L’abbraccio della Presidenza nazionale Ac a Genova. Perché si acceleri il ritorno alla normalità

Non spegnere i riflettori

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di Gianni Rotondo* - Sabato 29 settembre, ore 12.15, un piccolo gruppo di persone accoglie la Presidenza nazionale, la Delegazione regionale ligure e la Presidenza diocesana di Ac alla Stazione Metro di Brin – opera di Renzo Piano – una delle tre principali vie di comunicazione rimaste operative dopo il crollo del Ponte Morandi. Al sabato la situazione è tranquilla, ma nelle ore di punta dei giorni feriali il servizio di trasporto è svolto ai limiti delle capacità di carico.
La Valpolcevera, sita in una città avara di spazi, ha visto sin dalla fine del XIX secolo un accelerato sviluppo industriale. Accanto al complesso monastico della Certosa, espropriato da Napoleone ed in seguito affidato al clero diocesano, tra fine ’800 e inizio ’900 sono state rapidamente costruite le abitazioni per ospitare gli operai con le loro famiglie. La crescita del periodo postbellico ha richiamato a Genova, una forte immigrazione specie dal Mezzogiorno e le case hanno invaso le colline, conferendo a Certosa l’attuale conformazione urbana. Il ponte è arrivato negli anni ’60 quale infrastruttura indispensabile per collegare il porto di Genova e il traffico commerciale verso la Francia e la Spagna.
Si procede subito verso le zone colpite. Sandro Macrì, il presidente parrocchiale guida la piccola delegazione ed affida ad Andrea Brina, adulto di Ac e presidente della Società Operaia Cattolica, il compito di raccontare gli eventi che hanno sconvolto le vite di tante persone.
A pochi metri dalla stazione si intravede una piccola parte del ponte: è il pilastro numero 11 con gli stralli rinforzati negli interventi degli anni 90. Subito si comprende che, quanto visto nelle immagini televisive, non riguarda un semplice ponte, ma un viadotto di grandi dimensioni. I video e i plastici televisivi, questi ultimi impropriamente utilizzati, non riescono a rendere le reali proporzioni di questo gigante di cemento, con il quale gli abitanti di Certosa hanno convissuto per più di cinquanta anni.
Si entra per le vie del quartiere, il sabato è giorno di mercato. L’attesa rispettosa del verde al semaforo pedonale, è di fatto inutile. Il traffico è sparito dal 14 Agosto quando, crollata la pila 9, tutti i passaggi sotto il ponte sono stati interdetti e gli spostamenti da e per la Valpolcevera sono diventati particolarmente complessi.
Andare a lavorare, recarsi a scuola, avere necessità di cure sanitarie presso un ospedale, muoversi per andare in altre zone della città risulta difficile. Rimangono due canali stradali aperti: il primo verso la città, richiede la percorrenza del tratto autostradale da Genova Bolzaneto a Genova Ovest. Alle 6 del mattino si trova già coda al casello, mentre nelle ore di punta si può impiegare fino ad 1h e 30 per arrivare in città. In condizioni normali di traffico per raggiungere Milano si impiega lo stesso tempo.
Il secondo canale stradale porta a Ponente e richiede di valicare la collina di Borzoli. È una strada che dispone di una singola corsia per senso di marcia, formata da strettoie e tornanti, che la rendono particolarmente pericolosa. La velocità di percorrenza è anche in questo caso molto bassa e raggiungere il ponente è molto complesso.
La vita scorre, c’è il movimento di una giornata tradizionalmente dedicata agli acquisti settimanali. Ma nulla è paragonabile a pochi mesi fa, durante un “sabato normale” con il traffico non limitato.
Mentre continua il racconto dei disagi di studenti e lavoratori, delle ambulanze che impiegano troppo tempo per raggiungere gli ospedali e ritornare al punto di partenza, del danno subito dal commercio, dell’interruzione delle linee ferroviarie, si arriva sulla strada di scorrimento ricavata sui lati del torrente Polcevera e diventa chiara quella ferita lasciata dal crollo della pila 9.
Avvicinandosi alla zona rossa, interdetta ad ogni accesso e presidiata dagli alpini, si comprendono le reali dimensioni del viadotto. Guardando i monconi e la loro altezza, 45m rispetto al letto del torrente, si pensa alla tragedia e alle 43 vittime, alcune delle quali precipitate con un volo che è difficile da immaginare.
