Il “sistema universitario” italiano oltre i concorsi truccati

Parliamo di Università (e dei suoi mali)

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L’inchiesta di Firenze per corruzione sui concorsi all’abilitazione alla docenza universitaria al di là delle responsabilità in via di accertamento da parte della magistratura, ha riposto all’attenzione del grande pubblico uno dei temi in verità più delicati per un qualsiasi paese: lo stato di salute del proprio “sistema universitario”. Ricordiamo solo che il numero di laureati in Italia è il più basso tra i paesi a maggiore sviluppo economico e che nessuna Università italiana risulta tra le prime centocinquanta al mondo per eccellenza. Qui vi proponiamo alcune brevi considerazioni sul tema dei professori Luigi Alici e Paolo Nepi e di Gabriella Serra e Gianmarco Mancini, Presidenti nazionali della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci).

 

di Luigi Alici*- Gli scandali che si abbattono, periodicamente, sull’Università (ma si dovrebbe dire: sulla gestione scorretta di alcuni concorsi da parte di alcune commissioni) pongono una questione molto grave - anzi gravissima - che investe non solo la comunità universitaria nel suo complesso, ma le responsabilità della politica e, in senso più ampio, dell’intero Paese. Sullo stato di salute generale del sistema universitario italiano esistono studi approfonditi: segnalo, fra i più recenti, il libro di G. Capano, M. Regini, M. Turri, Salvare l’università italiana. Oltre i miti e i tabù, Il Mulino, Bologna 2017; interessante anche l’articolo di Juan Carlos De Martin: Come sta l’Università italiana? Sul piano dei valori ideali, si segnala l’intervento odierno di papa Francesco a Bologna, che nel suo Incontro con gli studenti e il mondo accademico richiama tre diritti fondamentali: alla cultura, alla speranza e alla pace. Molto più modestamente, io vorrei condividere alcune riflessioni in seguito all’inchiesta giudiziaria sul concorso di Diritto tributario.
1) Anzitutto è bene ricordare che la presenza di fenomeni corruttivi è ormai diffusa quasi ovunque, perché prima di tutto la tentazione è dentro ognuno di noi, e nessuno deve presumere di esserne immune per “diritto divino”. L’elenco potrebbe essere molto lungo: amministratori comunali, magistratura, forze dell’ordine, uomini di Chiesa… È certamente un’aggravante quando fenomeni di corruzione diffusa si manifestano in questi ambiti, che, come l’Università, dovrebbero essere luoghi esemplari di specchiata onestà; un’aggravante che non deve indurre atteggiamenti di passiva rassegnazione, magari dopo una fiammata effimera di indignazione.
2) Nel caso dell’Università il fenomeno dei concorsi truccati non è nuovo e spesso accade, è bene ricordarlo, in alcuni settori disciplinari più “ricchi”: quelli in cui la libera attività professionale, che si aggiunge alla docenza universitaria, comporta la possibilità di impegnare a tempo pieno molti giovani (studi professionali o corsie d’ospedale…), spesso compensando lo sfruttamento con la promessa di una carriera assicurata. In questi casi, il fenomeno diventa veramente indecente e deve essere perseguito in modo rapido ed efficace.
