Il 14 ottobre a Roma la canonizzazione di Paolo VI: “Il papa del laicato”

Montini e l’Azione Cattolica

Versione stampabileVersione stampabile

di Paolo Trionfini* - L’imminente canonizzazione di Paolo VI, che sarà celebrata il prossimo 14 ottobre, durante il Sinodo sui giovani, così come analogamente la beatificazione si è tenuta nel 2014, nel corso dell’assise dei vescovi sulla famiglia, suggerisce più di un motivo di riflessione. Del resto, la figura di Giovanni Battista Montini si staglia nella storia della Chiesa, ma anche dell’umanità intera, per la sua straordinaria grandezza, che riesce difficile afferrare in tutta la sua portata. Alla luce di questa rapsodica considerazione, negli ultimi mesi si è tornati in svariate sedi e da differenti punti di osservazione a rileggere la parabola biografica dell’ultimo papa italiano, per tentare di racchiuderla in una cifra sintetica che ne potesse far emergere il tratto più caratterizzante. Il tentativo è in larga misura andato a vuoto non per le intenzioni distorte di chi l’ha condotto ma per l’impossibilità pratica di ridurre a miniatura la statura di un gigante. Paolo VI, per concentrarsi solamente sulla stagione alla guida della Chiesa universale, è stato il papa di tante “prime volte”: è stato il primo successore di Pietro, dopo la fine dello Stato pontificio, a recarsi fuori dai confini italiani visitando la Terra Santa, ad andare in un’assemblea laica come l’ONU, a revocare la scomunica che gravava da quasi un millennio sulla Chiesa ortodossa, a rinunciare ai simboli del potere temporale, a celebrare una messa con le maestranze di uno degli stabilimenti icona dell’industrializzazione italiana. Proprio quest’ultimo gesto, compiuto nella notte di Natale del 1968 nei capannoni dell’Italsider di Taranto, quasi a indicare, sullo sfondo di un ideale «presepe d’acciaio», la volontà della Chiesa di proseguire il dialogo con la modernità, che nel centro siderurgico pugliese aveva una delle espressioni più veritiere, può assurgere a simbolo dell’intenzione tenace di attraversare, senza lasciarsi andare alla tentazione della rinuncia, le sfide che la storia proponeva. In questa cornice, si possono leggere le iniziative promosse, alla vigilia della canonizzazione, dal Movimento ecclesiale di impego culturale, di cui è stato “padre” nella fondazione del Movimento laureati di Azione cattolica nel 1933, in collaborazione con l’Aci, la Fuci, la Lumsa e Pax romana. 

L’elenco dei segni indelebili lasciato potrebbe continuare seguendo la linea diacronica che porta alla morte, preparata con un Pensiero che rimane uno dei testi più toccanti della spiritualità cristiana del Novecento, e celebrata, per sua esplicita volontà, nella forma spoglia di una bara di legno povero, dopo essere sceso non solo metaforicamente dal trono di Pietro per prendere parte, pochi mesi prima, al funerale solenne senza il cadavere dell’amico Aldo Moro, per esprimere a Dio – a cui si rivolgeva sempre in seconda persona singolare, riservando a sé la prima persona plurale – «il grido, il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce».

Tra i segni meno appariscenti ma non meno significativi, perché hanno informato anche sotto traccia tutta la sua esistenza, vi è il rapporto con il laicato, in particolare con quello associato nell’Azione cattolica. Montini visse fin da giovane l’esperienza diretta attraverso l’assistentato nella Federazione universitaria cattolica italiana, sperimentando – e quindi proponendo come modello – una relazione di reciprocità, che sfuggiva al consolidato schema del prete in servizio alla formazione dei laici con funzioni di controllo. In uno dei suoi primi discorsi pubblici da papa, Paolo VI avrebbe ricordato questo periodo del suo ministero, attribuendovi un significato più profondo: «Vi abbiamo Noi stessi appartenuto – sottolineò, rivolgendosi agli assistenti della Gioventù italiana di Azione cattolica il 4 luglio 1963 – negli anni lontani della Nostra giovinezza, ne abbiamo seguito per un cinquantennio le vicende, ne abbiamo vissuto alcune ore grandi e drammatiche, ne abbiamo conosciuto Dirigenti, Assistenti, soci ed amici quasi senza numero, ne abbiamo favorito, come è stato a Noi possibile, la funzione e l’incremento, ne abbiamo meditato e ammirato lo spirito, ne abbiamo difeso e promosso l’organizzazione, e ne abbiamo studiato ed apprezzato la sua pedagogia ed i suoi ricchissimi frutti».

Questo passaggio introduce una chiave di lettura complessiva per accedere al ricchissimo magistero montiniano sull’associazione, che è stato raccolto in un corposo volume dall’evocativo ma illuminante titolo: «Sempre più degna della sua storia bellissima» (Editrice Ave, in allegato alcuni passaggi significativi). Attraverso i quasi trecento testi che lo compongono, è possibile seguire l’evoluzione dell’attenzione riservata da Paolo VI all’Azione cattolica, di cui è stato anche protagonista nel sollecitarla al rinnovamento dopo il Concilio ecumenico Vaticano II e nell’investirla di un ruolo primario nella sua stessa ricezione. L’antico assistente fucino, infatti, volle ricordare l’associazione fin dal primo messaggio lanciato al mondo dopo l’elezione al soglio pontificio, non a caso, traendo spunto dall’incipit, intitolato In nomine Domini procedamus cum pace, per poi proporla come valore universale in Ecclesiam suam, l’enciclica programmatica del pontificato, per richiamarne, quindi, l’insostituibile ruolo nella vita della Chiesa nei discorsi più impegnativi dei viaggi apostolici che ne hanno scandito il «pellegrinaggio terreno». L’apprezzamento per questa «singolare forma di ministerialità laicale», secondo la definizione data, che rappresenta un punto di non ritorno assoluto, ha avuto anche – per ritornare al discorso citato in precedenza – un influsso sulla sua vicenda biografica, che è stata protesa alla santità anche attraverso l’intreccio inestricabile con le vite di tanti laici dell’Azione cattolica. Del resto, Paolo VI suggerì quello che può essere considerato come il suo epitaffio, scolpendolo in Evangelii nuntiandi, l’esortazione apostolica del 1975: «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, [...] o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni». Forse si colloca in queste parole la ragione più profonda della santità, ora riconosciuta dalla Chiesa.

*direttore dell’Istituto per la storia dell’Azione cattolica e del movimento cattolico in Italia Paolo VI (Isacem)