Una felice realtà: l’Azione Cattolica e le scuole per l'Europa in Bosnia

Mi smo s vama (Siamo con voi), per sempre

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di Fabiana Martini - Ci sono segni che lasciano il segno. Come cicatrici pronte a ricordarti il passato in un presente che è già futuro, possibilità di vita che quel passato doloroso non ha del tutto ucciso. Amicizia che supera la sofferenza. Fiducia che supera la tragedia. Come le rose di Sarajevo: buche lasciate sull’asfalto dalle bombe e riempite di resina rossa per andare oltre ciò che è stato senza dimenticarlo. Come le scuole interetniche, oggi scuole per l’Europa: segno del coraggio della Chiesa Cattolica, che ancora sotto le bombe progettò quest’enclave di speranza e scommise sulla convivenza, così duramente provata dalla guerra; segno della vicinanza dell’Azione Cattolica alla Bosnia, una vicinanza che generò la candidatura dei bambini di Sarajevo al Premio Nobel per la Pace (in tutta Italia furono raccolte 134 mila cartoline), una storia di relazioni ancora vive e il concreto sostegno a quest’esperienza educativa, che in oltre vent’anni (partì nell’anno scolastico 1994/1995) ha formato 13226 mila studenti tra i 6 e i 18 anni più o meno così ripartiti: 70% di cattolici, 10% di musulmani, tra il 5 e il 7% di ortodossi e il resto protestanti o non religiosi. Una vicinanza che è stata ufficialmente e allegramente sancita durante l’incontro nazionale dell’Acr del 18 ottobre 1997, quando 50 mila ragazzi hanno cantato «mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi».

E l’Ac c’è stata, davvero, non solo in rappresentanza, ma attraverso l’incontro dei volti, delle mani e dei passi. E vuole esserci ancora. Per questo, due decenni dopo quell’evento, con un gruppo di ex responsabili nazionali siamo tornati a Sarajevo (ma anche a Tuzla e a Stup) con le nostre gambe per abbracciare i bambini e i ragazzi, le donne e gli uomini che ogni giorno danno corpo a quest’utopia, e dire che ci siamo e possono ancora contare su di noi.

Oggi più che mai è importante: oggi che le scuole sono 14 dislocate in 7 centri, tutte moderne e funzionali; oggi che lo Stato se ne fa carico, provvedendo alla retribuzione del personale educativo e amministrativo e a tutte le spese correnti; oggi che non c’è più la guerra. Perché, come ci ha ricordato mons. Pero Sudar, vescovo ausiliario di Sarajevo e instancabile promotore di quest’esperienza, «la convivenza è la chiave del futuro del mondo» e bisogna dimostrare che è possibile realizzarla. Come un tempo avveniva a Sarajevo.

Una convivenza vera, che non omologa, ma si fonda sulla reciproca disponibilità ad accettarsi e a rispettarsi nelle proprie differenze. Quella disponibilità che fa sì che nelle scuole cattoliche per l’Europa, quando arriva l’ora di religione, a ognuno venga garantita la sua confessione (e l’ora di etica ai non religiosi), per poi ritrovarsi tutti nell’ora di storia delle religioni. Quella disponibilità che fa sì che non si cancellino le ricorrenze cristiane o quelle musulmane, ma si festeggino entrambe. Quella disponibilità che fa sì che al termine del percorso di studi un giovane di Tuzla, dichiarato studente dell’anno 2017, dica: «In ogni uomo c’è qualcosa che merita attenzione e rispetto e, prima di dare un giudizio sull’altro, bisogna mettersi nei suoi panni». Questa disponibilità non è molto praticata e diffusa: l’Ecri, l’organismo antirazzismo del Consiglio d’Europa, nel terzo rapporto sulla Bosnia reso noto a fine febbraio ha sollecitato a mettere fine «con urgenza alla segregazione etnica in vigore nelle scuole del Paese», elemento che si coglie anche fuori dalle aule scolastiche, ma che è particolarmente grave si verifichi lì dove si costruisce il futuro di queste terre e dove si pongono le basi per una società inclusiva.

I bambini, del resto, sono tutti uguali: la differenza più grande che si può trovare è tra chi tifa per il Sarajevo e chi sostiene lo Zeljeznikar, tutti sono invece golosi di burek e sognano di fare le vacanze al mare. Come tutti i bambini sognano anche un futuro, ma per dare un futuro alla Bosnia, non solo ai quasi 5000 allievi che frequentano le scuole per l’Europa, occorre non abbandonare questo Paese e non abbandonare la speranza che vivere insieme da fratelli sia davvero possibile: per questo motivo la Fondazione Pro sapientia et clementia (www.katolickeskole-bih.com) ha pensato di istituire delle borse di studio destinate a giovani che fanno l’Università in Bosnia ed Erzegovina, dando la priorità a orfani di uno o entrambi i genitori, a ragazzi e ragazze provenienti da famiglie numerose o vittime di discriminazioni, a figli di disoccupati o in difficili condizioni economiche. Un’occasione che viene offerta a ciascuna e a ciascuno di noi per ripetere ancora una volta: «Mi smo s vama siamo con voi/puoi contare su di noi!».

* Chi desidera contribuire può versare il proprio contributo a:
Beneficiario: Zaklada Pro Sapientia et Clementia, Kaptol 7, 71000 Sarajevo, Bosnia Erzegovina
Coordinate bancarie: Intesa Sanpaolo banka dd Bosnia ed Herzegovina, Obala Kulina bana 9a, 71000 Sarajevo, Bosnia and Herzegovina
SWIFT: UPBKBA22
IBAN: BA391549212001729922
Reference number (optional): 871897