3) Nel corso degli ultimi decenni, tuttavia, per prevenire questi fenomeni, sono stati apportati molti correttivi: si sono cambiate spesso le regole dei concorsi (prevedendo il sorteggio dei commissari, o una combinazione di voto e di sorteggio, quindi inserendo nelle commissioni un membro straniero, ecc.). Il doppio livello attualmente in vigore (una abilitazione nazionale e una chiamata dalla sede universitaria, con un doppio concorso quindi) appare un buon punto di equilibrio. Tuttavia, ogni normativa si può aggirare, non illudiamoci.
4) La proposta di Raffaele Cantone, Presidente dell’autorità nazionale anticorruzione, di aprire le commissioni a membri esterni, appare di difficile - se non impossibile realizzazione -, oltre al fatto che trasmette l’idea negativa di una sorta di “commissariamento” delle Università. L’esempio di Cantone è piuttosto facile: perché non chiamare uno scrittore in una commissione di Letteratura italiana? E per una commissione di Logica matematica o di Papirologia, chi chiamiamo? Chi valuta e sceglie competenze estremamente specialistiche, soprattutto in ambito di ricerca pura? Lasciamo stare, mi pare che questa uscita sia stata piuttosto imprudente…
5) Un problema ancora più delicato è il seguente: chi è il candidato migliore, che merita in modo obiettivo e inequivocabile di vincere un concorso universitario? L’Università non è solo un istituto di ricerca: il candidato ideale deve offrire un mix di competenze scientifiche e didattiche, che ogni Università deve valutare in rapporto alle proprie esigenze. Ho conosciuto, a vari livelli, persone che in assoluto apparivano intellettualmente e scientificamente come le più dotate; tuttavia, alla prova dei fatti, si sono rivelate del tutto inadatte al compito: perché presuntuose, inaffidabili, prive di attitudini cooperative, incapaci di “fare gioco di squadra” e soprattutto di comunicare e di insegnare (in molti casi, volutamente, per evitare troppi carichi didattici e restare sole a celebrare se stesse, nella torre d’avorio del proprio narcisismo…).
6) Infine, una questione che solo apparentemente sembra estranea al problema è quella delle risorse: come si legge nel post citato sopra di De Martin, il taglio progressivo di finanziamenti all’Università è stato devastante, provocando effetti perversi, di cui i non addetti stentano a rendersi conto. La riduzione degli organici, la chiusura di molti corsi di studio, l’impossibilità di fare progetti e programmazioni a lunga scadenza ha fatto scappare (e sta facendo ancora scappare!) i giovani migliori, più preparati e motivati, provocando uno schiacciamento verso il basso degli idonei ancora non assunti, che sta emarginando i più giovani: ai concorsi per il dottorato partecipano candidati con titoli da ricercatore, ai concorsi per ricercatori candidati con titoli da professori associati, ai concorsi per associati candidati in possesso dell’idoneità a ordinario. È questo il dramma più grave dell’Università italiana, che non può essere occultato dall’attenzione, certamente doverosa, ai singoli scandali. In una Università impoverita nelle risorse finanziarie e umiliata nella sua centralità strategica, restano briciole sulle quali accapigliarsi, in una guerra tra poveri che non interessa nessuno, mentre i “baroni” più navigati si possono permettere, con la solita strafottenza, di continuare a fare quello che vogliono.

