienza di accoglienza che quotidianamente facciamo come comunità credente. Il tutto sostenuto dalla grande stima che tanti uomini e donne continuano a nutrire, nonostante i nostri limiti, nei confronti dell’azione non episodica e non finalizzata all’autopromozione  delle nostre Parrocchie e di tutte le realtà che ad esse direttamente o indirettamente afferiscono.

*Segretario generale della Cei - vescovo emerito di Cassano all'Jonio

 

[1] Fonte: Ministero dell’Interno – Il Sole 24 Ore del 7 Gennaio 2017, p. 9.

[2] AN. MARI., “Sui Cie sindaci divisi, dubbi nel centrosinistra”, in Il Sole 24 Ore  del 7 Gennaio 2017, 9.