In vista della 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani

Nuovi paradigmi per il lavoro

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di Giuseppe Notarstefano* - Il prossimo mese di ottobre, dal 26 al 29, si svolgerà la 48ª Settimana sociale dei cattolici italiani, un appuntamento importante per la Chiesa italiana, che mette al centro un tema particolarmente rilevante quale è il lavoro (Il lavoro che vogliamo. Libero, creativo, partecipativo, solidale). Il cammino preparatorio avviato attraverso un invito rivolto a tutti sottolinea una motivazione fondativa di questo convenire: un percorso partecipato che vuole innanzitutto favorire un percorso di discernimento su una questione decisiva ed attuale. Il titolo delle giornate cagliaritane è riferito a una citazione di Evangelii gaudium 192, descrivendo le coordinate della ricerca che si intende sviluppare: il lavoro che vogliamo e per il quale intendiamo impegnarci come movimento cattolico italiano è «libero, creativo, partecipativo e solidale». Si tratta di quattro aggettivi qualificativi molto importanti che iscrivono la sfida del lavoro come questione sociale, democratica, inclusiva  ed integrale.

L’orizzonte è certamente quello offerto dall’enciclica Laudato si’, che ricorda come il lavoro è l’ambito dello «sviluppo multiforme» della persona dove entrano «in gioco molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione» (127).
Siamo consapevoli che ridurre il lavoro a mero fattore della produzione e a impiego sia una tendenza da superare soprattutto con una profonda azione culturale che intende rimettere al centro la persona e la sua essenza profondamente relazionale, posta a fondamento di una diversa concezione dell’economia pensata come cura e custodia.

Le cinque prospettive del lavoro
In tal senso il lavoro è in primo luogo una vocazione, da coltivare e accompagnare nel rispetto e nella valorizzazione dei talenti di tutte le persone. Ciascuna donna e ciascun uomo devono poter accedere alla propria originalità ed essere messi in grado di esprimerla anche attraverso l’esercizio di una professionalità capace di inserirsi con creatività e responsabilità nel complesso processo di costruzione sociale. Il combinarsi di tale dimensione personale con la trasformazione sociale pone la questione della rimozione degli ostacoli e dei vincoli che, in una logica di giustizia sociale, determinano un’effettiva accessibilità di ciascuno al lavoro, affinché esso sia l’espressione primaria del contributo sociale dei singoli. Così come ricorda l’articolo 1 della nostra Costituzione italiana, che pone il lavoro a fondamento della vita della Repubblica. Riconoscere il lavoro come attività che riveste di dignità la persona, tema cardine del magistero sociale della Chiesa, ci ricorda che l’attività lavorativa è in primo luogo un valore, fonte primaria e generativa di un autentico sviluppo. Ogni lavoro è in sé un’attività imprenditoriale, come ricorda la Caritas in veritate al n. 41, attraverso cui ogni persona, in modalità e forme diverse, esprime la propria partecipazione alla creazione del benessere e della prosperità di tutti. Da ciò il fondamento sociale e comunitario del lavoro che abilita le persone ad essere ciascuna protagonista, a propria misura, della tessitura della convivenza civile anche attraverso la creazione di istituzioni inclusive, ossia capaci di promuovere ed attivare i talenti di ciascuno. Simili istituzioni nascono e si consolidano a partire da relazioni simmetriche, libere e ispirate ai criteri di reciprocità ed eguaglianza, dentro un quadro di norme e pratiche ispirate alla cultura del rispetto di regole condivise.