*Professore di Filosofia morale nell’Università di Macerata, dove è presidente del Presidio Qualità di Ateneo. Il testo è tratto dal blog Dialogando https://luigialici.blogspot.it/

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di Paolo Nepi* - I recenti scandali connessi alle vicende concorsuali dell’Università di Firenze, che nei mezzi di informazione sono stati immediatamente e un po’ sbrigativamente presentati come “concorsi truccati”, senza aspettare come si dovrebbe i risultati processuali, ripropone la questione dell’Università italiana e della sua crisi. Una crisi che trova riscontro - a mio avviso - più che nei “concorsi truccati”, che rappresentano pur sempre un sintomo di grave deterioramento di una antichissima e nobile istituzione, nel fatto che non abbiamo nessuna Università eccellente nelle prime centocinquanta (e oltre) Università del mondo. E questo mentre Singapore si classifica tra le prime venti con la sua giovanissima Università nata nel 1991.
Se pensiamo che nelle classifiche (non vedo la ragione di dire ranking, dato che non scrivo per un sito di lingua inglese), più che il livello scientifico-culturale contano i finanziamenti, le strutture e i vari servizi, ci rendiamo subito conto delle responsabilità della politica e degli organi che dovrebbero “governare” questo importante settore della vita sociale. Dal quale, si badi bene, dipende in gran parte quel tanto sbandierato sviluppo che altrimenti non si sa da cosa dovrebbe derivare. Mentre il numero di laureati in Italia, e questo spiega almeno in buona parte quanto appena detto, è il più basso tra i paesi a maggiore sviluppo economico.
Che poi anche nell’Università si ponga una “questione morale” non deve costituire motivo di sorpresa e di meraviglia. In un Paese come l’Italia, dove la corruzione è un fatto non più individuale ma sistemico, non possono esistere isole felici e al riparo da fenomeni di corruzione. Chi si scandalizza è pertanto o un ipocrita o, come direbbero appunto a Firenze, un “Bischero”. Che non è una parola volgare, dato che i Bischeri erano una nobile famiglia fiorentina che si fecero ingenuamente turlupinare dai Medici.
Dicevamo poco sopra delle responsabilità della politica. Ogni governo, negli ultimi decenni, ha prodotto una riforma universitaria. Per arginare veri o presunto concorsi “truccati” si sono adottati metodi più diversi. Si è introdotto il sistema dell’elezione delle commissioni. Si è passati dai concorsi locali, troppo sensibili alle pressioni dei candidati del posto, ai concorso nazionali. Ma evidentemente la corruzione è un fatto culturale e di costume, un tempo si sarebbe detto una questione morale, che nessuna regola da sola riesce ad arginare in modo assoluto.
Dal punto di vista dei percorsi formativi si è introdotto il famigerato sistema detto del 3+ 2, con l’intento dichiarato di avvicinare il livello delle nostre istituzioni accademiche a quello dell’Europa. Di fatto ci si è piuttosto avvicinati a quello del mondo in via di sviluppo. Qualche anno fa, un illustre docente di scienza politica, ricorrendo ad un evidente paradosso, diceva che il 3+2 era un mostro aritmetico e lo esprimeva con la seguente formula: 3+2=0. E tutto questo la dice lunga su come deve essere affrontato, da una classe dirigente lungimirante e responsabile, un problema così rilevante come quello dell’istruzione superiore.
In attesa della verità processuale sui concorsi di Firenze, e qui dobbiamo segnalare la solita fuga di notizie intorno a gravissime ipotesi di reato su cui dovrebbe valere il segreto istruttorio, vorrei però premettere che non tutto ciò che si presenta come “truccato”, nei concorsi universitari, è da considerare tale. Occorre infatti tener presente che nella ricerca scientifica non è come negli altri concorsi pubblici, dove in linea di principio deve vincere colui che si dimostra più bravo di altri a svolgere alcune funzioni. Nella ricerca scientifica il più bravo è la sintesi di diverse disposizioni, per cui anche la provenienza da una determinata scuola fa parte dei requisiti migliori in molti campi di ricerca. Nella ricerca esistono i Maestri e le Scuole di pensiero, sia nei settori umanistici che in quelli scientifici. Anche in fisica, e non solo in filosofia, spesso si contrappongono metodologie che vanno lasciate al libero confronto delle idee e delle sperimentazioni. Perfino un bravissimo ricercatore scientifico, e non solo uno studioso di teorie filosofiche, che proviene da una determinata scuola, potrebbe trovare grosse difficoltà se, vincendo un concorso, venisse obbligato ad entrare in un gruppo di ricerca di cui non condivide metodi di ricerca e ipotesi di lavoro.

*Professore di Filosofia morale nell’Università degli studi “RomaTRE”

