Il paradosso della santità. Il “vescovo educato dal suo popolo”

Parlando con Oscar Romero

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Con Paolo VI, il 14 ottobre sarà santo l’arcivescovo di San Salvador assassinato nel 1980. I primi «martiri del Concilio» - come qualcuno li ha definiti - saranno canonizzati per volere di Francesco durante il Sinodo dedicato ai giovani. Una Chiesa che guarda lontano e riafferma la centralità del Vaticano II. Qui vi proponiamo la prefazione al volume Oscar Romero «Ho udito il grido del mio popolo» di Anselmo Palini (Editrice Ave). Una testimonianza che ci restituisce la verità di Romero. Un vescovo che pago con la vita la sua fedeltà al Vangelo. Ricordiamo che il volume è arricchito dalla prestigiosa postfazione del card. Gregorio Rosa Chavez che fu stretto collaboratore di Romero.

di Maurizio Chierici* - Ho letto il libro dedicato da Anselmo Palini al vescovo Oscar Romero con la nostalgia di un testimone frettoloso (i giornalisti lo sono) che rivede la propria vita sfiorata, per un momento, da un protagonista il quale non sapeva di esserlo e che il testimone non immaginava lo diventasse. Ho ritrovato «quel Salvador».La sua storia, le sue facce, uomini e donne sempre in cammino: a piedi o arrampicate su corriere gremite come pollai. Ogni pagina mi ha riportato ai discorsi lunghi nella notte di noi che guardavamo cercando di capire e non era facile.
Un paesino da niente, trasformato nel poligono dove le società benestanti costruivano il prototipo necessario per non perdere il benessere; sperimentavano la paura come arma invisibile dalla quale i popoli non riescono a difendersi. Ieri e oggi; dall’altra parte del mare e dalla nostra parte.
Ho raccontato il primo incontro con Romero nella terza pagina del «Corriere della Sera»: era la pagina numero tre, dove respirava l’analisi di chi interpretava l’evoluzione della società. Trent’anni fa, Un vescovo dalla parte dei campesinos (titolo che annunciava l’articolo) rappresentava la curiosa dedica ai lettori che al mattino dondolano su treni o su tram verso il lavoro. Racconto del mondo disordinato, di crudeltà ormai lontane dalla nostra vita. Invece era solo l’inizio di un certo tipo di globalizzazione. Il nome di Romero non compare nel sommario. Al ritorno mi sono inquietato. La risposta sconsolava: «Ma chi è? Quanto durerà? Il Vaticano lo rimetterà in riga e fra tre mesi non se ne parla più». Non è andata così fin dal primo momento. Conoscevo David Maria Turoldo da lettore ammirato. Mi ha chiamato per sapere ed è nata un’amicizia.
Trent’anni dopo, quanti libri (da Ettore Masina a Roberto Morozzo Della Rocca) e il suo sorriso sulle t-shirt dei ragazzi che a volte non sanno e si arrendono alla tentazione di un Romero davanti, e di un Che Guevara sulle spalle. Mai così diversi, eppure la fantasia di chi cerca e non trova li accomuna nella speranza.

Perché ho attraversato in un lampo le pagine di Anselmo Palini? Perché ricostruiscono la storia di un Paese alla fine del mondo, la propongono con l’intelligenza del narratore che l’ha scavata chissà con quale pazienza. Non sempre succede.
A volte le delusioni provocate da chi disegna Romero senza sapere e senza cercare. Insopportabile, per esempio, il film di Oliver Stone e il suo vescovo lungo e asciutto, gesti misurati da diplomatico della Chiesa come può immaginarla Hollywood che non crede tanto in Dio. Ecco Romero che si arrabbia come un attore; che non dubita e non trema o respinge la violenza dei persecutori con gesti di pace talmente retorici da far sembrare Umberto Bossi pacato come il maggiordomo della regina d’Inghilterra. Cosa infastidisce nel racconto di Stone? Romero costruito «subito» come eroe. Non ha mai pensato di esserlo. I lampi della disperazione che lo assediava entrano all’improvviso: dubbi, ipocrisie, violenze. Ma è un mondo al quale non si arrende con la fragilità di un prete di campagna.
Un prete di campagna, la prima impressione e sbagliavo. L’ho capito negli incontri, lunghi e tormentati, quando raccontava dei problemi che non cambiavano: la disperazione della gente, l’arroganza delle grandi famiglie. Che diventava rabbia di domenica in domenica, di omelia in omelia, che «Orientación», giornale della diocesi, distribuiva ai fedeli. Vita breve, quella di «Orientación»: sbriciolato dalla dinamite. Un boato nella notte. Siamo andati a bussare alla porta dei domenicani dove abitava il piccolo padre spagnolo che dirigeva il giornale. La luce fioca dell’androne sbianca il tremore dei confratelli: «Non abitava qui, nessuno lo ha conosciuto davvero». «Ma se l’ho accompagnato non so quante sere…». Silenzio.

