Pace ed Europa: il tempo di crescere

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Europa

di Paolo Bustaffa - Presso Verdun, in Lorena, l’immenso cimitero militare di Douaumont rimane a testimonianza delle più cruente battaglie tra francesi e tedeschi. La costruzione, terminata pochi anni prima della seconda guerra mondiale, rimase un monito inascoltato e così alla prima seguì una seconda strage. Il significato di quel cimitero-ossario, interconfessionale e interreligioso, si è ampliato fino a motivare e comprendere, nel 1945, l’inizio di una nuova stagione europea.

A Douaumont, come in altri luoghi del silenzio, è nata e cresciuta alla fine della seconda guerra mondiale la volontà di voltare definitivamente pagina. Grazie a uomini e donne di sei Paesi europei si è reso visibile ed efficace un progetto per rendere possibile la speranza in Europa. Tra gli ideatori erano Konrad Adenauer, Alcide De Gasperi, Robert Schuman.

Un elenco di persone dalle grandi visioni di pace, di solidarietà e di giustizia si era formato negli anni del conflitto e, a cancellazione avvenuta, si era sostituito all’elenco di quanti, in delirio di onnipotenza, avevano seminato morte e disperazione.

Ad alimentare il coraggio per una nuova Europa, era stato l’estremo sacrificio di innumerevoli vittime innocenti e di numerosissimi testimoni della libertà e della democrazia caduti per mano di totalitarismi sanguinari.

C’era una traccia di speranza da seguire e alle ore 16 del 9 maggio 1950 Robert Schuman, ministro degli esteri della Repubblica francese, raccogliendo anche il pensiero di altri politici e intellettuali, presentava a Parigi, nella Sala dell’Orologio, la Dichiarazione che porta il suo nome. Un documento storico che a partire dalla riconciliazione tra Francia e Germania si apriva ad altri Paesi europei, compresa l’Italia che, sconfitta e umiliata, incontrava accoglienza e fiducia.

Sono trascorsi 65 anni e l’attualità della “Dichiarazione Schuman” è da leggere soprattutto in due direzioni: la solidarietà e l’apertura dell’Europa al mondo ad iniziare dall’Africa.

È incoraggiante ritrovare queste tracce ma è triste prendere atto che troppe volte non si sono seguite lasciando così spazio a sfiducia, dubbi, perplessità e domande. Come arginare il rischio dei nazionalismi e dei populismi? Come fermare le stragi nel Mediterraneo? Come curare le ferite ancora aperte nei Paesi europei dei Balcani e dell’Ucraina?

Non c’è molto tempo per rispondere. Questo è il momento, e non ce ne saranno molti altri, per stimolare e aiutare l’Europa a ridisegnare se stessa perché solo così potrà ridisegnare il resto del mondo con i colori della pace e della solidarietà e della giustizia. Un’impresa difficile nell’epoca della globalizzazione. Un primo passo da compiere è togliere dall’inconsistenza la politica estera comune: un passo decisivo ma possibile solo se gli egoismi nazionali libereranno i percorsi comunitari.

Fieri oppositori di un’Europa prigioniera del mercato e della burocrazia, occorre essere più che mai fieri sostenitori di un’Europa maestra in umanità per se stessa e per il resto del mondo: un’Europa che crede nel primato della persona. Torna qui il monito che papa Francesco rivolse nel novembre scorso al Parlamento Ue e al Consiglio di Europa.

A settant’anni dalla fine della seconda guerra mondiale e a sessantacinque dalla Dichiarazione Schuman continua a essere nel riconoscimento del primato della persona la ragione d’essere dell’Unione europea. Per questo, guardando alle tragedie sul mondo, è giusto dire che occorre più Europa e non meno Europa.

Non a caso Robert Schuman negli ultimi suoi giorni di vita, ai giornalisti, che chiedevano il da farsi per superare la crisi della Comunità europea, rispondeva: “Continuer, continuer, continuer…”.