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di Gabriella Serra e Gianmarco Mancini*- L’Università è il luogo in cui la coscienza del singolo si forma. È il luogo educativo per eccellenza, in cui si fa esperienza e si investe costruendo il proprio futuro. È il luogo in cui competenze, conoscenze e aspirazioni si incontrano. “L’Università è la maggiorità intellettuale!”[1].
Il giovane studente, che si trova a varcare il “venerando limitare” di montiniana memoria[2], è affascinato da questo luogo, ha grandi aspettative verso se stesso, verso i docenti, verso i colleghi. Il giovane decide di investire in un’esperienza di studio che in sé è totalizzante. Si tratta degli anni più belli in cui sperimentare, conoscere, crescere. Troppo spesso, purtroppo, le sue aspettative vengono tradite dalle vicende che si trova a vivere. Gli episodi dei così detti “concorsi truccati” coinvolgono l’Università tutta, non solo i docenti, ricercatori, dottorandi, ma tutti gli studenti che si trovano a perdere fiducia nel sistema universitario e al sentirsi di escludere una eventuale carriera accademica nel loro prossimo futuro. Infatti, “il giovane universitario non trova, a laurea conseguita, una via tracciata, normale, sicura che gli assicuri la professione: l’orientamento professionale è, in Italia, molto incerto e laborioso: perciò il giovane è più di prima interessato a fare l’inventario delle proprie tendenze e delle proprie forze, per avere stima di sé, per credere nella propria riuscita, per scoprire la via della carriera. L’Università non è più il tapis-roulant che porta automaticamente dei passeggeri svogliati al livello voluto per l’esercizio d’un onorato mestiere[3]. Queste parole, scritte da Montini nel 1930, risuonano attuali e molto forti. Il giovane si trova molto spesso in difficoltà nel capire cosa vuole da se stesso, dal proprio futuro. Il discernimento vocazionale, inteso come scelta di vita, è diventato sempre più complesso. È possibile individuare alcune ragioni nella mancanza di fiducia in coloro che dovrebbero essere i modelli, gli insegnanti, e nella conseguente perdita di stima in se stessi e nelle proprie capacità. Si tratta di una fotografia negativa della società attuale, individualista in ogni suo aspetto. Coloro che dovrebbero essere i maestri, i punti di riferimento, i modelli a cui ispirarsi, diventano l’esatto contrario, le persone da cui allontanarsi, di cui non fidarsi. Il luogo educativo per eccellenza diventa così il luogo più diseducativo.
In un sistema universitario e lavorativo a tal punto disorganizzato lo studente si guarda intorno e cerca altrove, cerca il suo futuro all’estero. Il giovane viene allora bollato come l’incapace di affrontare le difficoltà che gli si presentano, ma in realtà vuole costruire il suo futuro e, in mancanza di strumenti e di valori, li va a ricercare al di fuori, dove si sente valorizzato, riconosciuto.
L’Italia, troppo spesso, si dimentica di investire sul suo futuro. Gli Atenei sono organi vitali della nostra società, nei quali si dovrebbero educare e crescere persone consapevoli. I giovani hanno bisogno di essere accompagnati, cercano delle guide. L’Università di oggi è un esamificio dove non si formano menti e coscienze, ma si trasmettono solo nozioni e concetti in maniera distaccata. Il metodo d’insegnamento più frequente si basa sulla tradizionale lezione frontale senza possibilità di interagire sia a livello verticale, tra studente e insegnante, sia a livello orizzontale, tra studenti.
Il giovane universitario ha tante energie, tanta speranza da investire nel futuro personale e del Paese; ma la domanda è: come investire nell’Università per investire nei giovani e nella società?
“È necessario oggi che la formazione sia finalizzata a far emergere la possibilità di specificità che ogni giovane è, e verso questa deve invitare ogni studente a mantenere sempre vivo il proprio “tendere-verso”. La formazione, dunque, non sarà solo un sapere, ma anche un saper fare e un saper essere: sarà il procedere armonico di conoscenze, capacità e motivazioni. Per fare in modo che questo si realizzi è necessario che i soggetti universitari ri-orientino il proprio procedere. É necessario che docenti e studenti si pongano in atteggiamento di dialogo, quindi in un atteggiamento che a fasi alterne necessita il parlare e l’ascoltare”.[4]
L’Università è lo strumento per formare, crescere, credere e costruire. Il primo a dover continuare a credere e investire in essa dev’essere proprio il giovane studente.
La vocazione, parola tanto amata e odiata, è la somma di capacità e passioni che arricchiscono l’universitario e il giovane più in generale. Sicuramente non sarà facile individuarla, ma non possiamo smettere di crederci e di sperare.

*Presidenti nazionali della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (Fuci)

[1] G. B. MONTINI, Coscienza Universitaria, Edizioni Studium, Roma, 2014, p. 24.

[2] Ibidem, p. 23.

[3] Ibidem, p. 51.

[4] Tesi Congressuali del 65° Congresso Nazionale della F.U.C.I., Giovani VerSo Domani – Università, Formazione, Lavoro: quale realtà per quali prospettive, 2015.