Dopo un breve momento di preghiera, in cui si ricordano le vittime, e in particolare Francesco Bello un ex giovanissimo della parrocchia di Certosa, si procede verso il presidio degli sfollati.
Dalle sponde del Polcevera si ha una visione chiara di tutta l’area e si vedono i capannoni delle aziende pregiudicate dal crollo. Le loro attività sono completamente bloccate, con conseguenti problemi sulle 30 imprese in zona rossa e sui lavoratori.
Ma sono circa 1300 le imprese che si trovano nella zona arancione, interessate da questo disastro che comporta delle conseguenze economiche e occupazionali: circa tremila sono i posti a rischio di licenziamento. Oltre a questo, in gioco c’è il porto di Genova che non può perdere in traffici e competitività. In sintesi, lo stesso futuro di Genova è in gioco.
Nel vedere i resti della pila 9 rimane una domanda senza risposta: come è stato possibile trascurare la manutenzione di un’opera del genere, un gigante di cemento e ferro che collegava la città, consentiva i traffici del più grande porto d’Italia, costituiva una infrastruttura fondamentale per l’industria e per il Nord-Ovest? Un simbolo, un capolavoro di ingegneria lasciato all’incuria. Come è possibile?
Rapidamente si raggiunge l’area di palazzi non più agibili. Non si comprende la ragione per cui siano stati lasciati degli edifici residenziali sotto il ponte ma un tempo si costruiva senza badare a questi vincoli. In realtà il ponte aveva questa struttura con pile e luci avveniristiche proprio per scavalcare il parco ferroviario merci del Campasso, gli immobili e la linea ferroviaria verso la pianura Padana e il torrente Polcevera. Tre salti e tre pile disegnate da Morandi e costruite negli anni ’60 con le tecnologie innovative del tempo.
Sotto i tendoni si pranza. Tutti gli sfollati sono stati ricollocati ma il presidio rimane nell’attesa che venga dato il via libera al rientro nelle case per recuperare gli oggetti di una vita. È la volta di un breve, ma intenso incontro con le persone la cui vita si è radicalmente sconvolta dal quel 14 Agosto. Matteo Truffelli e la Presidenza nazionale si sono posti in attento ascolto delle esigenze di queste persone. Dal dialogo emergono le difficoltà di questo momento vissuto con il desiderio di far ritorno anche e solo per un’ultima volta in quelle case. Emerge anche la solidarietà che ha visto tante persone, associazioni, enti e la Chiesa Genovese mobilitarsi.
Un ultimo sguardo alla pila 10, ancora miracolosamente in piedi, il cui pericolo di crollo impedisce l’accesso ai palazzi, e poi percorrendo via Fillak si esce dalla zona rossa incrociando tanti esercizi commerciali che rischiano la chiusura per la scarsità di clienti.
L’incontro conviviale con il gruppo Ac di Certosa, con il parroco don GiannAndrea Grosso, gli adulti, gli educatori, permette di comprendere le tante iniziative che sono in atto e quanto la parrocchia, e con essa gli aderenti di Ac, stia provando a fare per essere vicino agli sfollati, ai commercianti a chi ha visto cambiata la vita dopo l’incredibile crollo.
C’è ancora il tempo per pregare insieme la Madonna della Guardia, cara ai Genovesi. Ma prima di entrare nella cinquecentesca chiesa si passa per il chiostro, il più grande della Liguria. Un chiostro che ha visto passeggiare e meditare i Certosini e che ora viene messo a disposizione dalla parrocchia per ospitare le assemblee degli sfollati, dei commercianti, di chi ha subito danni per questa folle vicenda di incuria e irresponsabilità.
Da questo breve incontro sorge la richiesta di non far calare l’attenzione, di non “spegnere i riflettori”, perché questa rimane e rimarrà un’emergenza fino a quando la ricostruzione non sarà completata. Occorre che tutti chiedano alle istituzioni di fare in fretta per ridare a Genova un ponte, agli sfollati casa e certezze, alle imprese aiuti economici, al porto una prospettiva di sviluppo e agli abitanti della Valpolcevera il ripristino della viabilità e della normalità. Ogni giorno di ritardo è un intollerabile danno per Genova, per il Nord-Ovest, per l’Italia.

*già Delegato regionale Ac Liguria