I tormenti che Romero confidava erano tanti. La storia imbarazzante del nunzio apostolico Kadar, quando sul palco della festa nazionale siede al fianco dei militari che uccidono «i miei sacerdoti», cinque in pochi mesi. Nella tribuna dell’ipocrisia non se l’era sentita di festeggiare. La solitudine e la diffidenza che avevano accompagnato la nomina a primate cambiano davanti all’arroganza di chi non rispetta nessuno.
Prima della morte di padre Rutilio Grande, assassinato assieme a due chierici nella campagna medioevale di Aguilares (dove solo tre bambini ogni dieci conoscevano «almeno uno dei genitori»), a non amarlo erano i gesuiti dell’Università centroamericana e Rivera y Damas, vescovo progressista. Ai loro occhi era un topo di biblioteca distratto, appena sfiorato dal tormento che cresceva attorno. Spiritualista, vicino all’Opus dei. Padre Ellacurìa e Segundo Montes scuotevano la testa, anche loro volevano sapere: «Perché?». Perché li hanno assassinati è stato il nostro sgomento quando, nella notte, anche i gesuiti spagnoli sono finiti come Romero.

La scomparsa di Rutilio Grande ha sconvolto la vita del vescovo. Non voleva rassegnarsi alla violenza della quale era vittima la Chiesa dei poveri. «Sono andato a parlare col presidente; mi sono aggrappato a un ministro compagno d’infanzia: pretendo di sapere chi sono i colpevoli». Loro, allibiti: non l’avevano mai sentito alzare la voce. «Amico mio», risponde il ministro, «un comunista, e i buoni cattolici che noi conosciamo non sopportano chi offende la chiesa». «Era il mio confessore. Conoscevo ogni piega del suo cuore. A volte non andavamo d’accordo, ma sapevo che il marxismo non sfiorava i suoi pensieri».

E poi il dolore, perché il Papa non rispondeva alle lettere nelle quali chiedeva di incontrarlo per raccontargli delle catacombe minacciate della sua chiesa del silenzio. Ma un giorno, nella sala dell’aeroporto, vedo appesa un’immensa fotografia: il vescovo e Giovanni Paolo II vicini come fratelli. Telefono a San Josè, seminario trasformato nella sua residenza e ritrasformato da Romero nell’asilo per i contadini che scappavano dai massacri delle squadre della morte e accampati in un campo da calcio dove nessuno ormai giocava. «Finalmente, monsignore…» La sua voce restava triste. «Venga, le spiegherò…» Cronaca della visita a Roma e di quando, finalmente, siede accanto al pontefice col suo pacco di carte: raccontano la tragedia di sacerdoti e fedeli torturati e uccisi. «Metta via le carte.» Il Papa non ha voglia di sfogliarle. «Perché?», chiedeva il visitatore di passaggio. «Siamo stati assieme il tempo della fotografia.»

Venivo dal Nicaragua dove i sandinisti marciavano verso Managua, 1978: il dittatore Somoza stava preparando le valige. Le voci di chi viaggia raccontavano di una messa mai ascoltata, ogni domenica, otto del mattino, cattedrale di San Salvador. Un incendio l’aveva trasformata in ruderi addobbati con i paramenti sopravvissuti. Dopo l’omelia, il vescovo si affaccia dall’altare. Alla domenica, prima del congedo, i nostri sacerdoti ricordano gli appuntamenti della settimana: catechismo il lunedì, incontro con giovani sposi, martedì. Comincia il brusio dei fedeli che scappano a casa. Ma nella cattedrale di San Salvador il silenzio fa impressione. Romero apre un registro. Tanti nomi: «Lo studente Ramon Contreras è stato trovato morto nel canalone verso Aguilares. I ricercatori dell’ufficio legale del vescovado ritengono responsabile del delitto il tenente Alarcon, il brigadiere Lopez e altri soldati non identificati della Guardia nazionale…». Nessun giornale racconta queste cose. Solo la sua voce, solo la domenica. Un grido; pianti che rompono l’immobilità. Romero aspetta, e appena il dolore torna silenzioso, ricominciano i nomi. «Di Marcia Perez Molina ancora niente. Rapita da auto senza targa, trascinata nella caserma di Santa Ana. Perse le tracce…» Singhiozzi. Speranza rimandata.

In fondo alla cattedrale, il monsignore che ne è arciprete ascolta col gomito appoggiato al bracciolo di una poltrona: «Non capisco dove trova il coraggio…», provo a dire. «Lo chiama coraggio? Per me è la rovina della Chiesa…». La chiesa dei latifondisti non sopportava il vescovo. La gente se ne va sconsolata. Romero stringe le mani sulla porta della cattedrale. Sale su una vecchia automobile ben lavata: guida un giovane prete. La tonaca si rialza mostrando calze che ricadono su scarpe impolverate. Scoprono le caviglie pallide di un signore che invecchia. Un prete di campagna… «Venga a trovarmi a San Josè della Montagna. Verso il vulcano. Parlare in piazza può essere sconveniente.» Non dice pericoloso. Fino all’ultimo colloquio non ho mai sentito la paura tremare nelle sue parole. Tanto da farmi dire: «Non le sembra inutile insistere nell’utopia della pacificazione mentre continua il massacro?». Finalmente ride: «Se non credessi nell’utopia sarei vestito così?». Quel primo mattino nel sagrato comincia un incontro lungo tre anni. Non finisce mai.
Libri che scavano la sua verità e il brutto film da dimenticare.
Ma Romero non se ne è andato: continua ad accompagnare la speranza di chi non ha speranza.

*Giornalista e scrittore, editorialista de «il Fatto Quotidiano», già inviato del «Corriere della Sera» in America latina.