Siamo consapevoli che il prevalere di un’economia e di una finanza orientate alla speculazione e alla massimizzazione dei profitti individuali nel breve periodo è all’origine di una delle più complesse crisi che hanno investito le nostre attuali democrazie nello scenario di una globalizzazione spesso preoccupata di allargare solo gli spazi della libera circolazione di merci e capitali, piuttosto che di assicurare e di accompagnare la libera espressione delle “capacitazioni” delle persone. Occorre trovare nuove alleanze nella prospettiva della cura e della custodia della casa comune: l’ecologia integrale assume pertanto una straordinaria valenza politica che riconosce come lo sviluppo è tale se è autenticamente e unitamente sviluppo umano, sociale, economico e ambientale. Lo sviluppo tecnologico e la diffusione di nuove possibilità organizzative e industriali pone anche la questione di un problematico rapporto tra l’uomo e la tecnologia: ogni rivoluzione industriale è intrinsecamente distruttiva e creativa. Chiude e apre possibilità di lavoro che occorre gestire non in modo meccanicistico o “tecnocratico”, ma dentro una visione integrale capace di individuare nuove possibilità di sviluppo. La politica può e deve riappropriarsi del suo ruolo, in primo luogo della sua funzione di mediazione di conflitti e interessi attraverso nuove forme di partecipazione. Ma anche le imprese, che stanno imparando a ripensarsi come soggetti socialmente responsabili, possono riconfigurarsi come luoghi in cui affrontare e vincere la sfida della partecipazione e generazione di nuove catene di creazione del valore.

Si tratta di questioni molto complesse che non possono essere affrontate né con la superficialità degli slogan né con l’arrogante pretesa demagogica dei populisti, né con il darwinismo sociale determinato dall’accettazione acritica del principio della concorrenza, privato dell’orizzonte del bene comune. Occorre fare la fatica di cercare nuovi paradigmi e di sperimentare politiche che si preoccupino di rimettere al centro la persona in tutte le sue dimensioni. Per questo il Comitato scientifico organizzativo ha inteso promuovere innanzitutto un processo, incoraggiando persone e territori a sfidarsi secondo quattro diversi registri comunicativi: la denuncia, il racconto, le buone pratiche e le proposte.

I quattro registri comunicativi
Si tratta di quattro diverse modalità che concretamente qualificheranno le giornate di Cagliari, volendo soprattutto diventare uno stile e un metodo per ripensare l’impegno sociale e politico dei cattolici in Italia.

In primo luogo occorre dare voce a chi non ha voce, come ricorda il papa, il bene comune non può non essere integrato con l’opzione preferenziale per i poveri. La tenuta di un modello sociale si misura dalla sua capacità di essere inclusivo delle situazioni di vulnerabilità e di marginalità. Ripensare in senso non solo geopolitico il rapporto centro-periferia, riformulare l’agenda politica assumendo la priorità della coesione sociale e dell’inclusione attiva, immaginare un nuovo regime fiscale maggiormente premiale verso processi di economia circolare solidale civile e sociale, modificare l’approccio nelle politiche di sviluppo in una logica più autocentrata e place based: ecco alcune delle prospettive che dovranno essere poste nel dialogo con le istituzioni e le forze politiche e sociali. Ma accanto alla denuncia ed alla proposta, il Comitato ha voluto accogliere la sfida di guardare con fiducia e positività ai processi di innovazione sociale che, come mille punture di spillo, stanno cercando di avviare nuovi processi e “rotture” di prassi del passato: da qui nasce il percorso «Cercatori di lavOro», che sta cercando di effettuare una mappatura di buone pratiche a livello imprenditoriale, istituzionale ed educativo, mettendo in luce la resilienza ma anche la “visione” di chi ha accolto la sfida in una logica positiva e propositiva.

Ma soprattutto la Settimana sociale vuole dar spazio alle persone, ai racconti e alle esperienze, non in uno scontro tra teorie o modelli, ma in un confronto che potrà anche rivelarsi serrato e a tratti drammatico, ma che scommette sulla capacità delle persone di essere reali soggetti di cambiamento in una logica autenticamente collaborativa (Laudato si’, 13).
Non ci sono ricette o formule da cercare, né tanto meno possiamo attendere l’intervento di demiurghi calati dall’alto, occorre dare una scossa alla responsabilità comune di tutti, rimettere in movimento il genio e la creatività che sono certamente un talento del nostro paese, con l’umiltà ma anche con il gusto di costruire alleanze nuove tra credenti e non credenti, tra Nord e Sud, tra giovani ed adulti con fiducia e speranza.

*Vicepresidente nazionale dell’Azione Cattolica per il Settore Adulti e membro del Comitato scientifico e organizzatore delle Settimane sociali dei cattolici italiani