Un “nuovo” sistema d’accoglienza migranti: qualche breve considerazione

Molti dubbi e qualche triste certezza

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di Renato Meli* - Scrivo sulla base della mia breve esperienza personale avviata da circa un anno alla guida della Fondazione San Giovanni Battista che gestisce già da parecchi anni diversi progetti SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati https://www.sprar.it/) e un CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria).
È noto come la finalità più importante del Decreto “Sicurezza” (oggi Legge dello Stato 132/2018) sia stata quella di ridurre le potenziali pratiche illegali che ruotavano attorno al fenomeno dell’accoglienza dei migranti. Ciò è avvenuto, come emerge anche dai riscontri giudiziari, ad opera di organizzazioni criminali infiltrate per trarne un illecito vantaggio in termini di arricchimento, “pervertendo” la finalità umanitaria originaria della misura.
La convinzione che ha guidato maggioranza politica è che fosse il sistema in sé un “modello” produttivo di pratiche illegali, e ciò ha spinto il governo ad operare una modifica radicale di tale sistema, eliminando così alla radice il problema della potenziale illegalità.
Il rischio di pratiche illecite e di infiltrazioni criminali, così come la diffusione di pratiche corruttive e criminali, è indubbiamente molto elevato in un Paese in cui tali attività rappresenta quasi il 10% del PIL in tutte le branche e settori produttivi, e certamente il fenomeno della gestione dell’immigrazione non ne è stato esente, supportando tale cambiamento normativo.
È stato senz’altro proficuo l’adeguamento della rendicontazione dei progetti CAS, introdotto già dal precedente Governo dal 1 novembre 2017, a quella degli SPRAR (peraltro molto articolata e molto stringente), così come sarebbe auspicabile che venisse ampliata la dotazione di personale delle prefetture, dal momento che sono esse l’organo di riferimento che deve assicurare un controllo più rigido in tutti i CAS.
Diversamente lo SPRAR nel tempo si è ben strutturato: il supporto di un Servizio Centrale (organo di controllo costituito dal Ministero degli Interni e dall’ANCI), di una rete di Tutor territoriali e la presenza di revisori dei conti indipendenti, ne ha fatto un modello studiato da molti Paesi, anche extraeuropei.
La Legge 132 abolendo la protezione per scopi umanitari sta per cancellare l’accoglienza di secondo livello, lo SPRAR, nel quale potranno rimanere solo i titolari di asilo, dove vengono resi diversi servizi: dalla mediazione linguistica all’assistenza sociale, dall’apprendimento della lingua italiana all’assistenza legale, dai tirocini formativi all’assistenza sanitaria, e così via, con lo scopo, raggiunto nella quasi totalità dei casi, di integrare gli immigrati nei territori. In questi anni la struttura che dirigo ne ha regolarizzati più di 200.
Il nuovo modello d’accoglienza prevede solo grandi Centri d’accoglienza, i CPR (Centro di permanenza per il rimpatrio), che potremmo definire, nella migliore delle ipotesi, dormitori.
Ma solamente se l’amministrazione si impegnerà ad effettuare rigidi controlli si potranno evitare i potenziali illeciti e le pratiche criminali che inevitabilmente potrebbero insinuarsi anche nella gestione dei CPR.
L’opinione di quanti come il sottoscritto hanno operato per costruire un sistema di accoglienza secondo un modello diffuso e fondato su una collaborazione tra istituzioni e società civile, è che almeno nel breve periodo cresceranno i problemi di ordine pubblico; infatti i migranti che non avranno più la possibilità di essere integrati, avranno poche scelte: si lasceranno sfruttare da coloro che offriranno lavoro in nero, oppure saranno costretti a delinquere, dato che solo una minima quota di essi, e con iter burocratici particolarmente lunghi e complessi, potranno avere la speranza del rimpatrio assistito nei loro paesi d’origine (sempre che si possa parlare di speranza, dal momento che la grande maggioranza di essi è fuggita da condizioni economiche sociali politiche e ambientali avverse).
Una considerazione infine, tutt’altro che trascurabile, andrebbe fatta in merito agli effetti immediati negativi a livello sociale ed economico. L’attuale preoccupazione è che la legge possa trasformarsi in una vera e propria emergenza sociale per i connazionali (operatori e dipendenti) che verranno licenziati, i quali hanno famiglie da sostenere e mutui da saldare: solo nella struttura che dirigo 50 persone (italiane), con relative famiglie, rischiano di incrementare le file dei disoccupati.
Peraltro percepire solamente il 30% ancora alla fine dell’anno, rende davvero insostenibile la gestione di un progetto! Nel 2016 erano stati erogati nello stesso mese il 100% e nel 2017 il 70%. Ciò danneggia chiaramente gli Enti del Terzo settore che gestiscono i progetti di accoglienza e che in queste condizioni non saranno in grado di poter onorare i propri impegni con dipendenti e fornitori. 
Il problema è indubbiamente complesso, come del resto molti altri nella società che viviamo, e non può essere affrontato con semplificazioni o prese di posizione ideologiche, ma occorre consapevolezza, competenza ed anche profondo senso critico.
A tal fine occorre informarsi, approfondire e divulgare dati ed esperienze, affinché venga sempre alimentata un’opinione pubblica vigile e critica: questo, credo, sia una caratteristica tipica del nostro stile associativo.
Nell’epoca della comunicazione di massa, dove ognuno esprime la propria opinione (ben venga tutto ciò se fatto con garbo, coscienza e stile) è di fondamentale importanza scegliere fonti informative attendibili, soprattutto sulla Rete. Leggere, analizzare e maturare un pensiero critico è nelle nostre possibilità. Diamoci da fare!

*Consigliere nazionale Settore adulti di Ac