Giornata della memoria

Non basta solo un giorno

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Giornata della Memoria

di don Tony Drazza* - Tutti facciamo i conti con il tempo che scorre velocemente. Spesso non ricordiamo le cose. Non possiamo farci nulla, siamo dentro questo vortice. Viviamo una vita disumanizzata. Abbiamo bisogno di una memoria altra, tipo smartphone, agende elettroniche, appunti vari per poter ricordare le cose. Nessuno ha colpa per questo. Siamo diventati così, per fortuna non proprio tutti. Abbiamo bisogno che qualcuno ci faccia ricordare le cose altrimenti rischiamo, per le tante cose da fare, di dimenticare molti volti, nomi, situazioni, qualche impegno. Qualcuno mi dice spesso: “Sai, tra tante cose che hai in testa, qualcosa prima o poi la dimentichi”.

Dunque abbiamo bisogno che qualcuno ci faccia ricordare le cose. E allora ecco perchè con una legge del 20 luglio 2000, la Repubblica Italiana ha istituito per il 27 gennaio la Giornata della memoria, per «ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati».

Però, non basta solo un giorno!

Fare memoria del passato, delle atrocità vissute dagli uomini e dalle donne, deve servire per avere il coraggio di scrivere una storia che abbia come filo conduttore la bontà del cuore dell’uomo. Ricordare, conoscere, leggere e informarsi servono perché il ricordo non duri solo un giorno e non sia solo un appuntamento da celebrare.

Allora per ricordare e fare memoria abbiamo davvero bisogno di “una memoria altra”, che non è fatta di megabit o di pixel, di mail e di promemoria, ma è fatta di cuore. Abbiamo bisogno che qualcosa ci tocchi il cuore, che ce lo faccia battere, che lo faccia anche sanguinare. Da qui parte il desiderio di ricordare le cose e tenersele dentro

Sono stato ad Auschwitz-Birkenau l’anno scorso. Avevo letto tanto, ascoltato le testimonianze di alcuni sopravvissuti e il racconto di alcuni amici e amiche che c’erano stati. Tutti i racconti mi facevano sperimentare una tristezza indicibile. Volevo andare ad Auschwitz-Birkenau, volevo vedere, toccare, sentire, mettere i miei piedi dentro quel campo e l’ho fatto.

Mi sono domandato che cosa mi ha colpito di più mentre al ritorno, in pullman, vedevo il campo allontanarsi dalla mia vista. Cosa potevo raccontare alle persone che mi avrebbero chiesto conto della visita. Tra le emozioni che mi accompagnavano, lo stomaco chiuso e gli occhi gonfi di lacrime, ho deciso che avrei raccontato due cose.

La prima: la cosa che mi ha colpito molto era il colore del cielo. Sembrava intonato con il racconto che avevo sentito dalla guida all’interno del campo e che tante volte avevo ascoltato dagli amici. Un cielo triste, carico di nuvole grigie e gonfie di lacrime. Il cielo, dall’alto della sua prospettiva, aveva gli occhi carichi di lacrime che si mischiavano con le mie. Quel cielo lo porto ancora dentro. Quel cielo che ha accolto per tanti anni il grido dei prigionieri disperati, l’ultimo respiro dei morenti e l’urlo di libertà dei sopravvissuti. Quel cielo ci ricorda oggi che un giorno non può bastare, non si può ricordare solo per un giorno le atrocità che tante persone hanno vissuto, non sarebbe rispettoso per le persone che si portano dentro e fuori il dolore di quel tempo.

La seconda: mentre attraversavo il campo di concentramento pensavo alla capacità dell’uomo di organizzare il male e il dolore. Era un’idea che pian piano cresceva dentro: come si può arrivare ad organizzare tutto quel male, quasi come se fosse studiato, pensato a lungo, sperimentato come un’operazione matematica? L’uomo l’ha fatto, è stato capace di elevare a sistema organizzato il male.

La cosa che mi dava sollievo e respiro profondo era che ogni uomo ha nelle sue corde anche la grande possibilità di organizzare il bene, di dare vita, di abbracciare e accogliere.

Solo diventando “organizzatori di bene” quel cielo tornerà a sorridere.

*Assistente centrale del Settore Giovani di Ac

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